Linea d'ombra - anno XIV - n. 113 - marzo 1996

IL PAESEADDORMENTATO OMAGGIOA CORRADOALVARO Corrado Alvaro LETTERALFIGLIO Roma, l l febbraio Mio caro figlio. Ti scrivo nel giorno del tuo compleanno. Ti scrivo ma questa lettera non potrò fartela recapitare tanto presto. La leggerai al tuo ritorno, quando non saprò dirti nulla, contento che tu sia tornato e che la porta di casa si sia chiusa con tutti in casa,e la sera, sbarrando la porta, non penserò più che tu sia fuori, che soffri il freddo, la farne, che sei traccheggiato, e almeno sapessi dove. Tu oggi compi gli anni. Penserai certo a noi che ti aspettiamo; oggi stiamo sicuramente vicini, senza parole. Neppure con tua madre parliamo di te. Non ne parliamo mai. Stiamo sospesi a te. Non abbiamo niente da dire. Pensiamo alla tua vita staccata da noi che si difende e combatte. So che quando ci si difende e si cornbatt~ non è solamente per la propria vita, ma che in quel momento l'uomo è il padre, la madre, la sua casa e la sua terra. In giorni come i tuoi, è amaro diventare uomini, essere soli, essere un soldato senza bandiera e insieme essere la patria. ' Qualche volta mi sembra che, di lontano, tu mi rimproveri. Se ti ricordi, un giorno che eri cresciuto, d'improvviso come si scopre che è cresciuto un frutto, mi dicesti: "ma pure eravate uomini, avevate esperienza e raziocinio, quando vi rassegnaste alla rovina del nostro paese". Io annaspai, cercando di giustificarmi di fronte a te che, nel momento in cui acquistavi coscienza, ti rivoltavi contro i tuoi maggiori. Ti dissi che avevo fatto quello che avevo potuto, e che se non ti accorgesti mai delle angustie di casa, del companatico che mancava e che io non sapevo guadagnare a patto della violenza, se la tua infanzia e adolescenza non fu mai umiliata del vestito povero e delle scarpe rotte, era stato per i sacrifici di tua madre che preferì sempre vestire bene te che lei stessa; eppure un bel vestito le sarebbe stato a meraviglia. Ti ricorderai che ci richiudemmo come vecchi, nel guscio della casa; la nostra vecchiaia cominciò assai presto; e già prima dei capelli grigi furono grigi i pensieri. Non ho rimorsi, e tu lo sai. Ho fatto quello che ho potuto. A un certo punto, dopo aver fatto quello che possono i pochi di fronte ai molti, di fronte al consenso del Re custode dell'onore nazionale, del Papa custode delle anime, dei vescovi e dei generali, dei preti e dei poeti, ci si ritirò a soffrire tra il giubilo del trono che acquistava corone, del Papa che acquistava dominio sulla morale esteriore e cattedre di religione nelle scuole, dei generali, dei preti, dei poeti, che acquistavano benefici e onori. Però, quando tu mi facesti quel rimprovero, io mi vergognai di me e delle mie stesse sofferenze e di quelle di coloro che stimavo ancora uomini. Quello che rimaneva ancora da soffrire lo intuivo da padre. Bastava essere padre per paventare che domani, quando ci avessero tolto tutto (ed era già una fortuna aver salvato l'unità della famiglia, l'onore della casa e la solidarietà dei figli che lo Stato etico e religioso minacciava di continuo) ci avrebbero strappati anche i figli, il nostro solo bene in un paese che, per tradizionale diffidenza del potere, per una troppo lunga e amara esperienza della società, ha fatto della famiglia la sua sola alleanza, il suo baluardo contro la cosa pubblica; la famiglia, l'istituzione anarchica della vita italiana che, diffidente della reggia, del governo, del potere in genere, ha ridotta l'esistenza fra le quattro mura domestiche, il solo luogo sicuro, il solo fidato, il solo amico. Molti si erano abituati a credere che, essendo quello un regime che faceva professione di furberia, appartenendo al mondo della commedia piuttosto che a quello della tragedia, non avrebbe potuto produrre che buffoneria, immaginare vittorie, falsi generali, e parate anziché guerre. Tutto era diventato estremamente facile e fortunato; lo stesso Re cinico si era convertito alla fede della fortuna di quell'uomo, e questa fu la vera religione dello Stato. Nessuno pensava che basta evocare il formidabile nome della guerra, che lo stesso evocatore vi obbedisce e ne è dominato. È pressappoco quanto capiterà a coloro che sono scesi in campo nel nome della libertà. Sono parole che, basta pronunciarle, scatenano immense energie, eventi mirabili; sono parole che scuotono le fondamenta del mondo. Ti ricordi quandoti venni a trovare soldato, aVicenza? Passammo una domenica da soldati. A un certo punto andammo a finire in un prato. Era un pomeriggio d'estate. Tu ti addormentasti sul quel prato. Potevi ben dormire in terra, vestito da soldato; dormivi lo stesso sonno della mia stessa giovinezza. Accanto a te, col mio vestito da borghese, io ero ormai una spoglia, una povera vecchia cosa: la mia vera essenza eri tu. Faceva caldo. Quell'uomo che aveva acquistato il suo diritto al dolore e che io vegliavo come un infante, era il mio bambino, e a lui non rimaneva neppure la sua casa, perché tutti lo avevano tradito e venduto; non c'era un potere, non c'era un'istituzione che lo difendesse. E io non potevo far altro che vegliare il suo sonno, io che egli nella sua infanzia aveva creduto onnipotente. Ora lo avevo dovuto consegnare a un'organizzazione in cui gli rubavano il suo pane, gli lesinavano la sua minestra, a gara tra la fureria e il comando, gli frodavano le armi tra il governo e lo stato maggiore. Io ti chiedevo com'era il rancio, com'era il letto. Che

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==