Linea d'ombra - anno XIV - n. 113 - marzo 1996

legge, non chi l'ha scritta. (Di qui poi ad affermare che il lettore può far dire a un testo qualunque cosa, ce ne corre. Eppure, chissà perché, ogni volta che si rivendica l'importanza della "ricezione" letteraria - e quindi la presenza costitutiva e intrinseca del pubblico nel la letteratura - sembra che si voglia o si debba automaticamente legittimaere le più incontrollate e forsennate derive semantiche). Con questo, non v'ha alcun dubbio che uno strappo rispetto alla tradizione sia avvenuto. A ragione Ferroni insiste sia sul cruciale discrimine fra ancien regime e modernità, sia sul perdurare durante l'età borghese di un impulso evolutivo centrifugo, che sembra averci condotti più lontano che mai dal le radici della nostra cultura. Ho però l'impressione-qui debbo semplificare, e me ne scuso - che Ferroni si attenga a un punto di vista sostanzialmente classicistico, sia pure d'un classicismo aperto e spregiudicato. Ce1to,rispetto a una determinata tradizione culturale si è verificata una soluzione di continuità, e forse rimane ancora da valutare con precisione quali conseguenze abbia prodotto la scarsa o nulla dimistichezza con il canone degli auctores (latini, greci, italiani) da parte di molti scrittori contemporanei. Da tempo ormai siamo "oltre" il classico (Leopardi lo aveva colto con tempestiva, impavida lucidità); e quasi mezzo secolo è trascorso daquandoCurtius diagnosticava il tramonto della millenaria tradizione letteraria d'Occidente. Tuttavia il tramonto o il regresso di una tradizione letteraria non equivale al tramonto della letteratura in quanto tale. Del resto, non parleremmo di "angoscia della quantità" - come fa giustamente Ferroni -se non si pubblicassero I ibri: egli editori non pubblicherebbero libri se non vi fossero acquirenti, cioè (con ragionevole approssimazione) lettori. Postuma, la condizione della letteratura? Beh, dipende. Se quelle che scrive Stephen King sono opere letterarie, non si direbbe davvero (si potrebbero fare diversi nomi, ma il caso di Stephen King è il più emblematico). Prima di formulare qualunque prognosi su questa moribonda presunta che è la letteratura, ciascuno di noi dovrebbe rispondere a questa domanda: Stephen King è un vero scrittore o no? Con un'avvertenza: se rispondiamo di no, dobbiamo poi valutare quanti degli autori trattati dalle storie letterarie sono, al di là di ogni ragionevole dubbio, tanto più bravi di lui da collocarsi al di làdi un discrimine categoriale. Perché nella storia della letteratura non s'incontrano solo Virgilio e Dante e Shakespeare; e se estromettiamo Stephen King dal novero degli scrittori degni di questo nome, non so come potremmo farvi rientrare -che so? - Tommaso Grossi, Pietro Chiari, Lorenzo Lippi, Franco Sacchetti (per attenersi alle patrie lettere). Personalmente, sia detto per inciso, io ritengo King un grande scrittore. Ma in discussione non è un giudizio di valore, quanto un'attribuzione di letterarietà. Non avrò quindi il cattivo gusto di proporre en passant un paragone di godibilità fra Pet Semetary e il boccaccesco Filocolo; mi permetterò solo di ricordare che, entro un orizzonte di letterarietà indiscussa, Defoe o Dickens o Henry James non equivalgono a Shakespeare (così come Dino Frescobaldi o Pietro Bembo non valgono Petrarca). Beninteso, non è solo questione di numeri. Sarebbe stolto pensare che le alte tirature di certi romanzieri dei nostri giorni compensino (o peggio, annullino) discontinuitàstorico-culturali di enorme portata, sulle quali Ferroni fa benissimo ad insistere. E si dia pure per assodato che - poniamo - all'inizio dell'Ottocento non erano poi in tanti a pascersi di Sepolcri, Inni sacri e Ricordanze: che i più si limitavano a frequentare il teatro d'opera, e i lettori (e le lettrici) di novelle romantiche erano già in minoranza di una minoranza. Resta comunque il fatto che un tempo la letteratura giocava un ruolo molto più importante nella formazione culturale, e in particolare nell'educazione delle classi dirigenti. Un tempo il sistemaeducativoeraimperniatosu un plesso di discipline umanistiche: la cultura dominante era di stampo retorico, storico, giurifico, teologico, se pur non letterario in senso stretto: e comunque la poesia aveva una presenza sociale oggi impensabile. Fuori discussione, dunque, è che l'arte della parola (la parola in generale, forse) abbia perso la sua primitiva posizione di centralità. D'altro canto, proprio il termine "letteratura" - come ha mostrato in un saggio famoso Robert Escarpit- ha acquistato il suo significato attuale nel corso del Diciottesimo secolo, cioè quando prende avvio il processo di radicali trasformazione della società che ci ha condotti alla situazione attuale. Circoscrivere il discorso alla "letteratura" e alla sua fine espone quindi a prospettive parziali e ingannevoli: occorrerebbe allargare lo sguardo all'intero sistema della cultura, in cui non la letteratura solo, ma ogni cosa è cambiata (e la letteratura, forse, meno di tante altre). Più che lamentare la progressiva riduzione della letteratura ad un ruolo marginale, converebbe cercare di comprendere l'evoluzione dei rapporti fra i diversi rami del sapere, nonché fra le diverse forme di espressione artistica. Il discorso di Ferroni invece, contrapponendo direttamente l'umanesimo delle lettere al minotauro dello sviluppo tecnologico, rischia nelle "apocalittiche" pagine conclusive di sbaglire misura, di risultare ad un tempo troppo letterario e troppo poco: perché da un lato trascura i I rapporto fra letteratura ed espressioni culturali contigue (il cinema, ilfumetto, la canzone), e dall'altro ambisce a una sintesi grandiosa, al quadro fresco e baluginante di una crisi della civiltà: senza parlare, ad esempio (come pur faceva nella sua bella Storia della letteratura italiana, edito qualche anno fa da Einaudi Scuola), dell'epocale arretramento del senso del sacro nella società occidentale. Ecco al !orache l'esecrazione del la moderna società mediatica finisce per perdere mordente; l'accanimento della moderna società mediatica finisce per perdere mordente; l'accanimento contro televisione e pubblicità rischia di eccedere le necessità dell'argomentazione, e l'eloquenza accorata sovrastare l'analisi. Senonché, proprio quando la presunta condizione "postuma" pare sul punto di confondersi con un'inconfessata angoscia del I' orfanità- che è poi in foondo il paradosso d'ogni classicismo, gravitare verso la formazione d'una classicità nuova, che prelude al distacco dai clasici: e infatti la querelle des anciens et des modernes è in tipico prodotto del secolo di Luigi XIV -proprio allora un'impennata pugnacemente ottimistica ricostituisce quasi per intero la funzione civile e storica della letteratura, auspicandone la collocazione al centro di un'ecologia della comunicazione, della mente, della memoria -e vorremmo aggiungere-della parola. Su questo terreno, di nuovo, possiamo consentire con Ferroni pressoché senza riserve. E poco monta che egli definisca l'ecologia "scienza e pratica per eccellenza postuma" (dove postumo significa, in tutta evidenza, e semplicemente, seriore). Invaghirsi d'una metafora è peccato veniale, se dal rapimento sortiscono riflessioni così appassionate e stimolanti sui destini della letteratura.

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