secoli, e in particolare nel nostro; quando elenca i pericoli a cui soggiace la parola scritta nell'era della comunicazione per immagini; quando esprime disagio verso una sterminata accumulazione e memorizzazione dei dati, cui fa riscontro una tendenziale perdita della memoria (della capacità umana di ricordare), un appiattimento sul presente; quando dà voce all'angoscia della quantità, ossia all'impossibilità pratica di tener dietro alle novità librarie, che vanifica il ruolo del critico militante.Edèimpossibilenon rimanere colpiti dal pathos,dalla passione civile che anima l'argomentazione. Eppure in questo discorso c'è qualcosa che non persuade: a cominciare dalla nozione di "postumo", in sé oltremodo suggestiva, ma non sempre immune dal rischio della vaghezza. Uno dei primi paragrafi del volume delinea la "costellazione semantica" legata a questa voce, mettendo in evidenza quattro principali significati. Innanzi tutto,giusta l'espressione con-ente, la condizione dell'opera pubblicata.dopo la morte dell'autore; secondariamente, il distacco tra l'autore e ogni sua opera, suscettibile di sopravvivergli, in quanto testo scritto; in terzo luogo e più in generale, la sopravvivenza dell'opera nella posterità, la "partecipazione a mondi e ad età future" estranee ad ogni controllo e previsione dell'autore; infine, il distacco che il lettore avverte rispetto a un'opera passata, a un autore o anche ad un'intera tradizione culturale: il sentirsi non solo "postero" ma estremo, "ultimo" - erede di un'esperienza conclusa, che ha definitivamente esaurito la propria vitalità. Ora, queste varie accezioni non differiscono solo per estensione semantica, ma significano cose diverse e per certi aspetti inconci I iabi I i.Già ai due sensi fondamenta! idell'aggettivo "postumo" - chi è nato dopo la scomparsa del genitore o creatore, ovvero chi semplicemente gli è sopravvissuto - sottostanno relazioni divergenti fra i termini correlati ("padre" e "figlio", per intenderci): contatto mancato/ contatto interrotto, contesti allotri/ contesti comuni, eredità virtuale/ lascito diretto, e così via. Inoltre, ifenomeni indicati appaiono fra loro piuttosto eterogenei. La sopravvivenza del l'opera al lapersona del l'autore è circostanza ovvia, che non merita particolare attenzione, né dovrebbe suscitare turbamento. Le scritture sono nate proprio per perpetuare nel tempo la lettera dei testi: non si vede come uno scrittore possa rammaricarsi al pensiero che quanto egli ha scritto verrà letto anche dopo la sua morte. Quanto alla vita di un'opera nella posterità, si tratta del fondamento stesso del l'idea di tradizione, cioè del trasmettere di generazione in generazione un patrimonio di idee, valori, competenze, abitudini: di nuovo, nulla di particolarmente singolare o drammatico. Resto all'ultimo punto, il "sentirsi" postumi. E qui, fino a un certo punto, potremmo anche intenderci; non a caso più avanti, a illustrazione di quest'idea, vien fatto riferimento a brani celeberrimi, che hanno giocato un ruolo importante-credonel la formazione di ciascuno di noi ("l' ai plus de souvenirs que sij'avais mille ans"; "La chair est triste, hélas!" con quel che segue). Vero è che poi l'excursus esemplificativo sembra voler annettere al dominio del "postumo" anche scritti di carattere semplicemente funerario - come Nei mari estremi di Laila Romano - mentre Ferroni sa benissimo quale posto occupi la morte nella letteratura d'ogni tempo. Ma il punto non è questo. L'indubbia (e leopardiana) carica evocativa della voce "postumo" induce Ferroni a valorizzare tuttociòcheèoriginario, antico, legato al momento della creazione o della nascita - e perciò alla figura dell'autore - a discapito di ciò che è seriore e derivato: fino a lasciar intendere che la vitalità o la pienezza di senso di un'opera dipenda dal la sua sorgente, dal l'atto creativo. li che non è affatto pacifico, anzi. Perché mai un'opera dovrebbe essere considerata "traccia o persistenza tarda" dell'autore? L'autore non coincide mai esattamente con l'uomo che scrive: a rigore, è un'invenzione anch'esso, una funzione testuale, una maschera. E perché mai il perdurare delle opere nel tempo dovrebbe comportare la perdita di un'integrità originaria? L'idea di fondo sembra essere che l'opera nasca compiuta, perfetta (una volta si sarebbe detto: come Minerva dalla testa di Giove), e che i I passare del tempo non possa che depauperarne fisionomia e significato. Invece si potrebbe con buone ragioni sostenere l'esatto contrario: sono proprio il passare del tempo e il trasco1Tere nello spazio a consentire la valorizzazione del testo, emancipandolo dagli accidenti biografici dello scrittore, trasformandolo in patrimonio comune. E tale valorizzazione dipende sempre dall'efficacia sociale del testo, dalla sua capacità di promuovere l'esperienza estetica col lettiva. I concetti che usiamo, specie (ma non solo) nelle discussioni teoriche, sottendono metafore spaziali. Ebbene, una nozione molto diffusa di opera letteraria è legata, non importa se consapevolmente o meno, ali' immagine di un involucro. Di uno scrigno, se vogliamo, d'una miniera: d'un giacimento, in cui i significati appunto giacciono, risiedono stabilmente, si nascondono, in attesa d'essere scoperti ed esumati dai lettori in cerca di ricchezze nascoste. Questa immagine, che accomuna tutte le estetiche dell'espressione, acquista in Ferroni una coloritura drammatica, dovuta ali' insistenza, fra esistenziale e creaturale, sull'autore in quanto essere in carne ed ossa. Ora, senza alcuna pretesa di rigore teorico - rinviando per ciò alle persuasive dimostrazioni a suo tempo fornite da Franco Brioschi sulla letteratura come discorso di "ri-uso" - mi sembra che la nozione statica di opera / recipiente dovrebbe essere quanto meno abbinata ad unametafora complementare: quelladell 'opera come campo magnetico, che non contiene ab origine, bensì attrae dinamicamente (catalizza, coagula) i significati. L'opera come luogo dove i significati s'aggregano, si combinano, s'annodano (e certo, si sciolgono anche): come punto d'intersezione di valori e vettori semantici, incessantemente variati eri-orientati alla luce delle esperienze delle successive generazioni e delle relative modificazioni degli orizzonti culturali. Lo stesso testo, letto sullo sfondo di contesti diversi, significa cose diverse, perché fomenta differenti correlazioni tra i dati esistenziali, culturali, storici: perché sollecita variamente la nostra propensione alla sintesi e al confronto. È per questo che la caratura delle opere che ereditiamo dal passato muta in maniera così sensibile. Qualcuno può davvero sostenere che la poesia di Leopardi ha minore significato oggi che non, poniamo, nel 1838, solo perché l'autore era morto da appena un anno? E la "vitalità" della Commedia dantesca era maggiore a metà del Quindicesimo, del Diciassettesimo o del Ventesimo secolo? Sbaglia chi pensa che le opere vengano alla luce recando con sé un tesoro di senso, piccolo o grande che sia, e che la posterità possa soltanto dissiparlo, contaminarlo o misconoscerlo. In realtà non esiste alcun significato al di fuori d'un processo di significazione, e nel processo di significazione un destinatario è sempre direttamente implicato. TIdistaccodell 'operadall 'autore (che per l'autore può anche essere dolorose o deprimente, non dico di no) è il momento in cui l'opera comincia a vivere: e da questo momento in avanti, a garantire la sua vitalità sarà chi
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