finora pubblicati), recensioni e aggiornamenti bibliografici, testi letterari con traduzione a fronte, storie delle "città d'America": ogni numero della rivista quadrimestrale ha presentato un ventaglio di argomenti e di approcci, molti dei quali connessi a un tema principale intorno al quale annodare ogni volta il confronto fra ricercatori italiani e stranieri. Il primo numero, nella primavera 1994, è partito dalle "frontiere" dell'America, per passare ali' America sotterranea, alle scrittrici afroamericane, alla storia culturale e politica del Sudovest, agli italoamericani nella storia e nella cultura degli Stati Uniti. Nathaniel Hawthorne, autore canonico per eccellenza nella storia della letteraturaed:ll'ideologia degli Stati Uniti, è al centro del numero più recente (Acoma n. 6, inverno 1996, Giunti, 18.000 lire). E proprio alla creazione/distruzione del canone letterario americano, processo nel quale le letture critiche novecentesche delle opere di Hawthorne hanno avuto un'importanza fondamentale, è dedicato il saggio di intensa polemica del critico statunitense Eric Cheyfi tz che apre lari vista. Alessandro Porteli i, a sua volta, rilegge la tormentata relazione fra Hester Prynne e Atthur DimmesdaJe come rappresentazione del dilemma fra salvezza individuale e dannazione altruistica che ricorre nella letteratura americana, e dal paragone con un'altra famosa "coppia" di trasgressori letterari, Huckleberry Finn e lo schiavo nero fuggiasco fon, fa emergere le contraddizioni dell'individuo americano rispetto al nodo consenso/dissenso, obbedienza/ trasgressione, diritto alla felicità individuale come espansione senza limiti contro adesione a una legge che struttura e vincola la comunità. Sulla relazione fra legge e libertà, e quindi sul superamento delle frontiere storiche e sociali in nome altri valori, si sviluppa anche il saggio di Sonia Di Loreto che mette in rapporto la famosa introduzione alla Lettera Scarlatta, da Hawthorne intitolata The Custom House (La dogana), con il romanzo Beloved (Amatissima) di Toni Morrison. Un approccio insolito e molto attuale alle vicende d'amore illegittimo di Hester e Dimmesdale è invece quello di Deborah A. Stone, espe1ta di legge e politica sociale, che presentando La lettera scarlatta come "il grande manuale americano di educazione sessuale", affronta il problema dei figli illegittimi negli Stati Uniti d'oggi, dove i progetti di riforma del welfare ribadiscono il "doppio standard" nella considerazione legale ed economica delle responsabilità paterne e materne verso i figli. E se all'inizio si è ricordato Beautijit!, è giusto chiudere quest'incompleto resoconto su A.coma con il saggio che Bianca Maria Pisapia dedica al Fauno di marmo-altro grande romanzo di Hawthorne, di recente pubblicato nei classici Giunti a cura di Agostino Lombardo con una bella traduzione di Fiorenzo Fantaccini. A paitire dalla definizione di romance che l'autore stesso ne aveva dato, dimostrandosi attentissimo alla propria collocazione nei generi narrativi e ai modi di fruizione delle opere da parte del mercato letterario e del pubblico, Pisapia ci racconta come la complessità stilistica e strutturale del Fauno di marmo venga semplificata e distrutta nell'omonimo teleromanzo italiano trasmesso da Rai2 nel 1977 (Marina Malfatti nella parte di Miriam sarà stata improbabile quanto Demi Moore nelle vesti di He ter?), e ci lascia con la domanda che finiamo sempre per farci di fronte alle trasposizioni dalla letteratura "alta" alla.fiction televisiva e cinematografica di gran consumo: la semplificazione, la riduzione a stereotipi, la banalità che nella torsione enfatico-drammatica scade sempre nel ridicolo, sono inevitabili perché intrinseche al "mezzo"? PRIMA,DOPOEDOPOANCORA SU DOPOlA FINE DIGIULIOFERRONI MarioBarenghi La mente, rifletteva un saggio tempo fa, assomiglia a una cipolla: è fatta a strati. Per questo possono coesistere impressioni, sensazioni, persuasioni diverse: ciò che vale al primo strato non è necessariamente valido al secondo; ciò che appai·e vero ad un livello può sembrare opinabile o fallace ad un altro, e così via. Chi si riconosce nella categoria non dirò dei relativisti (che è parola grossa) ma degli indecisi, dei perplessi cronici, di coloro che impegnano tutta la(non molta) 1isolutezzachehanno nel coltivai·e dubbi, non mancherà di trovai·e in questa immagine vegetale qualcosa di simpatico e rassicurante. Giulio Ferroni, studioso illustre e critico militante di vaglia, ha da poco dato alle stampe presso Einaudi il suo ultimo volume, Dopo la.fine.Sulla condizione postuma della letteratura (pp. 200, lire 34.000). La cipolliforme coscienza del recensore in parte aderisce alle tesi ivi esposte, in paite ne diverge. Per ovvi motivi di interesse, le note che seguono daranno più spazio allo strato dissenziente che al consenziente; va però precisato fin d'ora che si tratta di un libro assolutamente consigliabile, perché mette sul tavolo temi di impo1tanza primaria per la nostra cultura, offrendo un'occasione di discussione e di confronto che è bene non lasciar cadere. Dopo la.fine poggia su un'idea fondamentale, ben sunteggiata dal titolo. La letteratura si t:rovaoggi in una condizione "postuma": sopravvive come residuo, come relitto, in uno stato di irreparabile marginalità. A caratterizzare la nostra epoca è il fatto di venire dopo il tramonto d'una grande, plurisecolare tradizione di cultura; se l'avvento della modernità ha segnato una prima radicale lacerazione, nel nostro secolo il distacco dal passato s'è aggravato, la frattura s'è approfondita, e di più, si è riprodotta: sì che la stessa tradizione della modernità appare oggi lontana, conclusa e tramontata. Prendere coscienza della situazione attuale significa quindi accettare senza illusioni e senza rassegnazione questo "essere dopo", per confrontarsi in maniera spregiudicata con il deprecabile stato presente delle cose: da un lato 1imanendo fedeli all'insegnamento dei classi del passato antico e recente, dal l'altro accettando l'idea che le loro esperienze non possano più rinascere, ma, nel migliore dei casi, sopravvivere. li senso della discontinuità rispetto al passato - con le annesse impressioni di disorientamento, vertigine o angoscia - è una costante della cultura moderna. Da questo punto di vista, Ferroni si inserisce in un filone che annovera esponenti di eccezionale statura; tra i più, come dire? spiritualmente vicini mi sembra vada indicato il nome di Ernst Curtius (mentre quello di Adorno richiederebbe, credo, qualche distinguo). Certo, è difficile non essere solidali con Fe1Toni quando sottolinea la portata epocale dei mutamenti sperimentati dall'umanità negli ultimi
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