Linea d'ombra - anno XIV - n. 113 - marzo 1996

disturbi psicosomatici: il corpo, da teatro dell'inconscio, è diventato il luogo dove la messa in scena della sofferenza si lettera! izza in male fisico. Caro I, cittadina dell'età di Cernobyl e delle lacche per capelli, è in guerra contro se stessa. Che sia perché si muove in un paesaggio inquinato a morte o perché l'esistenza che conduce è mortalmente simile a una non vita fatto sta che il suo corpo ha ceduto le armi ed è "allergico aÌ Ventesimo secolo", ai suoi prodotti, alla sua morale, alla sua artificialità. La maschera da Barbie - guardaroba acrilico, capelli arricciati e tinti, mobili pastello e specchi - che le ha dato sinora la sua volatile identità si rivela per quello che è: un'avvelenatacameradelle torture e il contenitore di un'assenza. Sarà attraverso il male oscuro che la invade che l'afasica Caro! riuscirà a dire di sé e a sé. "Mi chiamo Caro! White. Da alcuni mesi mi sono scoperta malata", dichiara a chi - medico alternativo, guaritore, astuto mercante d'anime - la invita a raccontare ciò che le sta succedendo. "Siamo qui per ascoltare da lei quello che capita dentro di lei". Non a curarla, a dirle cosa deve fare di sé, ma appunto a pilotare il suo riavvicinamento a se stessa, il suo viaggio di autoscoperta, la sua assunzione di responsabilità, la sua capacità di parlare in prima persona. Todd Haynes si sarebbe potuto fermare qui. Chiudendo ottimisticamente il film sulla speranza (o sull'ideologia) che l'effetto (o la soluzione) della malattia sia la coscienza. Che da questo, pur tardivo e forzato, "conosci te stesso", gli individui possano risalire alle cause del loro male per poi rimuoverle. Che forse la causa della loro malattia sia proprio l'assenza di consapevolezza. Starebbe dunque a ciascuno di noi - come tanta filosofia e psicologia new age sostengono - trovare il proprio equilibrio e a ognuno di noi competerebbe di crearsi una propria oasi di sicurezza. Malattia/approdo. Malattia/ specchio. Malattia/viaggio iniziatico, ali' indentro e ali' indietro, verso la verità. Sarebbe stato maledettamente rassicurante (o consolatorio). E invece Safe, proprio a questo punto, si spacca in due e diventa un altro film. Un film che non offre soluzioni. Come prova, infatti, Caro! White a diventare se stessa quando, grazie alla malattia, scopre di dover spezzare il cerchio di irrealtà, artificialità, dipendenza abitato sino ad allora? La risposta di Haynes, acuto e critico osservatore dei miti e delle illusioni chealimentanoedisarmano l'America contemporanea, è durissima: attraverso un duplice atto di spoliazione e la rinuncia definitiva a un'identità in proprio. Se è vero che il progresso del male restituisce autenticità al suo corpo, disartificializzandolo (via il trucco, la pennanente, gli indumenti sintetici, lo smalto da unghie), è anche vero che, a poco a poco, Caro! si ritrova a indossare l'abito non meno connotato e artificiale della malattia. Alla maschera della femminilità si sostituisce la maschera altrettanto ingombrante dell'utenza. (Simbolicamente la bombola dell'ossigeno non è poi così diversa dal rossetto, se chi la "porta" ne fa una propria protesi osimbolodi status, un modo per dire di sé nascondendosi). La seconda e definitiva spoliazione passa da un apparente atto di volontà: Carol sceglie (e sembra la prima decisione della sua vita) di lasciare tutto (casa, marito, ambiente sociale, benessere, consumi) per ritirarsi a Wrenwood, una comunità terapeutica isolata nel deserto californiano, r~fugio protetto in un'epoca tempestosa. Scife, al sicuro, in cassaforte. La salvezza consiste nell'affidarsi a un nuovo sistema di regole, dando piena delega di sé a un'autorità superiore e indiscussa, un'autorità che sa di te e dei tuoi bisogni profondi più e meglio di te. Consegnandosi anima e corpo a essa, I' indi viduo salva/risparmia (to save) energie che potrà reinvestire in autoscoperta. A Wrenwood si tratta in capitale umano, come se si trattasse in denaro o futures: linguaggio e logica sono strettamente economici, bancari. E a Wrenwood, come in banca o sul mercato azionario, si fanno veri e propri giochi di prestigio: si fa sparire quello che non piace, per farlo ricomparire diverso e moltiplicato. Il trucco è, ali 'apparenza, semplice. Basta buttare via i pensieri negativi e guardarsi attorno con amore, immaginare un mondo esterno positivo e credere nella nostra capacità di proiettare fuori da noi. Basta assumere il "dentro di sé" come ultimo, sereno, non aggressivo, baluardo contro il mondo "fuori". "Ho smesso di leggere i giornali edi guardare i notiziari televisivi", spiega il guru della comunità, "perché ho visto la loro negatività. Se credo che la vita sia tanto devastante, lo crederà anche il mio sistema immunitario e non posso correre questo rischio". Magia nera o infantilismo di ritorno: se non le vedo, le cose brutte non ci sono; se non li nomino, i problemi cessano di esistere. Il labile, forse inesistente, io di persone come Carol viene all'improvviso pilotato ad assumersi come centro di tutto a convertirsi dall'assoluta impotenza all'assoluta onnipoten~a. La morale - alla faccia della storia, dell'economia, della politica, dei rapporti sociali - è che le malattie ci attaccano perché il nostro sistema immunitario è debole e che siamo noi a renderlo tale non amandoci, provando rabbia, covando sentimenti distruttivi, muovendoci tra odio e fragilità, accanendoci a essere crudeli con noi stessi e con gli altri esseri umani. Ci sarebbe insomma, secondo l'anestetizzante e narcisistica cultura del dolore (di cui Wrenwood è la trasparente rappresentazione) che si va diffondendo negli Stati Uniti, una sola lezione da imparare: non combattere, non cercare di trasformare la realtà, non criticare le scelte di chi ci ooverna ò , non organizzarsi, non creare gruppi di opposizione, non pensare, dissentire, immaginare il cambiamento, bensì guardarsi allo speC:_chioe dirsi "ti voglio bene". . E l'inquadratura finale dell'inquietantissima seconda parte dt Scife. Autoreclusa in un bianco bunker a forma di igloo e a chiusura stagna, persa nell'isolamento di una comunità la cui etica terapeutica riproduce sinistramente i valori della società che si è lasciata alle spalle, Caro! si mette, con timore e timidezza, a imparare la nuova parte che le è stata assegnata. L'implacabile cinepresa di Haynes si fissa su di lei, come ha fatto più volte nel corso del film, zoomando lentissimamente e staccandola a poco a poco da ciò che le sta intorno. Nuovo corpo, nuovo ambiente, stessa non-persona: dentro e davanti allo specchio c'è il vuoto. Safe, senza via d'uscita. Nota 1)Si_noti che, nella terrorizzata e ipocondriaca America d'oggi, il latte - bianca, materna, tradizionale fonte di vita e di salute-rappresenta l'assoluto tabù alimentare.

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==