Linea d'ombra - anno XIV - n. 113 - marzo 1996

38 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE ALSICURODA NESSUNAPARTE A PROPOSITO DI SAFE DITODDHAYNES Maria Nadotti I film che non si lasciano dimenticare hanno infallibilmente un colore, una prevalenza cromatica che incide l'intera pellicola e rimane addosso a chi guarda come un segnale d'allarme. Safe, dello statunitense Todd Haynes, un film formidabile che non a caso stenta a far breccia nella distribuzione italiana (prima di Natale no, perché la gente vuol stare serena; da gennaio sì, ma solo - e quasi in via sperimentale - in un microsala romana, al cinema Greenwich) è bianco. Minacciosamente bianco. La sua bianchezza infatti non ha nulla a che vedere con la convenzionale catena sinonimica e associativa - candore, purezza, pulizia, innocenza, bontà, luce - su cui dalle nostre parti neanche si ragiona, figuriamoci discuterne. Il bianco in Safe è lo sporco assoluto, sommatoria caotica e livida di tutti i colori di tutte le scorie, le plastiche, i veleni, i falsi bisogni prodotti dal mondo a cosiddetto sviluppo avanzato e dalla sua mancanza di immaginazione. In fisica esiste un'espressione, white noise, rumore bianco, che traduce alla lettera il senso di costipazione, subdola invasione, pericolo, di cui parla l'immagine bianca di Todd Haynes. Anche in regime di apparente silenzio, lo spazio acustico non è vuoto. Lo abita appunto, in forma più o meno invasiva, il rumore bianco, massa invisibile e non filtrabile di disturbi, fruscii, interferenze, residui statici. Bianco è il rumore che non si fa riconoscere come tale, astratto, impercettibile, non misurabile se non negli effetti di lungo periodo sugli esseri viventi e sul loro ambiente. È un bianco che può uccidere. San Fernando Valley, 1987, notte. Campo medio dall'alto, in interni. Di lui si vedono la schiena e la nuca e si sente il montante ansimare. Di lei si vedono il viso e le braccia, inerti sul letto. Si stanno accoppiando. Lui, una ben poco fantasiosa macchina da coito, si muove con efficienza e determinazione. La donna, come se il suo corpo non la riguardasse o fosse altro da sé, aspetta che finisca. Sul suo volto non passa niente, non piacere, sofferenza, rabbia o rassegnazione, forse solo un lieve velo di noia. Stacco. Inquadratura da incubo su un complesso di casette in legno, metà chalet svizzero, metà californiana rivisitazione dell'idea di chalet svizzero. Lo schermo è all'improvviso ingombrato da un paesaggio che non è né naturale né umano: un termitaio di nuclei abitativi ripresi in modo da farli sembrare verticalmente aggrappati gli uni agli altri. Scomparsa la natura (e il suo verde), scomparsa ogni traccia di vita. Ancora storditi da tanto violento se pur non esplicito orrore, il montaggio di Todd Haynes ci fa atterrare in un interno non meno agghiacciato. Siamo nella villa della coppia di cui sopra. Intorno- anche se in California il concetto si applica maleatmosfera da suburbi middle class. Bianca, affluente, l ~v~~en~~~ente (e in senso lato) anoressica e angosciata da problemi di "forma", la coppia sta preparandosi alla giornata. Lui andrà al lavoro con la sua bella macchina da manager intermedio. Lei resteràacasaacurare il giardino e a sovrintendere alla sistemazione dei nuovi e rigorosamente bianchi divani in arrivo. Siamo in uno dei posti più tranquilli e protetti del mondo. Colline e spazio, silenzio e cieli limpidi. Eppure l'aria vibra di tensione. Sembra l'anticamera di un noir o di un horror: dietro la facciata di assoluta normalità è in agguato una minaccia, come nelle inquadrature iniziali di Vellulo blu (David Lynch, 1986), come in Jnvasion of LheBody Snalchers (Don Siegel, 1956). Le fanno da vettore e segnale i "rumori di fondo" che impa tano ogni singola inquadratura: disturbantissimi impalpabili ronzii elettrici, un aspirapolvere in funzione, i mugolii di un frigorifero, il ticchettio di un orologio, onnipresenti programmi radiofonici che, in assenza di veri scambi verbali tra i personaggi del film (in Sqfe si parla pochissimo), ne impostano il regime discorsivo. "Eutanasia", "la fine del mondo è vicina", "il buco nell'ozono", "come liberarci delle tossine". Le fredde, scienti fiche conversazioni in arrivo dal l'etere fanno da leitmoti f alle fobiche e ripetitive microattività di chi, passivo e affaccendato, le incamera senza ascoltarle. Lei, assistita dalla servitù (chicana), organizza ossessivamente iI rito della pulizia domestica. Asettica, algida, impersonale come le pagine patinate di una rivista di interior decoralion, la casa non deve parlare di corpi che si riproducono, ma di riproduzione di un'apparenza. Pareti verniciate di bianco, mobili bianchi, latte a colazione I, la vicina lavanderia - dispensatrice di sterilizzazioni a secco in eleganti buste di plastica- frequentata con assiduità rei igiosa. La padrona di casa ha con lo spazio abitativo lo stesso rapporto che sembra intrattenere con il proprio corpo. Contenitorimaschera entrambi, essi vanno fabbricati, modellati, manipolati. Sono specchio di uno status, non della comodità, del piacere, della libertà di chi li abita/indossa. Come il corpo va piegato con ginnastiche, diete, farmaci, permanenti e impacchettato in abiti, deodoranti, profumi e trucco intrusivi, così la casa deve essere decorata e mantenuta per proiettare un'immagine. Quando, al posto dei due annunciati di vani bianco latte, arri vano due divani neri, l'universo domestico precipita nell'isteria. Il corpo del la casa non è, alla lettera, in grado di metabolizzare un colore che le è tanto estraneo. Potremmo essere nel grottesco e nella satira sociale, e invece si è inaugurata la tragedia. Poco al di làdell'isola(all' apparenza) felice di San Fernando Valley c'è Los Angeles. Superstrade, mail, silos da venti piani per il parcheggio delle auto, incolonnamenti a passo d'uomo, gas di scarico. Si ha un bel recintare la proprietà privata. Ci sono nemici invisibili che se la ridono di palizzate, muri, telecamere e vigilanti. L'inquinamento ambientale è il nemico più interclassista, democratico e insidioso che ci sia. Ci assedia da tutte le parti. Riesce addirittura a farsi comprare e servire a domicili o. Lo sa bene la protagonista, Caro I White (già, proprio così), che nei suoi giri di compere e faccende - parrucchiere, lavanderia, rettificare l'affronto dei divani neri - sperimenta la prima di una serie di paurose e solitarie crisi respiratorie. Anche se nessun medico riesce a diagnosticare il suo male e se marito e amiche si ostinano a leggere i suoi disturbi come sintomo d'altro (depressione, stress) ea non darle molto credito, i malesseri di Caro! si fanno sempre più frequenti e esplosivi. A fine millennio l'isteria femminile diagnosticata da Freud ha evidentemente ceduto il passo ai ben più gravi e pericolosi

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