Linea d'ombra - anno XIV - n. 112 - febbraio 1996

7 4 POESIA/ALLEVA su un tessuto. Le pecore di un bislacco brucano la periferia. Un mandorlo bianco, davanti alle finestre, fiorisce di notte e poi si fulmina. Ogni chiodo scarica il peso sulla sua ombra. 1lisci interruttori dalle ginocchia scattanti ... Maniglie spioventi, maniche vuote come cannocchiali, groviglio rannuvolato di tele. Una spina di tweed oltre il cardoine di un armadio stipato. li cigolio del tuo lamento, vicino a un chicchirichì. Il passo piumato di tuo padre attraverso il corrodoio: si china. Le lente maree delle tue palpebre, ventaglio doppio di tiepido sonno. Fissi lo sguardo prima di oscillare: notte che si espande e si ritira, irride serena d'alta quota, nebbia che incornicia i raggi. Eclissi di cielo. Le mattonelle a sera si fanno stabilimenti balneari. Hai piccoli reticolati dentro le narici. Le mani nella mela, i piedi nelle feci. Mentre calano le stecche arrotolate, il salsamentario zoppo esce a prendere il latte nel retrobottega. Incubo in un'aula. Accanto all'oblò degli orecchi alghe ondulate. Dalle maniche di lana piccoli tiepidi paguri. Nudo ti rannicchi, a tuo agio con te stesso come un liquido in ebollizione. Un bicchiere all'alba scompare nel marmo, agonizza la medusa sgualcita del copriletto; l'acqua dal rubinetto disegna un bavero trasparente. Immerse nel tè, le calze di cotone prenderanno il colore della seta. Confetti sull'erba i petali del melo cotogno. Il lillà incurvato dalla pioggia viene rianimato da fili di ragnatela. Gracidano le raganelle nello stagno, a sera; il vento feconda di fiori d'olmo la casa. Per salire cerchi un aggrappo, muro o cintura, e ti addormenti in posa di corsa, qualche granello di sabbia negli orecchi. Ti sporgi sull'arresto degli oggetti dopo il vuoto, lasci cadere burattini inerti senza mano. Afferri e sminuzzi avanzi di ali, col rimbalzo della voce misuri i luoghi del silenzio. li tuo primo dente seghettato: fatti vedere, fatti vedere; tu lo copri, proteggi il tuo neonato. Ride tuo padre delle tue risate, e finalmente: apri, apri! scopri fra le gengive la prima gallinella del tuo mare, dove si tuffa e rituffa il delfino della lingua. Tu sei il contagio della vita e lui ti guarda, occhi di cigno, varcare i tuoi traguardi. Brutta mosca, ti posi sul ciuccio del mio amore, saliva della nostra saliva, sangue del sangue. È gioiello, straziante a vedersi tanto è bello, e fragile, e prezioso. "Sì, proprio un vaso cinese", tu, belva controllata, io pallida dopo una sua caduta. "Ma allora, la tragedia è a due passi" ... "Sì, proprio". Con le donne intorno alla fontana: "Ho paura di mio marito". "Ma no, sapesse i miei nipoti!". Le tue vergini piante, la piccola macchia sul collo. I baci sotto le ascelle, grida, risate convulse. Amare tutti come te, anche la brutta mosca. Fila lungo la pioggia l'auto gialla, dopo un sordo battere di portiere che segna l'ora del nostro arrivo. Una riga di casette addobbate entro i vetri da povero paradiso, poi il centro in lontananza, all'improvviso. Nei grattacieli brillano i neon insonni degli uffici, e tu dormi, nella tua cuffietta rosa. Dormi, coprendo il colonnato antico dei tuoi denti. Tendi alla notte il tuo viso bianco come il palmo dell'autista. Come la piccola ruota di un meccanismo alato tu sali i gradini e arriveresti fino all'attico sulle ginocchia se io non ti afferrassi nella fuga. Eppure, prima di dormire, con terrore per te e per me vedo la caduta. Ci incontriamo a metà, fra istinto e spettri, baciando la luna sulla curva del tuo naso. Le doglie quel mattino afoso, fuori il fiume, tuonarono all'improvviso. Tu facevi male nuda ti accasciasti a cuneo intorno all'avambraccio della dottoressa. Di te vidi solo il sesso, non piangevi. Sulla sedia di formica d'ospedale, accanto allo spiffero della porta, una delle prime notti ti giurai: "Ti crescerò, ti darò in sposa". Avevi zigomi a punta, e una peluria cresciuta al buio. Ti chiamavo l'eschimese. Subito trovasti pace fra la mie braccia. Di te prediligevo la sordina in cui eri nata, che ti rendeva più mia e più regina. Pregavi con le mani serrate attorno alla mammella. Così forgiasti occhi di legno e latte, perline di sudore d'estate sopra il labbro. Così, nella maglia del fratello, le tue spalle fiere. Grido e cibo, grido e cibo. L'ansimare dei giorni si sussegue al passo col sorriso. Due gallinelle all'orizzonte quieto dei tuoi morsi, lungi dal rimorso, sono tuo primo dolore e difesa. Tutti i gesti altrui traduci in sorte sorda, pura gioia, gioco. Promessa di bocciolo, gemma rara. ( 1990-1995)

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