Annelisa Alleva ANDREAEGEMMA Annelisa Alleva è nata a Roma nel 1956. Le sue poesie sono apparse su "Nuovi Argomenti", "Paragone", "Arsenale" e altre riviste; una raccolta di versi è attualmente in corso di pubblicazione. Traduttrice dal russo, ha curato e tradotto per Garzanti i Romanzi e racconti di Puskin, e per Frassinel Ii Anna Karenina ( di prassi ma pubblicazione). Ha tradotto anche poesie inedite di Osip Mandel'stam, Anna Achmatova, Josif Brodskij e altri autori contemporanei. Dal ventre scivolasti fuori su rotaie amniotiche, i capelli scuri intrisi di sangue, la velocità accelerata dopo il tunnel, palla dagli abissi, reperto archeologico vivo. Narici frementi, unghie lunghe complici del buio ruppero una muta concentrazione. Dopo il varo del cordone reciso arrivai a baciarti sulla fronte in singhiozzi. Fronte ampia quanto un'orbita oculare, testa quanto una mammella, mano meno spessa di un guanto di lana sgualcito, ogni piede come due biscotti ... Perpendicolo della carrozzina dall'alto marciapiedi. Ma tu confidi. Franare delle ruote, là dove radici sollevano l'asfalto. Buche, frastuono. Ci aggiriamo stretti fra muri e musi di automobili. Pizzi di taffetà intatti nel cassetto. Urlo di gioia della lingua senza voce. Antenne, radiazioni. Madri sui tacchi con figli mascherati. Negozi semivuoti. In cima alla panoramica e poi indietro. Tu confidi, nel caldo berretto. Sopra la tua culla vegliano uccellini di legno. Sulla ninna nanna passa il treno. Sfilano lecci nella villa, e colonne. La bisnonna si fa pettinare, e poi si controlla allo specchio, prima che le scattino una foto con il bisnipote. Voglio una tuta d'oro, quella dell'emporio. Il bambino arrotolato perché s'infili sotto le coperte. Sognato in pentola, nel fango, in un cassetto. Spalanca un orriso quando si arriva a "issimo". lo ti mangio. Dal pigiama spuntano piedini. Curdi in prima linea mangiati a dama sui confini. Coppia di piume rosa su ciabatte frementi scomparse a un tratto Dalla sala travaglio. Capezzoli rossi contro uno strofinaccio. Il latte svelto scivola sul mento, gocciola dalla mano compatta della madre nel punto in cui l'anello lascia aprire un varco fra le dita. Il corpo sudato dalla vita più corta insegue se stesso sulla geometria turca del tappeto, in movimenti fermi. Righe marroni di spalliera contro il muro. Pettina in su i capelli della nonna, affinché il centro della testa non resti scoperto. Luce di lungofiume dei suoi denti. New York lontana. Ascensori sfiorano uffici come la barra dei canali di una vecchia radio le capitali a destra e a sinistra. Effimero sogno pomeridiano. Sei molle e pesante quando t'addormenti. Una calda cintura di carne sul ventre. Ricuci la camicia del parto sopra e sotto le spalle. Gigantesche fionde screziate fanno le parallele sul viale. Ogni inquilino mira la propria biancheria nell'occhio del dirimpettaio. Carri blindati ciechi di sabbia. Specchiato rancore in visi familiari. Due coppie di occhi infantili cambiano colore nella traiettoria dalla balaustra della stretta materna. Vincolo dell'amore obbligato. Il padre imbestialisce nel mangiare. La scossa del morso iniziale. Il pittore ha nell'imbratto l'uniforme. Figlie allo sbaraglio, foglie imbrunire, gigli accartociarsi nell'aria come polpi aggrappati a uno scoglio. Tiri il bavero per assicurarti la presa. li ramoscello d'ulivo delle tue sopracciglia. Rivoluzioni seguendo la tua vertigine incerta; nel tempo del semicerchio galattico da un avambraccio all'altro timbri spazientiti. L'acqua delle patate trabocca sul fornello. Il misterioso tramezzo dietro il quale Mirelle avvolgono intorno al mestolo la cera: odore di radio e religione. Bello il bagnetto, bello. Fischia sinistro lo scaldabagno; si finge d'ignorare il tuo disappunto. Tu invochi la quiete negli sguardi; riposi sui visi che conosci, fai scorta di baci, assorbi tutto l'amore goccia a goccia, e dopo chiacchieri canterino.
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