Linea d'ombra - anno XIV - n. 112 - febbraio 1996

70 AUSTRALIA/WINTON 1110110dieci anni prima. Una bombola aerosol era esplosa mentre stava scrutando nell'inceneritore. Lo zio Dubbo comparve dal nulla per assistere alla cerimonia di cremazione. La birra arrivò. La bevve in fretta e subito sentì il bisogno di svuotare la vescica. Barcollando lungo il corridoio verso la coda dell'aereo, gli sembrava di dondolare su un ponte di corda sospeso sopra un burrone. La turbolenza era spaventosa. Cercò di resisterle nella toilette cromata, ma ne emerse, indifferente, con una gamba dei pantaloni calda e umida. Aggrappandosi alle maniche delle giacche e a qualche sporadica chioma, riuscì a tornare al suo posto e si strinse tra gli ingombranti compagni di viaggio. I due uomini storsero il naso lanciandosi un'occhiata d'intesa, e a Thomas Awkner non fu risparmiata la vergogna. Continuò a sudare attraverso l'intero continente. Gli ci volle del tempo per capire che non era soltanto il volo a mettergli paura: era la sua stessa curiosità a spaventarlo. Mai prima di allora Thomas Awkner, il corriere, aveva provato il benché minimo interesse per i messaggi, i misteri, che portava. Che cosa c'era nella busta? Che cosa significava? Perché volare da un parte all'altra dell'Australia per consegnarla in un luogo pubblico? Moriva dalla voglia di tirarla fuori dalla tasca, tenerla contro il finestrino, annusarla, scuoterla, ma tutto questo avrebbe attirato l'attenzione. L'attenzione di chi? La sua nuova curiosità suscitò ulteriori paure. La missione poteva forse essere pericolosa? Sudava. Tutto quello che poteva fare era consegnare qualcosa e tornare indietro come sempre, quasi un elastico lo ancorasse fermamente a quella casa di amianto nei sobborghi lungo la costa. Ma tutt'a un tratto sembrava difficile. [I suo sistema filtrante stava andando in frantumi. Una volta tornato a casa sarebbe stato ancora capace di estraniarsi dai meccanismi della famiglia? Aveva imparato a farlo sin da piccolo, dall'anno in cui la zia Dilly e la zia Celia si erano accampate in camera sua. li loro russare, i rutti e i borbottii, le calze a penzoloni come serpenti della giungla e le occhiate attraverso la tenda mentre lui si vestiva: imparò a ignorare queste cose e ben presto tutte le macchinazioni della famiglia Awkner si svolsero lungo i margini estremi e grigi della sua consapevolezza. Non chiese mai il perché delle prolungate assenze dei suoi fratelli e dello zio Dubbo. Non si fece mai domande sugli enormi contenitori senza contrassegno in cui arrivava il latte, o le scatole di uova senza marchio, l'improvvisa comparsa di un televisore. Risa di cospirazione trapassavano le pareti di amianto come palle da cricket, e in tutti quegli anni Thomas Awkner studiò la disciplina dell'inerzia: guardava poco, ascoltava poco, diceva poco, faceva poco. La sua istruzione non era eccellente. Non aveva amici. E quando, all'improvviso, gli Awkner lasciarono la città pertrasferirsi a Melbourne, si ritrovò solo con sua madre. 2. Al terminal dell'aeroporto c'era una gran confusione: un'infinità di scale mobili, negozi e gente risoluta, ed era difficile farsi largo, lanciando continue occhiate al di sopra della spalla. Entrò nel la toilette per signore, dovette pagare per una scatola di ciambelle che aveva fatto cadere a terra, venne trascinato in una fila della Singapore Airlines e interrogato dai funzionari doganali. Tutto quello che voleva era un taxi, e quando finalmente trovò la coda giusta, la città di Melbourne sembrava esserne a corto. Dopo un'attesa sotto il sole, se ne accostò uno al marciapiede di fianco a lui. Salì. Allontanandosi, il tassista gli chiese dove voleva andare. "Alla galleria" disse Thomas Awkner. "Che galleria?" "La galleria d'arte." "Quale?" chiese il tassista guardandolo bene nello specchietto. Thomas Awkner non era una vista rassicurante. I sottili capelli biondi stavano ritti come frumento al sole; non si era rasato; il volo gli aveva lasciato i vestiti tutti spiegazzati. Puzzava di urina. "Quale galleria d'arte, amico?" "Quella giusta." Era confuso; non se l'era aspettato. li tassista scrollò le spalle, tirò a indovinare e girò a sinistra. "Quanto si ferma in città?" "Due ore." Il tassista sprofondò nel sedile. Dopo tutto, che tipo di persona rimane in una città per due ore? Non uno con cui farsi due risate. Accelerò. Thomas Awkner slittava di qua e di là sul fondo dei pantaloni, colpito dalla stranezza del posto. Gli edifici erano mezzo sepolti dagli alberi, le linee erano morbide e la struttura antica. Gli rammentava Fremantle, dove era nato: case che sorgevano fianco a fianco, vecchi che camminavano in vie strette. Lo affascinava. Lo inondava di ricordi di quando andava al molo con suo padre. Abitavano a Fremantle perché così era più comodo far visita ai parenti in prigione. L'aiia era piena di gabbiani, della puzza delle navi cariche di pecore e della schiuma del porto. Certi giorni Thomas andava con il padre al molo, dove incontravano strani individui e suo padre bisbigliava con loro all'ombra di gomene e alberi da carico. li luccichio della superficie dell'acqua lo allettava. Voleva sempre tuffarsi dentro. Implorava suo padre di lasciarlo sguazzare sulla spiaggetta dietro il frangiflutti, ma non c'era mai tempo e suo padre parlava di scottature e frangenti e squali. "Andrai giù come un sasso" gli diceva. Erano le uniche parole del padre che ricordava. Il taxi si fermò così bruscamente che Thomas batté il mento contro il po11acenere del sedile davanti. Per un attimo le idee gli si schiarirono. Pagò e scese sotto un sole disarmante. Gli rimaneva ancora un'ora e mezza. Doveva incontrare lo zio Dubbo cinquanta minuti più tardi qui, vicino alla fontana spenta. Faceva caldo al sole. La vista dell'acqua che scorreva lungo la vetrata lo attirò verso l'edificio. Entrò. Vi regnava un'atmosfera di sacralità. Minuscole luci dall'alto. Una calma incombente. Decise di aspettare lì dentro, lontano dal caldo, fino all'ora della consegna. Vide il suo viso sbigottito in vetrine piene di oscure opere d'arte; riconobbe il suo naso aquilino su un busto romano e i suoi occhi da cerbiatta in un dipinto a olio fiammingo. Vedeva pezzi di sé dappertutto. Normalmente non poteva neanche sopportare la sua immagine nello specchio. Passarono trenta minuti prima che notasse il soffitto e quando lo fece venne sfiorato dalla più strana sensazione. Vetrate a mosaico - a perdita d'occhio, sembrava. Fremantle. L'antica chiesa. Ricordò. A volte, tornando a casa dal molo, seguiva suo padre nell'antica chiesa dove andavano i marinai e veniva lasciato in fondo, vicino alla po11a,mentre suo padre si dirigeva verso l'altare per parlare insieme a uomini vestiti di grigio con il cappello in mano. Spesso venivano via con pacchettini che suo padre, più tardi, po1tava fuori nell'inceneritore, ma, mentre loro parlavano, Thomas era ipnotizzato dalle scene delle vetrate a mosaico lungo le fiancate della chiesa. Ogni candela sembrava puntare verso quegli strani personaggi e i loro animali. Tornando a casa, Thomas si trastullava dietro suo padre, colmo di meraviglia. In mezzo alla galleria, Thomas Awkner si tolse la giacca e si distese sulla moquette, guardando la volta di colori sopra di lui. Il tempo lo scavalcò mentre i pannelli di luce colorata lo ripo1tavano al passato. Aveva dimenticato la meraviglia molti anni fa e l'aveva sostituita con una sorta di sbalordimento sconsolato, del quale si armava per scacciare il mondo dalle strette trincee del suo letto sfatto. In quei giorni di meraviglia non aveva provato ripulsione alla vista della sua immagine, non aveva avuto paura della sua altezza.

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