Linea d'ombra - anno XIV - n. 112 - febbraio 1996

MATURAREVERSOL'INFANZIA BENNIED ELIANTO GiuseppePontremoli A Tristalia "si pecca per catechismo: piu uno è fetente, piu è premiato, piu è ribaldo, ignorante, violento, ruffiano, piu è facile che abbia un ruolo di riguardo e l'approvazione generale. Bi sogna dire che su Tris tal ia fare la carogna è l'undicesimo comandamento, una facile moda, un conformismo rassicurante, una comoda scorciatoia per ogni carriera". Dirò subito che questo non è un estratto del Rapporto Censis, ma il sospiro sconfortato di Lucifero nell'ultimo romanzo di Stefano Benni. Lo dirò subito perché leggendo Elianto (Feltrinelli 1996) mi sembra utile o necessario vincere una tentazione e superare un insidioso sospetto: il sospetto di trovarsi di fronte alla puntigliosa quanto impietosamente lucida e briosa e sferzante e colta riscrittura degli avvenimenti e degli ingredienti autentici di questo nostro inqualificabile Paese. È solo cosf che si potrà anche arrivare a considerare - e apprezzare - il libro di Benni per altre ragioni. Per esempio, per la forza inventiva; per l'avvincente incedere delle vicende; per il divertimento e il vero e proprio ridere che ne scaturisce. Si ride, infatti, e fortunatamente, leggendo il libro di Benni, anche se spesso al prezzo di molto stridore di vertebre e denti. E però mi viene anche da pensare che, a volere molto sintetizzare, è soprattutto del l'amaro che si dovrebbe parlare. Dell'amaro e del la ferocia. Una ferocia che fa pensare spesso a Witold Gombrowicz. Ma io qui voglio guardare a questo libro solo da una angolatura particolare: l'evidenza della connotazione salvifica riservata ai ragazzini. Connotazione che già aveva caratterizzato quello che, con Elianto, ritengo il libro piu importante di Benni, La compagnia dei Celestini, Feltrinelli 1992. Connotazione salvifica che colpisce ancora di piu se si considera il fatto che questi sono i suoi libri piu amari, quelli che piu impietosamente ritraggono l'orrore nel quale piu o meno beotamente o compiaciutamente tutti quanti annaspiamo. Va detto subito, a scanso di equivoci, che sarebbe meglio parlare di "ragazzini", con tutte le opportune virgolette: orfani, giocatori di pallastrada, malati di Morbo Dolce, sognatori di papaveri. Insomma dei Gavroche pepati da Jean Yigo, dei "vagabondi efficaci", dei refrattari dalle suole di vento. E quindi inquilini di Favola e Mito, ben piu che di Storia. Mi sembra che Benni abbia su questo idee molto chiare. Benni sa bene, come lo sapeva Stevenson, che è nel tempo e nello spazio dell'infanzia che esistono e vivono e ramificano i tesori e le isole, e le relative ricerche. Ma Benni sa altrettanto bene quanto necessario sia tenere presente quel che alla signora Arnoux rispondeva Frédéric Moreau nel1' Educazione sentimentale di Flaubert: "Siete buono," disse la signora Arnoux "Perché?" "Perché amate i bambini". "Non tutti!". Ma non mi sembra un caso che una frase come "Tutti i Stefano Benni. Foto LeonardoCèndamo/ G Neri giovani sono di un altro mondo" venga pronunciata, nell'agghiacciante bellissimo capitolo a lei intitolato (il trentatreesimo di Elianto), proprio da Persefone. Persefone che snuda come i tortuosi e sfiancanti versanti del vivere non possano avere che esiti totalizzantemente mortuari; Persefone che aguzzando lo sguardo sul limitare della gioventu ne vede l'inesistenza di linee d'ombra e il solo sopravvenire di un orrore alla cui forza annichilente sembrerebbe potersi soltanto contrapporre il cibarsi di topi o di carne umana. Dalla stessa Persefone è però riservata a Elianto la possibilità di continuare a essere altro. "Siete spaventati? È giusto esserlo. Ora che la nebbia si dirada e vedete il liquido che si è depositato, limpido senno vitale, ora avete paura perché sapete che ogni integrità e nitore può nascere dal nero e dal velenoso, e lf ritornare, la vita cercherà di cambiarvi, scuote forte I' ampolla e vi spinge uno contro l'altro, luccioline, e dovrete lottare perché la vostra amicizia e ricchezza e fratellanza non si disperdano, perché la fiala resti trasparente, imparate dal dolore, non temete che vi abbracci e vi contagi, portate questo senno a Elianto e ditegli che la luna verrà a visitarlo ogni volta che vorrà, ditegli di continuare a sognare, ditegli di resistere. Che non dimentichi nessuna delle storie che ha inventato, dei personaggi che ritaglia nella mia ombra, delle città che vede in delirio, dei mostri e dei prodigi, tutto ciò che è stato mortificato è risorto, e ora traspare luminoso non per andare in paradiso, ma per restare qui tra noi, qui in poche gocce è iI miracolo, sul

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