Linea d'ombra - anno XIV - n. 112 - febbraio 1996

ABBIAMOVINTO... MA NESIAMOSICURI? Filippo La Porta Dunque, innanzitutto, quando dico "abbiamo vinto" mi riferisco alla rivista "Linea d'ombra" e alle cose che diceva, un po' isolatamente e rischiosamente, all'inizio, nel 1983. La polemica contro prosa d'arte e metaletteratura, e poi contro l'autobiografismo incontenibile e tardoadolescenziale. Queste cose "Linea d'ombra" le diceva anche "rischiosamente" perché era facile passare per nostalgici dell"'impegno", per cultori inattuali del neorealismo: l'indice dei primi numeri ospitava perdipiù testi di Pratolini, Bilenchi, Zapponi, Tonino Guerra. Bene, da allora gli scrittori italiani hanno cominciato a raccontare il nostro paese nei minimi dettagli e in tutte le sue pieghe, con alacrità e con impegno. Altro che e autoreferenzialità e narcisismo ! Dunque, si può dire che abbiamo vinto, anzi stravinto. La Realtà campeggia quasi ovunque in posizione sovrana. r nostri romanzi traboccano di personaggi, di trame, di intrecci, di vissuto. Ma: si tratta di vera vittoria? Non sarà che tutti hanno precipitosamente scope1to la realtà quando questa era diventata irreale? O forse, come per la politica, è accaduto negli ultimi anni che si è vinto quando ormai la cosa non importava più tanto (dato che lo scontro si era spostato su tutt'altro fronte, e magari altri avevano raccolto astutamente i frutti della propria decennale battaglia ...). Certo, i libri di Maggiani, Bettin, Onofri, e Culicchia, Cardella, Ballestra, B1izzi, e poi i reportage na1i-atividi Pivetta, Deaglio, De Cataldo, ci parlano dell'Italia di questi anni, di una realtà sociale corposa, molto riconoscibile: il porto di La Spezia, il paesino siciliano, le ciminiere di Porto Marghera, l'hinterland milanese, i supermercati di Pordenone, e poi la sterminata provincia, i licei bolognesi, lo "struscio" pescarese, la mafia, gli anziani, gli extracomunitari ... Il problema però non è tanto imitare la "realtà" (meno che mai oggi, quando la realtà è quella delle immagini televisive e dei giornali, indecifrabile impasto di realtà e finzione), quanto, forse, "inventarla" (per quanto ciò suoni paradossale). In una intervista recente Raffaele La Capria affermava che la realtà non esiste, che è "un'invenzione che ognuno si gestisce a modo suo", ma, aggiungeva, "un'invenzione che tutti possono capire" (mio il corsivo), dato che poi riguarda appunto una realtà comune a tutti (coni suoi meccanismi, le sue leggi, la sua logica). Insomma, credo che lo sforzo dello scrittore consista precisamente nel rappresentarci non la realtà ma la logica della realtà, qualcosa che può celarsi in profondità o anche nascondersi alla superficie, ma che sfugge a una presa immediata. Se dovessi definire con un' espressione questa logica della realtà direi che consiste essenzialmente nel!' esperienza del limite, che ognuno fa quotidianamente (esperienza di dove cade cioè il limite che incontrano i nostri sentimenti, pensieri, sogni eccetera). In questo senso la "realtà", proprio come la "verità"di cui parlava Machado, ha bisogno di essere "inventata"; implica cioè una buona dose di immaginazione, di attenzione (oltre che di passione e di molta solitudine). Oggi non sentiamo tanto il bisogno di "realtà": anzi siamo pervasi, schiacciati da un "troppo" di realtà (dispoticamente immanente), da un pieno direi "imploso"di immagini e di parole e di rumori di fondo. La realtà stessa è diventata virtuale, miscuglio indistinto di verità e menzogna: nell'ultimo romanzo di Veronesi, Venite venite B 52, la figlia del protagonista, Viola, ha una sindrome da videogioco diagnosticata come "fantasie non strutturate". Credo che tutti noi soffriamo di una sindrome da videogioco, che altera itTeparabilmente il nostro rapporto con le cose (e la nostra nozione del limite). Dunque, quello che ci occotTe, e che chiediamo (disperatamente) agli scrittori non una inerte e statica fotocopia (da instant-book), una mimesi fedele del reale (che è già di per sé una mimesi), ma, per usare le parole di un critico letterario eccellente, Salman Rushdie, una capacità di "rimuginare persone, dettagli, luoghi, rigirandoli più volte per cavarne ogni significato", un metodo da "rumfoante" che lo scrittore anglo-indiano ha attribuito a Heinrich Boli. Dove, già l'immagine del ruminare, di una masticazione lenta, paziente, accurata (e perfino un po' ottusa), rimanda a un aspetto imprescindibile della letteratura, ovvero il rallentamento del!' esperienza, la dilatazione (o decongestionamento) dell'attenzione, la depurazione dello sguardo (da tutto ciò che può appannarlo, dagli schermi ideologico-culturali o perfino da una intelligenza troppo vigile e ansiosa di dominare le cose). E, forse, "inventare" la realtà significa riuscire a vederla un po' tutta come "strana", ovvero, secondo il dizionmio Devoto-Oli, "insolitamente difforme dal consueto, sf da suscitare perplessità, sorpresa o anche singolare interesse e curiosità". La "normalità" tipica del nostro tempo è composta infatti di tante anormalità individuali, di tante eccentricità itTiducibili: la nostra non è neanche più l'omologazione descritta da Pasolini, ma una eterogeneità omologante, un uniforme e monocromatico patchwork (per definirla abbiamo infatti bisogno di definizioni ambigue e ossimoriche). 1n un certo senso poi la "verità" è sempre "strana": per poterla cogliere dobbiamo agitare e movimentare la superficie delle cose, metterci da un punto di vista "difforme dal consueto". Ora, la rappresentazione della "logica della realtà" implica oggi una forte "contaminazione" (per usare un termine già molto usurato), il rimescolamento tra generi e livelli e registri diversi, la coesistenza cioè di intetTogazione alta (su di noi, sull'esistenza, sulla sua immedicabile ferita originaria) e intrecci avvincenti, di moralità severa e risentita e di storie e personaggi appassionanti. Osserva sempre Rushdie (nel suo Patrie immaginarie) che solo i romanzieri americani hanno saputo dimostrare che "la letteratura può assumere la forma del divertimento popolare senza perdere in serietà". Ho l'impressione che qualsiasi contenuto etico (per non scadere a vuota e nobile retorica) debba passare attraverso una forte mediazione comunicativa e discorsiva (per Debenedetti anche il romanzo più liricheggiante contiene costituzionalmente un momento discorsivo), che insomma qualsiasi "messaggio" si debba incarnare dentro storie e destini individuali, attraverso il fuoco alchemico (e vivificatore) di un'affabulazione capace di suscitare curiosità. Un maestro della critica moderna come Leavis, nel suo memorabile La grande tradizione se la prende un po' ingenerosamente con Dickens, perché, pur riconoscendogli genio e grandezza di un classico, osserva che che "il suo era l'ingegno di un entertainer" (e altrove precisa "entertainerpopolare"). Ricordo che proprio Tondelli aveva posto a epigrafe di un suo romanzo (Rimini) la frase del cantante Joe Jackson: "Non sono per molti versi che un entertainer". L'ultimo libro di Veronesi può essere letto anche come pirotecnico romanzo civile sull'Italia di oggi e insieme come un canto elegiaco sull'Italia sparita, su quel paesaggio montaliano, argenteo e profumato, su cui il protagonista Ennio a un certo punto si masturba lentamente. Ma, e qui sta precisamente la cifra di Veronesi, si tratta di una elegia dolente, anche straziante, ma come idealmente eseguita da quel complessino sgangherato di provincia, i Los Locos, di cui un tempo faceva parte il protagonista. Dunque: dialogo critico con il proprio tempo e sublime entertainment, intensità e spettacolarità (auspicava

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==