46 GRECIA/ SAVVIDIS Pròdromos Savvidis così Pròdromos Savvidis è lo pseudonimo del noto attore Minàs Chatzisavvas (Atene 1948), e ne rivela l'ascendenza microasiatica. Questa sua ascendenza di profugo è rivendicata nella prima raccolta di racconti, li seme ( 1981), ambientata a Nea Smirni, il sobborgo ateniese che ricorda la gloriosa città ionica incendiata nel 1922, ricercando nei ricordi dell'adolescenza le radici di una diversità, che affondano in sensibilità, intensità di sensazioni e bisogno di comunicare, mortificate dalla confusione e dalla insensibilità di una società in rapido disfacimento. Le due raccolte successi ve, Un'anima persa ( 1983) e Due gocce cli pioggia ( 1985) indagano sulla solitudine metropolitana e la difficoltà di comunicazione con un prossimo spesso indifferente, e sulle complesse dinamiche degli amori, omosessuali o no, di creature sensibili ma spesso disorientate e sperdute nei meandri di una vita che sembra aver perduto il vecchio senso senza peraltro acquisirne uno nuovo. E adesso, cosa poteva rispondere? Perché aveva tirato il segnale d'allarme? Qualunque cosa dicesse, che senso aveva? Non avrebbero capito niente. Preferì articolare un semplice "Così" sapendo che in questi casi, e soprattutto nello specifico, una risposta del genere insieme a un sorriso innocente, di solito chiude la bocca, fa prendere agli occhi altrui un'espressione di malcelata inquietudine, per qualche strano pericolo interno, e dato che non vogliono che la faccenda diventi troppo grossa, impongono le debite sanzioni e la cosa finisce lì. Tutto era cominciato da quel giorno che aveva fatto tardi al lavoro e aveva preso il treno, chissà che non arrivasse un po' meno in ritardo. Il treno non lo prendeva mai. Perché avrebbe dovuto prenderlo? La distanza fra casa sua e l'ufficio era poco più di una fermata. D'altronde, faceva anche ginnastica. Tutto il giorno seduto, un quarto d'ora a piedi tutte le mattine gli faceva bene. Però aveva fatto tardi, e l'aveva preso. E l'aveva visto. Da allora, per circa mezzo anno, non era mai più andato a piedi. Lo vedeva per tutto il tempo che ci voleva, al treno, per coprire la distanza; scendeva e se ne andava sollevato al lavoro, e poi via daccapo il mattino dopo. Era come se lo conoscesse da bambino. Dato che fin dal secondo giorno aveva avuto la certezza che entrava sempre nello stesso vagone - evidentemente per scendere proprio davanti allo sportello dove ritirano i biglietti, per non aspettare in coda all'uscita- le cose andavano via lisce. Che abiti preferiva, che cosa gli piaceva leggere, quando aveva fatto la notte in bianco, quando era di malumore, che persone attiravano la sua attenzione - per non parlare dei minimi particolari dei suoi tratti - tutte queste cose le aveva imparate prestissimo. Voleva però sapere altre cose di lui. Alle prime ferie lo pedinò. Venne a sapere dove lavorava, da quanti anni era impiegato lì, come si chiamava; un pomeriggio lo aspettò e scoprì anche il sobborgo dove abitava - non aveva famiglia - che cosa faceva di pomeriggio, di domenica, che cosa gli piaceva comprar da mangiare al ristorante del rione; il postino non gli aveva lasciato lettere neanche una mattina, chi salutava, chi frequentava casa sua, a che ora andava a letto la sera, che musica ascoltava, tutto. Scoprì tutto. Non restava altro che parlargli. A un certo punto avrebbe trovato l'occasione. Quella mattina il treno era in ritardo. Per fortuna lui era in cima in cima alla banchina e sarebbe entrato per primo. Sarebbe entrato di sicuro. Naturalmente il treno era pieno da scoppiare. Quando la porta si fermò esattamente davanti a lui, lo vide incollato dietro il vetro come un perfetto simulacro dell'uomo ideale del nostro tempo, in qualche museo fra migliaia di anni, con la paura che la teca si apra e per caso si rovini. Aprì. Non poteva entrare. Solo incollarsi a lui, e se si fosse infilato fra le sue braccia stringendolo un poco per lasciar chiudere la porta, allora il treno sarebbe partito. Fu quello che fece. Non credeva al suo tatto. Ormai però, qualunque cosa avesse detto sarebbe stata insignificante di fronte a questo contatto inatteso ma rivelatore. Vide anche un po' i suoi occhi indifferenti, aprì le labbra per bere il suo fiato, alzò la testa, vide il segnale d'allarme e lo tirò. Sapeva che la fermata si avvicinava e voleva prolungare la fine. Il treno non lo prese mai più. In ufficio ci andava a piedi. Solo qualche volta si fermava per strada sopra quegli sfiatatoi con le griglie di metallo e sentiva passare il treno. Lui doveva esserci dentro, lì sotto. Quando non ci capitava ali' ora giusta, faceva finta di allacciarsi una scarpa e aspettava. Mica per nient'altro, così! da Due gocce di pioggia, Atene 1985. Nasos Vaghenàs POESIE Un lungo discorso a palte meriterebbe la poesia greca contemporanea. Qui vorrei accennare solamente alla produzione di Nasos Vaghenàs, che ha cominciato a scrivere negli anni successivi alla dittatura di Papadopulos. Nella poesia e nella prosa greca di quel periodo si era riacquistato il gusto di chiamare le cose con il loro nome, il piacere di colpire nel segno senza parafrasi e la voglia di armare le parole di una fo1te valenza politica. Vaghenàs, che è uno dei principali esponenti della produzione poetica della cosiddetta generazione del Settanta, pur vivendo in quella precisa realtà politica (nella quale ogni manifestazione studentesca sembrava rinnovare il Maggio del 1968 francese) non rimane incantato dai co1tei e mantiene un personale distacco. La sua poesia è un'esperienza concreta, fatta di ricordi che emergono dal quotidiano - ma non per questo meno struggenti - e di emozioni provocate da oggetti comuni. Il contatto fisico con la donna e con l'amore è già memoria nel momento stesso in cui viene vissuto; il filo che separa la vita dalla molte, per quanto sottile ed impercettibile, è l'orlo di un baratro incolmabile. La molte è impalpabilmente leggera, e la si può ingannare solo per brevi istanti, cioè in quei momenti in cui il corpo di un uomo e quello di una donna "stabiliscono un colto circuito" (sono parole di Vaghenàs). Vagabondaggio di un non viaggiatore Uccelli, ed altro Si ami ciò che si deve amare. Per es.
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