Linea d'ombra - anno XIV - n. 112 - febbraio 1996

40 GRECIA/ CHULIARÀS città, un po' più in là del sanatorio. Comunque era una casa isolata. In genere chiusa e disabitata, soprattutto verso la fine di settembre. Pavlos Linatsas possedeva il suo carro, se stesso e la casa. La casa del vicolo di Alibàba. In questa casa ci pioveva sempre dentro, e Pavlos Linatsas, ogni sera, percorreva da solo quei pochi passi fino alla porta di casa, vacillando da una parte e dall'altra come se avesse bevuto. Dopo questa casa c'era l'ultima casa del vicolo. Una grande casa a tre piani. Doveva avere un sacco di stanze. Un sacco di sedie, di divani, e di letti. E forse dai soffitti pendevano lampadari di vetro colorato. Forse venivano anche delle sarte che appoggiando lievemente il ginocchio sul pavimento, sistemavano tutt'intorno l'orlo delle vesti delle signore della casa, perché in quella casa dovevano esserci tante signore. Io, comunque, questa casa, me la immaginavo sempre vuota. Con le finestre aperte e un impercettibile venticello tra le stanze. Ed ero sicuro che, lì sopra, se avessi guardato dentro quelle finestre alte, di notte con la brina, vi avrei visto qualcosa di simile a quelle antiche botteghe albanesi piene di ogni cosa, tutte illuminate. E le porte si sarebbero aperte e di tanto in tanto si sarebbero sentite delle nenie. Dopo avrei visto uscire ad uno ad uno, alla luce della luna, gli uomini delusi mentre si allontanavano camminando accuratamente sul fango, stiracchiandosi con tutto il corpo per lanciare certi sputi luccicanti, che facevano passare con arte, e con schifo, attraverso i denti radi e neri. Molte volte salivo lungo il vicolo di Alibàba, altre volte scendevo. Ma le volte che salivo, pensavo sempre all'altra parte. Quella che volgeva verso sud: verso quella parte dove c'era il mercato, le piazze con il vocio della gente, e la grande strada asfaltata che portava a Ambrakiko e alla capitale. Questa parte della strada aveva due case in tutto, entrambe su un lato. Erano come stazioni di guardia di frontiera, e tra di loro c'era un muretto color giallo zolfo che andava senza interruzione lungo tutta la strada. Dietro questo recinto c'erano volte - soprattutto a mezzogiorno con il sole - che mi sembrava di sentire il rumore dell'acqua in un porto inesistente. li mare, pensavo. Un mare chiaro, turchese, che va e viene, lasciando lì, sul bordo del muretto, tracce indelebili - strisce immobili di acqua - come linee di confine su una carta geografica antica. Adesso com'è che mi è preso di mettermi a parlare del piccolo vicolo di Alibàba, non lo so bene neanch'io. Forse è perché molte volte, come adesso, penso a quella piccola imperfezione del nome. Quello scambio dell'accento. Di regola il suo nome, al tempo dei turchi, doveva essere "vicolo di Alibabà". Chissà se aveva a che fare con quella antica favola orientale, quella con i quaranta ladroni e con Alibabà che conosceva il segreto. Della parola magica che apriva la porta della grotta e metteva in mostra i tesori, dando così una soluzione liberatoria, come di solito avviene nelle favole. Penso, dico, a quella piccola imperfezione del nome, che da una parte lascia libero il pensiero, dall'altra ti conduce ad un'altra sensazione. Di nuovo trovo che l'uomo non sbaglia. Il povero uomo che deve salire ogni giorno della sua vita, sospeso nel1'ignoto. Non sbaglia perché è giusto che la strada sia stata chiamata di Alibàba, perché le parole magiche, quelle che sciolgono gli enigmi, non esistono. Esiste solo la vita di ogni giorno. Una vita muta, senza via d'uscita, che sale e scende come il mercurio dentro il vetro sigillato della memoria, una vita che ci pesa. ' Perché adesso che vi parlo so bene che non sono riuscito mai ad allontanarmi da lì. Sono ancora lì, sulla salita di Alibàba, e salgo e scendo senza parlare, senza neppure una parola magica in mente. tratto da To Mitakakok (Il bakakok), Atene 19885 Note I) Markos Botsaris è un eroe della guerra di liberazione ( 1821). 2) Vezzeggiativo di nome proprio maschile. Due immagini di Tirana 1. Ciò che vedo stendersi sul campo, in una vecchia fabbrica di Tirana, è un giardino. Un giardino di lana, notturno, pieno di fili. Sul margine stanno appoggiate due ragazze. Ci sono anche altri due che stanno a guardare. Quelle, più in alto, tendono le mani con esitazione. Con le mani, con le dita, fanno come se disegnassero dei rombi e un triangolo. Insetti mitologici e rami contorti. Una luce forte sfoca l'immagine. Le due ragazze, con indescrivibile timidezza, come se sapessero di imitare movimenti che sono già avvenuti molto tempo fa, scopiazzano in maniera maldestra la vita per fare un piacere all'immagine. 2. Nella fotografia accanto vedo una palestra. Le finestre sono aperte e vi entra la luce. Luce forte, del mezzogiorno, proveniente dall'esterno. La sala è piena di bambini: ragazzini, in fila, con le tute. Stanno in equilibrio su un piede e hanno le braccia aperte, spiegate, come se volassero. La posizione è perfetta, come i movimenti. Tengono la testa alta ed immobile. Guardano avanti, con una certa severità. Fuori dalle finestre aperte, vedo la strada e gli alberi. Si intravede anche la schiena di una ragazza ed i capelli mossi dal vento. Nella palestra i bambini stanno immobili: nella posizione che dicevo. li loro atteggiamento dovrebbe indicare -credo- l'immagine della perfetta disciplina, se non la disturbasse uno di loro. Ed era il primo della serie. Un ragazzino magro con un pugnetto d'aria tra i capelli, che non guardava dritto in avanti come gli altri. Aveva girato la testa e guardava verso fuori. Guardava verso la strada e la vita, e sarebbe uscito fuori dalla riga, credo, se non fosse esistita quella mano che si vede in un margine della fotografia: una grande mano maschile - senza alcun possessore - tratteneva il bambino per il mento. Con rabbia quelle dite nervose stringevano quel bambino indisciplinato, ma era ormai troppo tardi. Per amore della vita, quel bambino, aveva già annullato la fotografia. 1981 da L'altra metà. Sedici storie di passione controllata, come favole, Atene 1987, II ed., pp. 66-68.

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