Linea d'ombra - anno XIV - n. 112 - febbraio 1996

38 GRECIA/CHULIARÀS Nikos Chuliaràs RACCONTI Latelefonata Il maestro in pensione Kimon Papavranussis, di Aristi, abitante in via Iatridu 54 a Kallithea, sognò per tre notti di seguito lo stesso numero di sette cifre che somigliava ad un numero telefonico. Lo vedeva proiettato chiaramente - senza nessun altro segno distintivo - sullo schermo di una vecchia televisione che trasmetteva in una stanza vuota-senza alcun mobile-dove in un angolo era poggiato un unico albero di cartone tutto rosso. La terza volta quando si svegliò si ricordava ancora il numero e per questo lo scrisse su un fogliettino di carta che aveva lì accanto, e poi sfogliò per ore e ore l'elenco del telefono per trovare iI nome cui era abbinato il numero, e lo trovò. Era il nome di una ragazza che un tempo aveva realmente amato. La stessa notte - nel sonno - le telefonò ma era già troppo tardi. Erano passati cinquant'anni e quella ragazza dormiva nel fondo di una vecchia che non si ricordava più di niente. • nel numero di febbraio: • llco~o dellera rme. Perchènonfinno perDiPietro. L'Italia dellefamiglie. Morire ~ perMaastriclit? Gratisper voi il libro: Risorsauomo • Parte~rima:laformazione a cura di StefanoZamagni Il vicolodi Alibàba Il vicolo di Alibàba è una strada. Una stradina in salita, del tutto insignificante, centoquarantacinque passi, di notte con la neve, e centotrentasette di giorno, con il bel tempo. Iniziava dalla parte degli alberi dell'ospedale, faceva un piccolo dosso sulla destra, e poi tirava dritto, sbucando nella via per Karavatià. A destra, salendo, c'erano quattro case piccole con iIgiardino, e una grande. Con quella grande la strada finiva. Questa casa era dipinta di rosso scuro, come il sangue della lepre, e aveva da tutte le parti muretti e tutt'intorno piante rampicanti verde scuro. Questa parte della strada la rivedo nei miei ricordi sempre al tramonto, e sempre in salita. E ricomincio daccapo, dalla stessa parte della strada. All'inizio-inizio, all'imbocco del vicolo, la prima casa era bassa, a pianterreno, immersa nel verde. Sulla strada dava solo un muro e l'unica apertura verso l'esterno era una porta interna e le finestre. Il giardino era un po' trascurato, e pieno di buche. C'erano alberi alti e folti e un vicoletto pavimentato che passava in mezzo a cespugli di rosmarino. In questa casa ci sono stato due volte. Una volta in quanto ufficiale di artiglieria, e una seconda volta come professore di educazione fisica. Tutte e due le volte ci sono andato di nascosto per incontrare Lucia, la figi ia di Paschos, ma entrambe le voi te non mi aspettava nessuno. Tutte le altre volte che passavo davanti a questa casa-ormai Io avevo deciso - pensavo che lì abitavano una o due famiglie originarie di Meropi. Gli uomini saranno stati artigiani, intagliatori di legno, e le loro donne avranno avuto sempre in mezzo ai piedi un sacco di fiaccole pasquali, tutte belle incise, da dipingere con linee sottili parallele. Rosse, azzurre e dorate. Chiacchierando tranquillamente e di tanto in tanto canticchiando: "Markos Botsaris saetta, oh, oh, Markos Botsaris saetta ..."1 • Un po' più su di questa casa c'era un recinto basso pieno di ortiche. Più oltre c'erano le altre due case del vicolo. Ritirate dalla strada, immerse tra i pruni e le piante di malva. Tra l'una e l'altra c'era anche un piccolo chioschetto di legno. Che spuntava tra le piante pieno di intagli e vetri colorati. In queste due case non ci sono entrato mai. Mi ricordo però di esserci stato come Dimitris Sichlimiris, tenendo sotto braccio il mio violino. Passavo lentamente camminando sull'erba con attenzione, come se temessi di calpestare qualcosa che poteva mettersi a gocciolare o a urlare svelando il mio passaggio. Non so esattamente perché, ma queste due case ce le avevo in testa sempre insieme, come se fossero una sola. Pensavo che fosse la casa di uno che si divertiva di nascosto con le vedove, in periferia. Lo pensavo anche se spesso vedevo un bambino che andava di qua e di Inel giardino, e, oltre il chioschetto, sentivo una monotono voce femminile che, con un lamento, diceva sempre la stessa cosa: "Ghiannaki, .... Ghiannaaaki ..."2 . Nella parte posteriore della casa c'erano due alti alberi di noci, pieni di foglie. In mezzo vi passava il vento e di tanto in tanto si sentiva ilfrrt delle cornacchie che lasciavano tutte insieme i rami neri e volavano in stormo, verso il nord. Un po' più in alto, lì esattamente dove finiva il muro delle case, ne iniziava un altro. Umido, pieno di muschio ed erbette, dirupato nel mezzo. Lì c'era la casa di Linatsas. La stessa che vedevo salendo dalla

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