dunque, rischiano di diventare fuorvianti - dal cibo alle piante, dal l'organizzazione dei rapporti fami Iiari al sistema delle festività, dalla scuola alla casa, dal senso del tempo al senso dello spazio: se il rosmarino evoca per noi italiani l'arrosto, per i greci è una pianta funeraria, mentre il basilico è ornamentale, e nulla ha a che fare con la passata di pomodoro. li cipresso, viceversa, non è affatto un albero cemeteriale, ma rappresenta piuttosto una metafora della virilità giovanile. Così, un amore tra cugini in Grecia è scabroso quanto un incesto, mentre l'omosessualità femminile è praticamente ignorata (come in molte società patriarcali) e quella maschile, quando non si identifichi con l'effeminatezza, non è quasi rilevata. Ma a parte le infinite piccole differenze della vita quotidiana, è importante tener presente che l'evoluzione storica della Grecia è separata da quella dell'Europa Occidentale dal tempo delle invasioni barbariche, e ha punti solo apparentemente in comune con quella dell'Italia: ci sono l'Impero Romano e le invasioni barbariche, le dominazioni straniere e l'irredentismo, le guerre d'indipendenza e le guerre mondiali, ma in tempi e in campi diversi, dal medioevo ai giorni nostri. Così la Grecia non ha mai avuto un sistema feudale proprio, e quindi non ha avuto i suoi conti e i suoi marchesi: ha avuto i nostri, ma come dominatori stranieri, dopo la IV Crociata (per cui il termine "Crociata", nel senso comune greco, non ha mai avuto lo stesso senso vagamente nobile che può aver avuto per noi). E la dominazione turca, che ha interessato per secoli la maggior parte dell'attuale Grecia (tranne le isole Ionie), è stata ben diversa perfino dalle tanto vituperate dominazioni francese o spagnola nel Sud: se non altro, sia spagnoli che francesi erano cristiani, addirittura cattolici, proprio come i popoli che governavano (e anche gli austriaci al Nord, del resto). Così, è vero che l'unità nazionale è stata completata più o meno nello stesso torno di tempo (con le guerre balcaniche per la Grecia, nel 19I 3, e dopo la prima guerra mondiale per l'Italia), però altro è stato il fallimento dell'impresa dannunziana di Fiume nel 1919, e altro la catastrofe d'Asia Minore, nel 1922. Proprio la catastrofe d'Asia Minore, del resto, è uno dei nodi principali della storia e quindi della letteratura greca contemporanea: un evento che per noi non esiste, che nei nostri libri di storia del Liceo sta, insieme al Trattato di Sèvres (il trattato di porcellana!), in un paio di righe, per una Grecia appena riunificata, di poco più di 6 milioni di abitanti, ha significato l'arrivo di oltre un milione di profughi dalla Ionia, dal!' Asia Minore e dal Mar Nero: fatte le proporzioni, non ha niente a che fare nemmeno con l'esodo degli italiani dall'Istria, successivo alla Seconda guerra mondiale. Bene: la cosiddetta Generazione del Trenta, poeti e prosatori, nelle sue opere vede la realtà della Grecia attraverso questa catastrofe, in seguito a questa catastrofe che per noi non esiste, e i cui riferimenti non hanno per noi quasi nessun riscontro emozionale. Quanto poi alla Seconda guerra mondiale, si tende troppo spesso a dimenticare che nella guerra d'Albania siamo stati noi il nemico - e siamo stati anche l'aggressore. E che, anche dopo l'otto settembre, la vicenda della Resistenza è stata solo apparentemente parallela: è vero che ci sono stati molti soldati italiani che, intrappolati in Grecia, hanno combattuto coi Greci contro i Nazisti, o sono rimasti per mesi a lavorare la terra presso le famiglie che I i nascondevano (perché, come dicono i Greci, siamo "una faccia, una razza"), però questo è l'unico punto in comune, di cui peraltro i giovani non sanno niente. La conci usione della vicenda resistenziale, poi, è stata diametralmente opposta, in Grecia e in ltalia: in Grecia non c'è stato GRECIA/MARCHESELLI 37 nessuno sbarco alleato, e la liberazione è arrivata già nel!' ottobre del 1944. Dunque, non c'è stata nessuna vittoria della Resistenza, nessuna epurazione dei collaborazionisti, nessuna nascita della Repubblica, nessuna costituente e nessuna riconciliazione nazionale: al contrario, c'è stata una sconfitta della Resistenza, una reimposizione della monarchia, una sanguinosa e disastrosa guerra civile durata fino alla fine del decennio, col suo corteo di fucilazioni, condanne all'ergastolo, confini ed esili. E questi sono gli eventi che fanno da sfondo alla letteratura neogreca del dopoguerra: sottintesi fino alla metà degli anni Settanta, poi per alcuni anni ossessivamente portati alla luce, e attualmente di nuovo scivolati in secondo piano, ma non dimenticati, almeno nelle loro conseguenze: distruzione del tessuto sociale arcaico delle campagne, inurbamento, nascita delle mega- . lopoli. L'emigrazione meridionale nel triangolo industriale ha creato anche in Italia l'ipertrofia delle aree metropolitane - ma sia le cause che le conseguenze sono state diverse, pur nel!' apparente similitudine: motivazioni soprattutto economiche, o di miglioramento sociale, per i giovani che lasciavano la terra per diventare operai a Torino o a Milano; fuga dalle campagne devastate dalla guerra civile, e poi avvelenate dalla repressione e dalla sorveglianza poliziesca, per perdersi nelle città, che consentivano agli ex-partigiani e ai loro figli di mimetizzarsi meglio negli anni Cinquanta, e poi ancora ai loro nipoti durante la dittatura dei Colonnelli (1967-1974). Un destino balcanico, insomma, ora tornato di grande attualità. Se alle cause storiche, che influenzano la materia dei racconti e dei romanzi, si aggiungono tutte le altre cose che abbiamo visto prima, si capirà perché esiste una sfasatura, non immediatamente percettibile, ma non per questo meno importante, fra l'emittente e il ricevente, e perché la trasmissione risulta disturbata. Un solo esempio, a caso: uno dei personaggi del bellissimo racconto di Christòforos Milionis Ka/amàs e Acheronte, il PapaFusekis (alla lettera: "Don Cartuccia"), viene biasimato dal suo Vescovo perché "la butta un po' troppo in politica". Questa era, a mio modo di vedere, l'unica traduzione possibile per l'espressione usata dall'autore, che letteralmente sarebbe: "la butta un po' troppo sul Voi vittime cadeste e sullo tsàmiko". Dove il Voi vittime cadeste è la marcia funebre dei funerali partigiani, in cui si cantava l'inno per i morti della Rivoluzione russa del 1905, e lo tsàmiko è un ballo della tradizione popolare greca, prettamente maschile e ricco di ricordi dei canti cleftici e della rivoluzione contro i Turchi, ma pur sempre un ballo. Ora, dove mai s'è visto ballare un prete, nelle nostre campagne? Certo non ballava il Don Camillo di Guareschi, che pure era stato partigiano con gli Azzurri. Il Vescovo di Milionis per non si sogna neanche di scandalizzarsi perché il prete balla, come potrebbe sembrare a noi: ma proprio perché balla lo tsàmiko-e cioè è entrato un po' troppo nello spirito resistenziale, tanto che ai funerali canta con gli altri anche gli inni rivoluzionari: è, in altre parole, un partigiano come tutti gli altri, e per di più di sinistra. Insomma: se la letteratura neogreca in Italia non riesce ad avere la fortuna che merita è colpa dei lettori, che non sono sufficientemente competenti, o siiff1sants, per dirla con Miche! de Montaigne; colpa anche dei traduttori, che spesso non riescono a rendere la ricchezza dei testi, a meno che non siano profondissimamente competenti non solo della lingua, ma anche della società: non è invece colpa degli scrittori, che sono certamente all'altezza dei loro contemporanei di altre culture più recepite perché più conosciute, come dimostrano i brani che vi proponiamo.
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==