Linea d'ombra - anno XIV - n. 112 - febbraio 1996

Lucia Marcheselli Loukas ALTRIPERCORSI Il lamento sulla scarsa diffusione della letteratura neogreca in Italia fa parte ormai dei luoghi comuni, sia per gli addetti ai lavori che per gli appassionati. Non è però, forse, superfluo esaminare davanti a un pubblico più vasto le cause della difficoltà di "espo1tazione" di questa letteratura, così vicina e così sconosciuta, cause che in parte sono abbastanza generali ed evidenti: prima di tutto, lo scarso amore per la lettura degli italiani, con conseguente riluttanza degli editori a pubblicare opere di "sconosciuti". Poi la difficoltà di una lingua, minoritaria quanto al numero dei parlanti, e isolata a paitire dal suo alfabeto, per cui non è facile trovare traduttori, da sfruttare approfittando della concorrenza. Infine l'enorme prestigio della letteratura greca antica, che ha messo in ombra per secoli tutto quello che è successo dopo. A queste cause, che dipendono da noi in quanto riceventi, e sono dunque in buona misura soggettive, se ne aggiungono altre più serie, che direi oggettive e che dipendono piuttosto dall'emittente stessa: la letteratura neogreca, sia in poesia che in prosa (ma in prosa molto di più), ha soffe1to fino a tempi molto recenti di una specie di schizofrenia dei suoi mezzi espressivi: in pratica, la produzione letteraria neogreca, per buona parte della sua esistenza, è scritta in due codici linguistici differenti: katharèvusa, o lingua arcaizzante, e dimotikì, o lingua "volgare" - nel senso del "volgare" italiano di Dante. Questo significa che per lunghissimo tempo la lingua viva della poesia e della prosa non è stata presa sul serio dalle stesse istituzioni culturali greche, che non hanno messo in opera nessuna strategia per la diffusione all'estero della loro letteratura: non si dimentichi che la dùnotikì è diventata lingua ufficiale dello Stato greco solo vent'anni fa ( 1976). Questa non ufficialità della dùnotikì, naturalmente, ha avuto delle conseguenze impo1tanti anche su un piano sostanziale: la formazione di una tradizione letteraria non passa necessariamente attraverso la scuola, però la stabilizzazione di una lingua passa sicuramente attraverso il suo uso nelle istituzioni (giuridiche, scolastiche, scientifiche, eccetera). Così si chiude un primo cerchio: uno straniero che volesse accostarsi al greco moderno, fino a una trentina di anni fa affrontava un'impresa i1tadi incognite, non solo per l'obiettiva difficoltà della lingua, ma in più perché non era chiaro quale fosse esattamente la lingua da studiare. Specularmente, fino a vent'anni fa i giovani greci venivano educati in katharèvusa, e venivano scoraggiati in tutti i modi dall'usai·e la dimotikì a fini culturali, anche se ormai tutta la produzione letteraria era in dùnotikì. Conseguenza principale di questa situazione interna alla Grecia è stata la difficoltà di formazione di una tradizione letteraria in prosa espressa in una lingua più o meno comune, a cui i nuovi scrittori potessero di volta in volta attingere: se, infatti il canto popolare GRECIA/ MARCHESELLI 35 aveva da offrire, alla nuova poesia colta del risorgimento greco, un corpus di immagini, metafore, forme metriche da usare o a cui contrapporsi, la prosa non aveva nulla, dietro di sé, a cui rifarsi. Come non ha avuto il suo Boccaccio nel Medioevo, dunque, la letteratura greca in prosa non ha avuto nemmeno il suo Manzoni nell'Ottocento: i primi romanzi neogreci, che risalgono alla seconda metà del secolo scorso, sono romanzi storici, sulla scia di Walter Scott, ma sono scritti in katharèvusa, e quindi contribuiscono solo in minima parte alla formazione di una koinè letteraria moderna in prosa. Lo stesso si può dire in pa1te anche per l'altra grande stagione della letteratura neogreca in prosa, quella della cosiddetta ithogrqfìa, o verismo, che pure in gran patte in katharèvusa. Questa è forse anche una del le ragioni per cui la poesia neogreca,. che ha radici più lontane nel tempo, ha avuto ben due Premi Nobel negli ultimi trent'anni (Seferis nel 1963 ed Elitis nel 1979); ha trovato cioè molti più riconoscimenti all'estero di quanti non ne abbia trovati finora la prosa, che sconta il ritardo con cui si è presentata sulla scena: non solo i premi Nobel Seferis ed Elitis, infatti, ma anche Kavafis e Ritsos, che non hanno avuto il prestigioso riconoscimento, sono nomi ormai entrati a far pa1tedella coscienza culturale europea, e sono stati tradotti in tutte le lingue. Se la prosa è arrivata in ritardo a rivendicare un posto nel mondo, non si può dire che nel dopoguerra non abbia raggiunto dei livelli anche di assoluto interesse. E non parlo qui tanto di Kazantzakis, che rappresenta (pur avendo pubblicato i suoi romanzi negli anni Quaranta e Cinquanta) un tipo di letteratura d'anteguerra (lo si può apparentare a Panaìt !strati, lo scrittore rumeno di lingua francese che ebbe un successo strepitoso negli anni Venti e Trenta, con i suoi racconti pieni di esotismo e di colore locale balcanico e mediorientale). Parlo invece di Stratìs Tsirkas ( 1911-1980) e di Dimitris Chatzìs ( 1913-1982), ben noti in Francia e in Germania e pressoché sconosciuti in Italia; di Spiros Plaskovitis (n. 1917) e Andreas Franghiàs (n. 1921); di Alèxandros Kotziàs ( 1926-1992) e Nikos Kàsdaglis (n. 1928); di Kostas Tachtsìs ( 1927-1988) e lorgos loannu ( 19271985); di Marios Chakkas ( 1931-1972); Christòforos Milionis (n. 1932) e Thanassis Yaltinòs (n. 1932); di Tolis Kazantzìs (19391992) e Nikos Chuliaràs (n. 1941), e dei più giovani, che si stanno affermando in questi anni, e di cui Caterina Carpinato ha recentemente presentato un'antologia (Nuovi Narratori Greci, Theoria 1993), accolta con favore dalla critica. Anche mettendo nel conto tutto quello che s'è già visto, però, ci si domanda, quando si leggono e si amano le opere di questi prosatori e di tanti altri, perché mai è così difficile farli conoscere in Italia, come dimostra la fo1tuna editoriale dei pochi racconti e romanzi tradotti negli ultimi vent'anni: il più famoso e il più grande diffusore della letteratura greca moderna in Italia, Filippo Maria Pantani ( 1913-1983: sue, tra l'altro, le traduzioni, per lo Specchio di Mondadori, di Kavafis, Seferise Ritsos), aveva tradotto negli anni Settanta anche il primo romanzo della Trilogia di Stratis Tsirkas, li Circolo, edito da Guanda. La diffusione fu però un tale disastro, che gli altri due romanzi non furono mai pubblicati, e non ce1to perché non fossero buoni: in Francia, per esempio, hanno avuto un grande successo. Convincere gli editori maggiori a pubblicare un romanzo greco contemporaneo (con la solita eccezione di Kazantzakis, trainato dal cinema, ma di regola tradotto dal francese o dall'inglese ...) è stato dunque, fino a pochi anni fa, quasi impossibile. Recentemente pare che qualcosa abbia cominciato a muoversi: F. Maspero è riuscito a far pubblicare a Feltrinelli un classico del verismo greco, L'Assassina di Alèxandros Papadiamandis ( 1851-1910), e aMondadori una

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