Linea d'ombra - anno XIV - n. 112 - febbraio 1996

Juan Carlos Rulfo, Josè Luis Buil, Marisa Sistach MESSICO: VIAGGI NEL TEMPO PERDUTO CINEMA,FOTOGRAFIA, STORIAORALE IncontroconMariaNadotti All'ultima edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, abbinati nella sezione "Finestra sulle immagini", La lfnea paterna di José Luis Bui! e Marisa Sistach e El abuelo Cheno ... y otras historias di Juan Carlos Rulfo (figlio di Juan Ru(fo, autore di Pedro Paramo e Pianura in fiamme, due tra i romanzi più importanti della letteratura messicana di tutti i tempi), figuravano come semplici documentari. Data l'attitudine d(ffusa a consumare di preferenza fiction, soprattutto se d'origine hollywoodiana, tale definizione- rivelatasi in entrambi i casi imprecisa e sbrigativaha evidentemente scoraggiato il pubblico e reso disattenta la critica. Peccato, davvero peccato. Per più di una ragione. Intanto, perché queste pellicole sono un tentativo complesso - e di travolgente interesse metodologico e narrativo - di ricostruire la Storia attraverso un recupero emotivamente e affettivamente mozzafiato della dimensione privata e delle microstorie familiari. E perché da questo tentativo - sintomo e insieme denuncia di quanto le "nuo- ~e" generazioni messicane siano sature di versioni ufficiali e unbalsamate visioni istituzionali - traspare una critica tagliente alla retorica e ai codici linguistici e semantici di uno dei regimi più inossidabili del pianeta. Entrambi gli sceneggiatori/registi, Juan Carlos Rulfo e José Luis Bui! (lamoglie, Marisa Sistach, gli è afianco come produttrice esecutiva e coregista), partono da.frammenti delle rispettive saghe familiari, da avvenimenti che, consolidati da una generazione all'altra in racconto, hanno finito per divenire leggenda o per sigillarsi in segreto. Ciò che li muove è il desiderio di andare a ritroso nella vicenda.familiare e di renderla trasparente. Per capire di sé, ritessendo la trama delle relazioni che li hanno preceduti. Per indagare, lungo l'asse paterno, quanto ha determinato lo scenario materiale, affettivo, psicologico, intellettuale e politico in cui sono stati concepiti e cresciuti. Senza, però, cedere ad alcuna tentazione autoanalitica o indulgenza autoreferenziale. Senza narcisismi. Il ruolo che si sono scelti è di investigatori e narratori, pazienti ricostruttori e amorosi testimoni a distanza del romanzo.familiare e degli echi che ad esso l'esterno rimanda. L'oggetto dell'indagine è, per entrambi, un brandello di storia che indirettamente li riguarda da vicino, che ha marcato il loro destino prima ancora che venissero al mondo, e che va disseppellito per trovare la chiave di passato e presente. Il loro è un misurarsi non solo o non tanto con ciò che è accaduto, ma con i modi in cui è stato via via narrato, documentato, archiviato, dimenticato, rimosso, rivisitato, alterato, distrutto ofissato nel corso del tempo e nello spazio della famiglia allargata. Saltando lagenerazione dei padri, Rulfo (che però sceglie come mediazione narrativa i racconti patemi) e Buil si mettono sulle tracce dei nonni paterni: Juan Nepomuceno Pérez-Rulfo, el abuelo Cheno, proprietario terriero del sud dello stato di }aliseo, assassinato nel 1923; e José Buil, medico e cineasta dilettante, vissuto a Papantla, veracruzana capitale della vaniglia. Juan Carlos Rulfo affida l'indagine al racconto di un gruppo di anziani, servitori e braccianti del nonno, rimasti a vegliare su una hacienda che il tempo ha a poco a poco ridotto a rovina. Provocandone e registrandone i ricordi,frugandone con la cinepresa i volti, percorrendo i luoghi dove si è consumato quell'antico e misterioso fatto di sangue, Rulfo prova a venire a patti con il passato familiare e storico. In ingenui, irresistibili monologhi sulla storia messicana, gli anni della rivoluzione, la violenza, la morte, l'amore e altro ancora, gli intervistati ricostruiscono per lui l' "incidente" e insieme si abbandonano al libero, anarchico flusso della memoria soggettiva. Lo fanno per ilpuro piacere di raccontare. Non importa se le versioni non collimano e se le risposte alle domande di Rulfo si traducono in tante microstorie in bilico tra testimonianza e invenzione. La verità non è nella verità, ma nella.forma narrativa che ad essa viene data. La storia è, appunto, racconto. Non documento. Apparentemente inverso è, invece, ilprocedùnento indiziario di Buil/Sistach. Nonno Bui! ha lasciato la sua versione dei.fatti. Da .filmmaker dilettante, negli anni Venti e Trenta, ha filmato con sistematicità emeticolosità quanto aveva sotto gli occhi: i numerosi figli, la moglie, la vita locale, i rituali sociali della città. Quasi avesse in mente un progetto documentale o un esperimento scientifico. Nel 1992 le migliaia dipellicole- "smarritesi" nella grande casa che, alla morte del dottore, la vedova e i figli decidono di lasciare com'è, preservandone contenuti e segreti - tornano miracolosamente alla luce. Per una bizzarra e commovente catena di coincidenze. È su questi materiali che il nipote lavora, provando a immaginare di vedere attraverso gli occhi del nonno. Scegliendo, esattamente come lui, di usare il mezzo filmico per far riaffiorare il passato non attraverso l'imponderabilità del racconto orale, bensì attraverso l'innegabilità dell'immagine. Ecco cosa ci hanno raccontato José Luis Bui! e Marisa Sistach, incontrati a Venezia nel settembre scorso. Come è nata l'idea di La lfnea paterna e come si è sviluppata? Quanto tempo ha richiesto la sua realizzazione? José LuisBuil Il lavoro è durato tre anni precisi. I primi diciotto mesi li abbiamo dedicati al riversamento su pellicola a 35 mm dei film a 9,5 mm trovati in casa del nonno, che per le sue riprese si era servito di un Pathé-Baby ad uso amatoriale in voga negli anni Venti. Man mano che riportavamo i minuscoli e illeggibili fotogrammi

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