Linea d'ombra - anno XIV - n. 112 - febbraio 1996

Quest'uomo aveva danneggiate due zone, aree grandi quanto una mandorla o una piccola susina, fra cui la V4 che è essenziale per percepire le tinte: se questa è lesionata non si può vedere il colore, non si può immaginarlo, non si può ricordarlo, non si può sognare a colori, non si può avere un'emicrania a colori, e non si possono vedere i colori neanche se si sottopone il globo oculare a una forte pressione. li danno era consistente, non avevo mai incontrato qualcuno con una cecità completa per i colori, non sapevo proprio che fare: "Non c'è trattamento che possa prescriverle. Spero che impari a convivere con questa realtà". Quello che poi è accaduto mi è sembrato veramente sorprendente. Cinque settimane dopo l'incidente, una mattina, mentre andava in auto al suo studio, aveva visto il sole sorgere sull'autostrada, con i rossi fiammeggianti per lui mutati in neri: "Il sole sorgeva come una bomba, un'enorme esplosione nucleare", commentò più tardi. "Chi, prima di me, poteva dire di aver visto un'alba simile?". E aveva cercato di esprimere quel suo stato d'animo in un dipinto in bianco e nero che aveva chiamato Nuclear Sunrise, l'Alba Nucleare. Il bianco e nero che gli era sembrato così misero, così povero, così privo di sentimento, finalmente si caricava di bellezza, di sensazioni, di significato. Ha cominciato a ritrovare entusiasmo per quello che faceva, e ha produrre dei quadri molto eloquenti e potenti. Pochissima gente sapeva che questa rinascita estetica del bianco e nero era stata sollecitata da un disastro neurologico. E che una incapacità si era tramutata in una sensibilità. Credo che questa esperienza abbia comportato dei cambiamenti profondi nel cervello. (Attualmente sto studiando alcune persone che sin dalla nascita non sono in grado di percepire il colore, che sono daltonici.) A un certo punto, eravamo tuttavia in grado di offrire al paziente qualche piccolo aiuto pratico: un paio di occhiali da sole verdi, che miglioravano notevolmente la sua percezione del contrasto, delle forme e dei margini. Jonathan Isaacson riuscì persino a guardare la Televisione a colori con la moglie, trovandola piacevole. Ma ormai aveva divorziato dal colore. Dipingere Nuclear Sunrise era stato il primo passo. li profondo senso di perdita e la percezione di vivere in un mondo spiacevole e anormale, tanto forti nei primi mesi successi vi ali' incidente, erano lentamente scomparsi fino a lasciare il passo a sensazioni opposte. Si era accorto, per esempio, che la notte e la vita notturna gli erano particolarmente congeniali perché sembravano "ideate in bianco e nero", come disse nel secondo anno dopo l'incidente, la visione che aveva delle cose si era "altamente perfezionata", pensava di vedere un mondo di pura forma, non più confuso dal colore. E la reazione alla nostra proposta è stata molto affascinante: "Se me l'aveste offerta un paio di settimane dopo l'incidente, ne sarei stato entusiasta. Adesso non sono più interessato: il mio mondo è completo e coerente così com'è". Con nuovi significati. Con nuovi valori. E, di conseguenza, con la possibilità di trovare nuovi vettori di comunicazione. "Chiedetevi non quale malattia la persona abbia, ma piuttosto quale persona abbia la malattia", come dice uno dei due eserghi, attribuito a William Osler, che apre Un antropologo su Marte? Esattamente. Tutti ci costruiamo un mondo sulla base delle nostre capacità nervose e delle nostre percezioni. Bisogna esplorare l'identità storica di ciascuno prima di intervenire. Malattia e vissuto sono inscindibili. li messaggio è sempre lo stesso: dobbiamo guardare alla persona nel suo insieme. Non è un atteggiamento sentimentale: è necessaria questa strategia per riuscire a capire a fondo chi abbiamo di fronte e poter intervenire INCONTRI/ SACKS 21 in modo efficace. La medicina non può essere semplicemente una questione biologica o tecnica. Sacks scrive: "Con quest'idea in mente, mi sono spogliato del camice bianco, sono uscito dagli ospedali dove ho trascorso i miei ultimi 25 anni, e ho cominciato a esplorare la vita dei miei pazienti nel la realtà, sentendomi in parte come un natural ista che esamina rare forme di vita, in parte come un antropologo - o meglio, un neuroantropologo - che fa ricerca sul campo, ma soprattutto sentendomi un medico, impegnato un po' ovunque con le visite a domicilio, ai confini dell'esperienza umana". I setle capitoli del libro sono altrettanti racconti di metamorfosi. Qual è la differenza con il protagonista del racconto più celebre di Kafka? È una metafora, quella narrata dallo scrittore boemo nel racconto La metamorfosi: la storia allucinante di quell'uomo che si trova trasformato in un enorme scarafaggio, risvegliandosi una mattina nel suo letto, e deve subire fino alla morte la degradante situazione, è una parabola. Mentre le metamorfosi di cui parlo io sono determinate dalla disgrazia neurologica; sono vere e conducono ad altre e differenti forme di vita (non meno umane per il fatto di essere così diverse), a stati alternativi dell'essere, a mondi diversi, in reazione a particolari forme patologiche. Quale libro di Kafka ama di più? Il castello. Mi ricorda la burocrazia americana (sorride). Perché è così attratto dalla diversità? Perché esprime la ricchezza del mondo. Mentre facevo la mia relazione a "Spoletoscienza", avevo accanto un ficus acquistato la sera precedente. Sono interessato a tutte le varietà delle forme di vita, che possono anche diventare un forte stimolo alla creazione: osservando questi modi inconsueti di essere, di cui si occupa la Neurologia, chissà che un giorno o l'altro non scopra un "eroe artistico". Tempie Grandin, una delle personalità autistiche più interessanti, assistente presso l'Animai Science Department alla Colorado State University, a cui ha dedicato il settimo capitolo che dà anche il titolo al volume, confessa che quando è "con la gente" le "sembra di studiare gli indigeni di un luogo sconosciuto", di doversi "immaginare che cos'hanno dentro". Con gli animali non si sente così. Non è la condizione di tu/li i "sani" che vivono in un "mondo di pazzi" come è quello contemporaneo? Per procedere letterariamente: Tempie non è pazza e non ci vede come pazzi. Ma ci trova strani. E sa che noi, di rimando, la troviamo strana. Non riesce a venire a capo della complessità dei comportamenti sociali, del mistero della gelosia o dell'invidia; è incapace di comprendere la finzione e la simulazione, "gli sporchi trucchi del mondo"; non ce la fa a immedesimarsi negli stati mentali e nelle prospettive delle persone. Quindi, avverte l'esigenza di doverci studiare: così come noi dovremmo sentire la necessità di studiare i costumi sociali dei giapponesi se decidessimo di andare in Giappone. La distanza che c'è fra europei e giapponesi non è niente in confronto alla distanza che c'è tra lei e noi. All'età di due-tre anni noi impariamo molto velocemente a entrare nella testa degli altri, con empatia, e possiamo immaginare, in linea di massima, cosa gli altri pensa-

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