confonde con l'appagamento procurato da un non meglio identificato "intrattenimento". Ma la sfera del piacere - della delibazione estetica o del mero intrattenimento-non è una figura geometrica, non è un modellofissoe impermeabile. L'intento di unari vista come "Linead'ombra"èprop,ioquellodi intervenire, in maniera scoperta, sul processo di formazione di quei modelli, di individuarne i percorsi in formazione, di inserirsi laddove la ricezione è in atto. E di fare resistenza dove quei modelli piegano la delibazione del piacere all'offerta analgesica (non importa a quale livello della elaborazione formale dei linguaggi e dei mezzi espressivi) dei produttori di cultura. Il godimento estetico è la forma più contraddittoriamente semplice di simpatia con la vita, ma esige, non meno di una scelta squisitamente etica, di sì e di no. E per un sì o per un no è vitale combattere. li problema non è, va da sé, quello di complicare ilgodimento (una delle più caratte,istiche manifestazioni delle nuove e vecchie generazioni degli ultimi vent'anni è di non essere "disturbati", di poteraccedere al godimento-così si ripete - "senza interferenze"); il problema è ragionare sugli immediati dintorni di quella svagata e a volte ottusa ricerca di beatitudine che, unificando la lingua del godimento - e dunque della critica - verso il basso, sigla fruitori televisivi, lettori, frequentatori di sale cinematografiche, mostre d'arte e concerti. Una rivista militante deveintetferire. "Linea d'ombra" si è sempre mossa dentro la cultura come una sonda. Se una qualità questa rivista continua ad avere è quella del l'ospitalità. Una ospitalità, invero, particolare giacché "Linea d'ombra", mentre "ospita", non possiede alcun tratto del la "padrona di casa", figura che presuppone necessariamente una casa confortevole e magari un salotto. Non c'è casa, nè tantomeno si intravede un salotto. Credere che questo fine secolo possa offrire i confini quantomeno utili di una "casa" è una illusione ridicola. Basterebbe da solo ilfenomeno delle migrazioni razziali per confutare l'odiosa certezza di spazi protetti. Per la letteratura, e, più in generale, per la cultura tradizionalmente umanistica, non è diverso. li dialogo aperto con le letterature del mondo, che è il segno caratteristico dei lunghi undici anni della rivista, ha contribuito a rendere più evidente l'emergere di quella sterminata periferia culturale a cui apparteniamo tutti. Non esiste un centro, né una cultura che lo esprime.L'illusione informatica di un universo che confluisce tutto in videoèquellochesemplicementeè: un'illusione. Che va a sommarsi al grande teatro secentesco della comunicazione globale. Quel che macroscopicamente abbiamo davanti agi i occhi è una disperata contraddizione che o s'accende di improvvise emergenze o fluttua come un grumo indigesto dentro il brodo della "civilizzazione". lo credo che il compito di una rivista come "Linea d'ombra" sia quello di esporsi alla percezione allarmata di quella contraddizione e di trasformare la passività della frammentazione culturale in uno strumento di conoscenza. La marginalizzazione non è più una scelta intellettuale, né l'esito di una mimesi generosa; è una condizione a cui non è dato sottrarsi se non a costo di una imbecille cecità. Né, per altro, "vedere" significa soltanto registrare i guasti nazionali e internazionali che spiccano a occhio nudo nel!' infelice teatro quotidiano del l'informazione. Significa, piuttosto, sondare le forme in cui quei guasti e quel teatro si traducono in sensibilità ricettiva, in elaborazione estetica, in linguaggio. "Descrivere", che è diventato un verbo quasi provocatorio tanto si è impoverito o consumato l'armamentario retorico di chi coi linguaggi lavora, è un gesto che pertiene alla creazione di confini, di aree riconoscibili, di paesaggi sociali o interiori altrimenti illeggibili immersi come sono nel confuso panopticum della società dello spettacolo. Non ha nulla a che INIAD'D■RA
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