Linea d'ombra - anno XIV - n. 111 - gennaio 1996

74 SAGGI/ ECHENIQUE E soltanto Borges, tra tutti quegli scrittori, era un conservatore o, per lo meno, soltanto lui aveva il coraggio allegro e provocatorio di manifestarlo apertamente e controcorrente, come degno erede dell'ultradadaismo di cui faceva parte. "Borges verrà pubblicato a Cuba quando sarà vittima di uno spiacevole accadimento anagrafico," mi diceva un poeta cubano, ufficiale e officiante della Rivoluzione. Me lo diceva sottovoce. Credo che in fondo questo era ciò che tutti gli scrittori latinoamericani desideravano in quegli anni: che Borges morisse per poterlo leggere e citare liberamente. E io lo prendevo come il lato comicamente serio della realtà. Intendo dire che mi ricordavo in primo luogo di quanto avevo desiderato che Montherlant morisse o mi morisse perché la gente mi lasciasse in pace una volta per tutte e soprattutto mi lasciasse nello stesso silenzio con cui leggevo il defunto Camus. Ora ricordo il boom come un fenomeno di sinistra in un'America latina che non poteva essere che di sinistra con un'Europa conservatrice e paternalista. Contro quell'Europa si viveva molto bene e, contro e in quell'Europa, si viveva ancora meglio. E ricordo che il boom era anche accompagnato da alcuni ingredienti della nuova ricchezza, del sottosviluppo, una grande fiera di trionfanti vanità. Ricordo che un agente letterario sul I' onda dell'entusiasmo per il successo di uno dei suoi scrittori, mi disse che il giorno precedente era andato a trovare il tal autore e che questi era vestito in modo davvero elegante. Alla mia occhiata sconcertata reagì con un "Bene, trionfalmente vestito," una precisazione fatta di sfumature. Mi piacerebbe avere ragione quando dico, da un punto di vista focalizzato in Europa negli anni Settanta e profondamente soggettivo, che l'inizio della fine del boom fu costituito dalla morte di Che Guevara e dallo scioglimento della coppia Simon & Garfunkel, poiché furono loro che edulcorarono la buona coscienza europea contro la quale così bene si viveva in modo autoctono e rivoluzionario a Parigi, Londra, Barcellona, Roma, ecc., con la loro versione rabbiosamente melensa di El condor pasa. In quegli anni a Parigi provai di tutto, dentro e fuori le aule universitarie, proprio dove uccidevo le alunne carine e arringavo gli alunni capelloni con romanzi boom, prese di posizione boom, aneddoti boom. Provai pe1fino a gridare che l'autore di El condor pasa era un oligarca peruviano che aveva sempre vissuto al Ritz, a Parigi, e che non aveva mai visto un indio in tutta la sua vita. Inutile. Cent'anni di solitudine. Oggi di tutto ci non resta più nulla ma in tutta franchezza almeno qualcosina dovrebbe rimanere per permettere ai giovani ed eccellenti scrittori latinoamericani di vedersi pubblicati in Spagna e tradotti in Europa. Eppure no, ormai non più così, e chi non riuscito a farsi una nicchia editoriale e di pubblico in quel lungo momento, molto difficile che possa vedersi pubblicato oggi. Le eccezioni sono pochissime e gli scrittori latinoamericani sono tornati a vivere, a scrivere, e a pubblicare nelle stesse condizioni precarie, la stessa convinzione e lo stesso amore per l'arte con cui lo facevano prima del 1960, Asturias, Carpentier, Rulfo. E, parlando di qualità, non sono n inferiori n superiori, credo. Ce ne sono di eccellenti e di molto diversi, tutto qui, il problema che ormai l'America latina non è più di moda, "ormai non interessa". li lato comicamente serio della realtà mi fa ricordare quel prodotto del sottosviluppo che intendeva pubblicare un romanzo che "avesse un po' di Garcfa Marquez, di Carpentier, di Yargas Uosa, di Fuentes, e molto del mio successo, compagno". È un uomo moralmente abietto, oggi. Parlava come parlavamo in molti e ascoltarlo mi dava pena. Ma erano gli anni in cui El condor pasa poteva tutto contro la mia visione delle cose e se oggi mi ricordo di quel tipo è perché è un tipino con la sua operina che inganna ancora qualcuno. Incredibile, ma quel personaggio non sa ancora scrivere in castigliano, eppure c'è sempre stata una traduttrice francese sedotta, o una studentessa di Lettere sedotta e trasformata in traduttrice, e qualche piccolo editore sedotto ali' istante e truffato, per permettere che ci sia uno scrittore peruviano con un'inesistente opera in castigliano tradotta in francese. Cominciò nel 1974, puntando subito in alto. Usò il mio nome per ingraziarsi Carlos Barrai, facendolo impazzire per mesi ed ebbe la sfrontatezza di tentare di farmi complice della sua sudicia ambizione. Da Barcellona mi scrisse una lettera che conservo ancora, datata I0dicembredi quell'anno. Cito una sola perla di quel tesoro: "Credo che Carlos Barrai sia un grande poeta e che saprà apprezzare iIvalore di un giovane peruviano che pensa che la sua opera valga e che farà parlare molto di sé nei circoli letterari mondiali" (sic). Il lato seriamente comico della realtà è che, come si diceva allora, "nel boom non ci stanno tutti quelli che sono, né ci sono tutti quelli che ci stanno". È indubbio che ciò che resta è un pacchetto di grandi romanzi e di altri che sono caduti dal pacchetto senza che nessuno se ne sia reso conto o poco ci manca. Infine, la solita storia che capita in questi casi e l'unica cosa che si deve lamentare, oggi che di tutto questo si scrive utilizzando l'imperfetto indicativo, sono le ingiustizie di quel momento. Grandi scrittori non fecero parte del grande ritratto di famiglia del boom. Anche se pensiamo che il boom finito "a botte da orbi", per dirlo con il critico Rafael Conte, è certo che molti degli scrittori che lo erano ma non c'erano hanno preferito così. In altre parole, scrivevano come scrivevano già da prima che esistesse, non solo il boom, ma la letteratura stessa e mai scrissero con un solo dito, né con la tuta sudata, né con i demoni dalle 2 p.m. alle 8 a.m., per esempio. Questi uomini dal lato comicamente serio della realtà sono i maestri della mia terza e, spero, definitiva fase di educazione letteraria. Quel la del I' addomesticazione del sogno con le sue al Iegre conseguenze. Quella dell'addio all'"esempio flaubertiano" e del cattivo senso hemingwayano della colpa. Quella del narratore orale e della sua tentazione, la sua benedizione e condanna nell'inferno popolato dalle migliori intenzioni. Quella dello scrittore latinoamericano impegnato fino alla morte, i suoi dintorni politico-sociali, le sue derivazioni claudicanti e arriviste, tristezza e conseguenze nella mia vita di oggi già dimenticate. Ho parlato di Camus che credeva nella giustizia ma che prima di tutto avrebbe difeso sua madre. Un po' come Camus credo e ho creduto in molte cose, ma prima di tutto ho difeso i miei amici. Ho anche già citato quel Cortazar che, applaudendo con una sola mano Zen, mi condusse ai suoi libri, facendomi scoprire lo scrittore che era in me e dimenticare ci che avevo imparato a memoria meccanicamente. E inoltre, perché tacerlo, ho bevuto un caffè o un bicchierino in compagnia di molti scrittori disciplinatissimi, proprio nelle ore in cui, stando alle dichiarazioni rilasciate per giornali e riviste, lavoravano come critici. E una sera parigina del 1972, Neruda, vecchio e malato, mi consacrò per lavoro l'ora della sua disciplinata siesta, e questo è un ricordo indelebile, piacevole di vita che con un sorriso e un colpo di spugna cancella tutte le dichiarazioni fin qui ricordate. Fino alla sua morte il segreto della giovinezza di Neruda fu la curiosità e, da quella sera memorabile del 1972, ho iniziato a credere che tutti gli scrittori assolutamente convinti di qualcosa e monologanti sul tutto, hanno molto da perdere. In letteratura, le grandi certezze, a qualsiasi livello, accecano, assordano e il mondo attorno diviene muto e invisibile. Le ore guadagnate si perdono e si guadagna molto dalle ore perdute.

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