Linea d'ombra - anno XIV - n. 111 - gennaio 1996

FotoG. Smith/Saba/ Réa/ Confrosfo avvoltoio pronto ad alimentarsi di carogne, un deicida dalla magmatica digestione letteraria. A Parigi portinaie e vicine di casa malvagie mi fecero fare una vita realmente indemoniata, mi dominavano, si impossessavano della mia macchina per scrivere, mi rubavano ore di sonno, nel modo meno artistico, disciplinato e produttivo del mondo, e non conobbi altra carogna se non quella della mensa universitaria, soprattutto il pesce del venerdì e i cavolini di Bruxelles di tutti i giorni. Quindi un altro esempio che non potevo imitare. Come diavolo faceva uno a impors·i una disciplina tale da diventare uno scrittore boom, a scrivere tanto con così poche dita, a sudare nella tuta come un calciatore all'ala sinistra, a nutrirsi soltanto di cavolini di Bruxelles? L'arrivo a Parigi di coloro che vi giunsero muovendosi tra lo splendore del boom, illuminandolo con un futuro geniale, trionfatore e da bestseller, fu per me una vera e propria rivelazione. Quei ragazzi che arrivavano con una leggenda che precedeva, e addirittura sostituiva, la storia, per me fu una vera illuminazione. Quei ragazzi che tra bar e cantine, tra femminucce e sinistrorsi di turno, lavoravano attorno al proprio destino glorioso, quelli che volevano scrivere "un romanzo, compagno, che abbia qualcosa di Cortazar, di Fuentes, di Carpentier, di Vargas Uosa, di Rulfo e moltissimo successo mio", erano realmente degni della mia attenzione; e io prestai loro la mia attenzione ma quello che ci guadagnai fu la perdita di ore e ore, fino a giungere alla conclusione che, in un certo modo, il danno che il boom stava producendo in loro era profondamente vincolato alla nostra immaturità e al nostro sottosviluppo. Nel mondo letterario latinoamericano dove, salvo casi realmente eccezionali, gli scrittori non avevano mai goduto SAGGI/ ECHENIQUE 73 dell'opportunità di vivere del proprio lavoro culturale, lo scoppio del cosiddetto boom risvegliava i più ciechi appetiti di gloria, fama, danaro, stato sociale. In poche parole, qualsiasi tipo di arrivismo, oppo11unismo e machiavellismo che poco o nulla avevano a che vedere con la letteratura. Quei ragazzi (che poi tanto ragazzi non erano) arrivavano a Parigi imbevuti di un grande destino lettera1io e mercenario, ed erano capaci di qualsiasi cosa, pur ridicola, disonesta o controproducente che fosse, nel loro affanno di instaurare rapporti con editori, critici, traduttori, ovvio, e ricordo che quello fu il campo di azione più propizio perché mi convincessi di una certa cosa di cui la mia prima moglie mi aveva avvertito invano. Senza alcun dubbio per un riflesso di colpevolezza legato alla mia educazione familiare e scolastica, mi era sempre costato molto associare l'immoralità con la sinistra e non mi convinceva, nonostante i numerosi esempi visti e vissuti tra i miei stessi amici, il fatto che pur essendo di sinistra si potesse fare una carriera trionfale piena di smancerie, tentennamenti, falsi compromessi e accordi dei più ripugnanti. E in seno a questa sinistra parigina, post '68, si arrivava al fanatismo. Ormai Mario Yargas Uosa, per esempio, non poteva affermare che non aveva avuto né la bontà, né la generosità di unirsi alla guerriglia del suo paese, come fece durante quell'incontro sulla guerra in Vietnam, alla Mutualité, quando scoprii Cortazar. Perché anni dopo, e pochissimi dopo il '68, Mario arrivò a casa realmente agitato per quello che gli era successo la notte precedente, durante una tavola rotonda nella Città universitaria. Un forte raffreddore mi aveva impedito di partecipare però Maggie, che invece era presente, mi aveva raccontato che per rimediare a un così grave insulto e mettere fine alla minaccia, Mario aveva affermato che capiva che l'unica maniera di fare bella figura in quella riunione era quella di cadere morto ammazzato nella guerriglia. Arrivò a casa spaventato, la mattina seguente. Alcuni peruviani adirati lo avevano seguito fino all'hotel. Nulla più mi impressionava in un mondo dove una mia alunna, tanto di sinistra quanto ignorante, ma quest'ultimo aspetto non era tanto importante, ripeteva ad ogni occasione una frase che le procurava una grande soddisfazione: "Quando sento la parola cultura, estraggo la pistola". La frase era di Goebbels, lei non lo sapeva, e poi non importava. Era ovvio, quindi, che a questo livello anche il boom doveva provocare effetti moralmente devastanti. Al la fine quello scoppio accecante era stato prodotto da una congiuntura molto poco, o niente affatto, letteraria, soprattutto dal punto di vista latinoamericano. L'America latina era diventata di moda in Europa grazie alla Rivoluzione cubana e, nello stesso tempo, le case editrici spagnole continuavano a vivere sotto la ferula censura franchista. Bastò, credo (e in ogni caso può servire da esempio) che un editore combattente e sensibile come Carlos Barrai decidesse di andare oltreoceano a cercare scrittori con le cui opere gli sarebbe stato più facile affrontare tale censura. E questi scrittori esistevano. Da anni. Miguel Angel Asturias, Pablo Neruda, Juan Rulfo, Alejo Carpentier o Borges, scrivevano da decenni senza aspirare a nient'altro che a un destino meramente nazionale, precarie condizioni, in generale, e, ovviamente, senza sognare che un giorno avrebbero potuto vivere delle loro opere. Anche gli scrittori più giovani, come Carlos Fuentes o Garcfa Marquez, allo scoppio del boom avevano già pubblicato almeno un libro interessante e, se non ricordo male, Yargas Uosa fu l'unico scrittore che divenne famoso con il suo primo gran romanzo, nel 1962, proprio l'anno considerato da molti come l'inizio di quel celebre boom letterario.

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