70 SAGGI/ ECHENIQUE Piace de la Contrescarpe. Da al !ora com inciai a scoprire l'orrore che le vicine malvagie mi causarono fino a farmi abbandonare Parigi, dopo aver cambiato ancora una volta l'indirizzo ed elevato la categoria immobiliare, grazie al mio accesso all'insegnamento universitario, nell'autunno del 1968. Insomma questi sono stati i principali avvenimenti, per così dire, della mia vita. Per quanto riguarda l'opera, la cosa più impo1tante era stata la scoperta di Camus e di dueJulio: Julio Ramon Ribeyro e Julio Cortazar. Senza arrivare a essere un eclettico, nel senso peruviano del termine, per dirlo in qualche modo, AlbertCamusera per me colui che più di tutti lo era, in Francia e perfino in Europa. Dubitava,cosachefrancamente era meravigliosa in un mondo di grandi certezze e definizioni, del fatto che Sartre fosse qualcosa come iI soggetto, iI verbo e colui che ha predicato. Camus affermava che credeva nella giustizia ma che prima di tutto avrebbe difeso sua madre, atteggiamento non ben visto in un mondo di sì e no categorici. Ma Camus era morto e Sartre, invece, continuava vivo e vegeto e manteneva quella grande capacità di compiere parabolici salti mortali e di cadere sempre in piedi nel bel mezzo di una nuova e incontestabile certezza. Sartre era aveva dubbi e si appoggiava a tutto quello a cui poteva appoggiarsi per mantenersi giovane. Feci de L'homme revolt un libro da comodino e mi rifugiai in Camus ma, a differenza di quello che accadde per Montherlant, non lo raccontai a nessuno, per poter vivere in pace. Julio Co1tazar lo scoprii a La Mutualité, una sera in cui avevo partecipato a una riunione contro la gue1rn in Vietnam, dove i principali oratori erano Sartre e Mario Vargas Uosa. Quella fu una di quelle notti magiche della mia vita o, più semplicemente, una di quelle opportunità che si presentano perché si possano scegliere le proprie coincidenze e tramutarle in destino. La verità è che non mi impo,tava un fico secco di quello che diceva Sartre, per il quale provavo un'antipatia viscerale, quanto gratuita anche se non del tutto giustificata: in nome suo, in nome della sua opera, avevo sofferto molte umiliazioni personali, io e il mio Montherlant, insomma ... Volevo ascoltare con attenzione Mario Vargas Uosa, anche se quella notte poi l'avrei conclusa pedinando in modo abbastanza goffo Julio Co1tazar nel suo tragitto di ritorno a casa. Tutto fu dovuto alla "magia". Quando Vargas Uosa disse che non aveva avuto la bontà né la generosità di andare a combattere con i guerriglieri nel suo paese, Cortazarcominci ad applaudire sorridendo ma con una sola mano Zen, o qualcosa di simile, lo giuro, l'ho visto chiaramente, così come vero che lo seguii nel buio di quella notte, come un idiota. Ebbi una reazione violenta quando vidi Co1tazar chiudere la po1ta dell'edificio dove abitava e sparire. Corsi a casa e cominciai a leggere alcuni suoi racconti per la prima volta nella mia vita. Tutto mi apparve chiaro d'improvviso. Capii perché mi piaceva quello che raccontavo nei miei racconti (avevo appena terminato di riscrivere, nel modo in cui mi risultò possibile, i racconti che mi erano stati rubati di ritorno dall'Italia e dalla Grecia), ma non mi piaceva la forma in cui lo narravo. Scrivevo, per dirlo in modo cortazariano, rispettando troppo il soggetto, il verbo e il predicato. Tanto che mi sembrava quasi di assomigliare a chi ha predicato tanta tradizione e formalità. Cortazar, invece, scriveva secondo l'estro del momento, in modo pessimo, dal mio pessimo punto di vista, per creare uno stile libero e totalmente suo, straordinario. Cortazar ebbe una grande influenza nella mia vita letteraria anche se i risultati sono stati molto diversi. Mi rivelò quello che io avevo dentro, mi insegnò a liberarmi da qualsiasi costrizione letteraria, a usare l'intuizione e a riconoscere iI lato comicamente serio della realtà. Mi mostrò chiaramente che quell'eccesso di serietà dei maestri del boom, sotto il cui splendore io vivevo, per me poteva essere una restrizione. Ma c'è qualcosa di più, qualcosa che potrei qualificare ludico. Mai mi sono liberato, grazie a Dio, di quell'immensa e allegra emozione che provai nello scrivere per la prima volta a Perugia e del ricordo, rivissuto costantemente ogni qual volta mi siedo a scrivere, della profonda soddisfazione che mi produsse il constatare che non ero un commediante. È come un gioco che finisce sempre bene, e che consiste nello spaventarmi ogni volta appena prima di scrivere (anche se questo accade quando sono nel bel mezzo di un lavoro, con alle spalle giorni interi di attività e non si profila nessun tipo di interruzione nel futuro) con l'atroce sensazione di essere un commediante. E dato che questa sensazione è sempre stata legata, soprattutto in Perù, al rapporto con i miei più cari amici, loro sono effettivamente presenti durante le ore del mio lavoro letterario, in cui dimostro, entrando in profondo contatto con loro e con i molti altri che sono venuti dopo nella mia vita, che non sono un commediante, che sono una persona onesta e che non c'è niente di più allegro e soddisfacente nella vita che dare saggio della mia onestà con ogni parola che scrivo. Scrivere, in simili circostanze, diventa una vera festa, un gioco sempre a lieto fine. Per questo non ho mai sperimentato la mitica solitudine al cospetto di una pagina bianca. Scrivo in eccellente compagnia, e dall'esperienza letteraria non faccio ritorno come chi torna da un'esperienza di grande solitudine, da una letteratura considerata come tauromachia, non faccio ritorno da nessun momento di timore ma da una festa allegra e piena di gente. E se a volte faccio ritorno assente, stanco, e con l'aria di chi arriva da molto lontano, se inciampo nelle cose e tardo nel tornare, come affermano le persone che hanno vissuto con me, perché torno da molto lontano, da molti paesi e da decine di amici a cui stavo dimostrando che non sono un commediante. Si può tornare esausti, è chiaro, e meglio così. li narratore orale merita come minimo un paragrafo a paite, e già in qualche articolo ho affermato che suo è il regno dei cieli, per la sua infinita e autotorturante bontà. Oggi vado oltre. Si parla spesso del supremo egoismo a cui è condannato qualsiasi tipo di creatore, qualsiasi artista. Eclettico come sempre, non riesco a farmi carico di questo, diciamo, da vicino. Aderisco a concetti quali egotismo, egocentrismo e addirittura egolatria quando, soprattutto, si tratta di scrittori. A riprova narrerò un fatto che mi viene in mente, e che non devo né posso generalizzare, perché così facendo escluderei tutti o quasi tutti gli scrittori che non siano di lingua spagnola. Tra questi, sì, più di uno ha confessato il suo amore per i tori e che gli sarebbe piaciuto perfino diventare torero. La scrittura come tauromachia? Beh, sì, ma solo quando prendiamo gli scrittori per certi versi. Lo scrittore orale ha molto di tutto ciò per in potenza. Avulso da qualsiasi tipo di tradizione, ciò che lui fa è consegnarsi al pubblico nell'atto più disperato, molte volte egocentrico, e perfino capricciosamente ego latra, che ci sia. La tragedia, equivalente alla "presa", si consuma chiaramente quando già non si riesce a prescindere dal pubblico e l'autore finisce con l'annoiarlo, sebbene questo non sempre sia il caso né questa la più grave delle "prese". La cosa peggiore credo è quella che consiste nel riuscire a incantare il pubblico fino a quando la realtà si impone sulla magia della parola e la gente che ascolta ammaliata si rende conto, per esempio, che il giorno dopo deve andare a lavorare. E il povero narratore viene lasciato da solo alla malia della creazione, sfinito e, cosa che peggiore ma assai più frequente, ubriaco. Quello è il momento in cui nessuno si ferma a ringraziarlo per la sua simpatia e bontà infinite, né tantomeno qualcuno si ferma a pensare anche solo per un attimo all'altissimo prezzo che quel
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