Linea d'ombra - anno XIV - n. 111 - gennaio 1996

FotoG. Smith/Saba/ Réa/ Contrasto. della sua ditta. Accettai, ovviamente, e accettai ovviamente anche il fatto che quella notte lo spirito di Hemingway venisse a bussare alla porta e, invece di Attraverso i/fiume e tra gli alberi fu attraverso il fiume e direttamente al Harry's bar, un buon posto per cercare lavoro e dove poter piangere tutte le mie pene. Passarono settimane e cominciai ad andare a lezione al la Sorbona in una condizione francamente disastrosa. Inoltre non riuscivo a leggere perché Martin tornava stanco e sfinito dal lavoro, in cerca di un compagno di avventure. Un giorno gli spiegai che la situazione per me era diventata insostenibile e che anche lui doveva tentare di mettersi a leggere, anche se la lettura non era proprio quello che cercava, soprattutto a quelle ore. Martin mi capì e fu d'accordo: disse che aveva pensato di fare ammenda, che aveva intenzione di comprarsi alcuni romanzi di James Bond e che sarebbe andato a letto presto la sera per mettersi a leggere. Tutto durò quattro o cinque giorni. Stavamo ognuno con i propri libri nella propria stanza fino a quando, una sera, sentii Martin gridare che non ne poteva più e che sarebbe andato diretto come un fuso al bardello stabile. James Bond non smetteva di bersi vodka tonic, capitolo dopo capitolo, e lui non ne poteva più. Un colpo di fortuna fece sì che, in quegli stessi giorni, ottenessi un lavoro come insegnante di lingua in un collegiucolo privato del Marais. A Perugia avevo pe1fezionato il mio italiano e, tra le cose positive che avevo fatto a Parigi, c'era il non aver abbandonato mai lo studio del tedesco al Goethe Institut. Cominciai insegnando italiano, tedesco e castigliano e presi in affitto la tipica chambre de bonne del quartiere latino. Cominciai ad abbandonare le notti hemingwayane con Martin e i suoi amici e colleghi, nei fine settimana, recuperavo alcuni libri perduti e ricordai che dovevo una SAGGI/ ECHENIQUE 69 visita a Mario Vargas Uosa. Avevo mantenuto la mia promessa di disciplina, avevo scritto e mi avevano derubato. Però non ero un commediante. Ma fu come se lo fossi stato perché il furto dei miei racconti non mi aveva colpito e nutrivo la convinzione che il manoscritto doveva essere la prima cosa che i ladri avrebbero buttato nel fiume, dato che era la cosa meno preziosa contenuta nella mia valigia. Mario mi dimostrò invece che era la cosa più preziosa del mondo quando gli raccontai l'accaduto. Me lo dimostrò con sudori freddi e alcuni interminabili lamenti tra i quali si intercalavano, con stupenda autobiografia ed erudizione, la lista completa degli autori che avevano perso i manoscritti, e i rispettivi titoli. Alla fine ero io che consolavo lui, dicendogli che non doveva preoccuparsi, che stesse calmo, che, dopo tutto, qualsiasi tema era buono per la letteratura. Tornai alla mia profonda miseria, al sottotetto dell'edificio dove si trovava la mia stanzetta e ricomincia a scrivere, ogni sera. Da allora non sono riuscito a cambiare l'abitudine di scrivere di sera. La disciplina, la miseria e la felicità cominciavano a riempire di emozione la mia vita, e non feci registrare il mio nuovo e miserrimo indirizzo presso il consolato peruviano di Parigi per paura che comparisse qualche parente e confondesse tutta quella situazione con una poetica morte per fame e arrivassero dal Perù dei ponti di collegamento per sostituire quelli che avevo bruciato per sempre e, zac, per le orecchie a Lima, ragazzo pazzo. Molte, e molte altre cose importanti erano successe quando cominciò il maggio 1968. Mi ero sposato per la prima volta, Martin era tornato a Londra, ero stato due volte alla festa di Sanfermfn e stavo bene, la sinistra latinoamericana aveva invaso la mia vita, nel bene e nel male, e avevo cambiato la casa della mia profonda miseria trasferendomi in un simpatico, luminoso e piccolo appattamento in Rue de Navarre, sempre nel quattiere latino e nelle vicinanze di

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==