68 SAGGI/ ECHENIQUE Ma non era vero che tutti potevano avere le proprie idee e i miei rapporti con il mondo diurno si rovinavano sempre di più per colpa delle idee di Montherlant. Alla Sorbona, un pomeriggio, una professoressa mi insultò in classe:" Guardate questo peruviano" disse ai miei compagni di diverse nazionalità "al mondo ci sono ancora misogini e reazionari. Ci sono ancora degli imbecilli che si occupano di Montherlant". In verità, quella professoressa non si meritava di sapere che, se mi ero occupato di Montherlant, fu per un errore. Ma quell'errore non l'avevo ancora scoperto e il mio compagno di stanza, Allan Francovich, eccellente amico dal tempo del collegio britannico dove frequentai le scuole secondarie, e che avevo ritrovato, in modo del tutto casuale a Parigi sulla prima metropolitana che presi, odiava Montherlant. Allan, un nordamericano tanto colto quanto disordinato, e tanto sartriano come brechtiano, in quel tempo aveva iniziato a nutrire nei miei confronti una certa avversione che a me risultava francamente dolorosa. La causa di tutto era Montherlant ma Allan non dava spiegazioni: io temevo uno scontro diretto perché era cocciuto e nervoso e una rottura con lui in quel momento mi avrebbe privato di una valida compagnia e di un'amicizia che durava quasi dall'infanzia. Anche gli amici di Allan mi rifiutavano seppure non apertamente. C'era più che altro un tono di condiscendenza nella maniera in cui mi trattavano, come di chi ti sta perdonando qualcosa. Anche per questo, quindi, la vita bohèmien "alla Hemingway" era per me rifugio e conforto. Inoltre, lì mai si pronunciò una sola parola di letteratura e di politica. E la letteratura o la politica, o tutte e due insieme, furono la causa di nuove tensioni su un nuovo fronte che mi si aprì in quei mesi: la sinistra latinoamericana di Parigi. Avevo già letto La ciudady los perros (La città e i cani) e avevo già fatto amicizia con Mario Vargas Uosa o, per meglio dire, lo avevo cercato per farmi dare qualche buon consiglio. Ma più che consigli, ciò che trovai in lui, oltre a un carattere schietto e generoso, fu una specie di modello ultimato, perfetto e solido, così tutto d'un pezzo da ispirare un grande rispetto ma anche un certo timore reverenziale. Mario, non so perché, non c'era modo di prenderlo con eclettismo. Era un uomo tutto d'un pezzo, bastava a se stesso e, grazie alla sua simpatia e cordialità, era esemplare. E il suo esempio, o si seguiva alla lettera o si trasformava in un cattivo esempio. Mario era un militante di tutto quello che faceva e faceva tutto con una grande disciplina. Era sartriano e quando gli chiesi di Montherlant lo paragonò a un uomo delle caverne e non gli piacque che io, citando Aragon e altri scrittori della sinistra (Grandi scrittori, dissi, ricordo) che avevano detto meraviglie di Montherlant, tentassi di dargli contro: l'unica cosa che ottenni fu quella di contrariarlo. Ma, dopo tutto, non ero andato lì per molestarlo bensì per parlargli delle mie "possibilità come scrittore", dato che la mia vita e opera, allora, si poteva riassumere nella mia persona, ossia, in una specie di commediante, reazionario di Lima, frivolo, e, in quegli ultimi tempi, attorniato da cattive compagnie anglosassoni così che, più passava iItempo, tutto mi appariva più fitzgeraldiano che hemingwayano, più frustrante che edificante. Questo cominciava a produrmi una sensazione di vuoto che, quando si colmava o era di alcool o di tremiti e sudori di agonia, generatori della coscienza più nera. Ma non osai tanto nel mio processo di autocolpevolezza e mi limitai a parlare della mia natura peruviana e frivola, in poche parole, di una persona che non aveva niente che meritasse di essere raccontato. Allora fu quando trovai il Mario cosciente, aperto, disponibile e molto generoso. Ricordo ancora il suo sorriso quando mi disse con convincente spontaneità che qualsiasi tema era un buon tema per la letteratura. Sentii una frase dentro di me del tipo "perfino io", e forte fu l'emozione che volli dividere qualcosa di questa mia vita e opera con Mario: lo invitai a cenare quella sera a casa con altri amici. Un "no" chiaro e tondo mise fine alle mie ultime illusioni eclettiche su Mario, e mi congedò con l'impegno, questo sì, che presi con lui e con la sua generosità: gli avrei portato i primi racconti che avessi scritto. Arrivò l'estate e con questa la mia partenza per l'Italia che era dotata di una buona dose di drammaticità. A Parigi non avevo scritto una sola riga, non mi avevano rinnovato la borsa di studio e avevo venduto il mio biglietto di ritorno in Perù e, con l'aperta opposizione dei miei genitori, stavo cercando di vendere alcune azioni che mi spettavano come futuro socio del club Nacional di Lima. Mi stavo bruciando tutti i ponti per finanziarmi i successivi mesi in Italia e in Grecia. La notte prima della mia partenza, in un treno estivo diretto in Costa Azzurra, dove mi aspettavano, nel mio viaggio verso l'Italia e in una casa in affitto a Cagnes-Sur-Mer, i miei buoni amici Susy e Pocho Po1taro, si prolungò fin sul binario della Gare de Austerlitz, di fronte a un vagone pieno zeppo di gente, dove dovevo salire senza un posto prenotato. Martin, iIgrande e ama bi leMartin, era dell'idea che non dovevo imbarcarmi in un viaggio che si preannunciava faticoso per me che ero già così tanto affaticato. Ma avevo lasciato la mia stanza a Parigi, e una valigia enorme conteneva tutto quello che possedevo in Europa, meno la macchina per scrivere vergine che doveva servirmi come sedile fino a Cagne-Sur-Mer e che, in quel momento di dubbio, tremito e sudore, pendeva dall'altra mia mano. Sinceramente preoccupato, Martin mi stava suggerendo una birra rapida per darmi il tempo di pensarci di nuovo-avrei sempre potuto stare da lui, nel suo elegante e spazioso appartamento di Neuilly-quando il treno cominciò a mettersi in marcia e io feci il salto decisivo della mia vita con valigione, macchina-sedile per scrivere portatile e tutto quanto, perché quello era tutto quanto avevo al mondo. Alcuni giorni a Cagnes-Sur-Mer e addio a tutto. Ricordo ancora un treno mortale che passava la frontiera italiana, e quell'ultima birra che buttai simbolicamente dal finestrino. Finii a Perugia, in un sottotetto di un edificio un po' malconcio ma confortevole di Via Francesco Innamorati, 4. Nella piccola stanza luminosa i mobili erano disposti in modo tale che ero costretto a scrivere guardandomi in uno specchio. Sublime. Scrissi il primo paragrafo della mia vitae mi piaceva quello che raccontavo, forse anche il modo in cui lo raccontavo e piansi per l'emozione. Mi sentivo bene scrivendo, e così scrissi un altro paragrafo e un altro ancora e mi ricorderò sempre che mentre scrivevo quasi gridavo: "Chi ti ha detto che eri un commediante. Tu, un commediante? Mai e poi mai". Pochi giorni dopo ero già diventato un monaco di clausura letterario con voto al silenzio e capace di sottomettersi a digiuni feroci da cui soltanto una contadina rubizza e rubiconda fu capace di distoglierlo, e gli puliva la stanza, gli rubava i soldi e saliva, ansante e quasi agonizzante, a bussare alla porta del quarto piano per avvisarlo nei primi tempi che la mensa degli studenti stava per chiudere e successivamente per avvisarmi di un'altra più economica che trovò per caso, grazie a un provvidenziale argentino: la mensa popolare. Poi venne il periodo greco di Mikonos, limando un manoscritto e lavorando di sera in una discoteca e, infine, il ritorno a Parigi, via Jugoslavia e Venezia. A Parigi mi rubarono tutto, la notte del mio arrivo. Erano spariti il monaco e lo scrittore più disciplinati del mondo e tutto sembrava indicare che stava per riapparire il commediante. Non avevo dove dormire, non avevo un soldo e dovevo cercarmi un lavoro. Martin mi ospitò e mi disse che potevamo dividere quell'appartamento stupendo le cui spese erano a carico
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