FoloD. Turnley/DelroilFreePressiBlockSior/ G Neri. SAGGI/ ECHENIQUE 67 essere poveri e felici in una festa mobile e l'Harry's bar ... L'incontro casuale, durante il mio primo soggiorno a Londra, con colui che sarebbe divenuto il mio più caro amico del primo periodo parigino, Martin Hancock, è qualcosa di cui non ho mai parlato a Merceditas in nessuna lettera, come del resto non ho mai parlato a Martin dell'esistenza di una certa Merceditas ... Martin, un bravo avvocato, si era trasferito a Parigi e il mio mondo, immerso in quel permanente stato di curiosità che è solito guidare i grandi disorientati, cominciò ad assomigliare profondamente a quello di Hemingway. C'erano box, rugby, corse di cavalli, bloody yanks, e l'Harry' s bar e Maggie in english, a beautiful giri outof nowhere, and Scotty, the gingerman, andPitty Dib's, who's actually peruvian, his mother being actually english and Bob, the Canadian che l'altro giorno mi ha scritto raccontandomi che si ritirava, e domandandomi Do you actually get this mail-or any mail at ali - in Spain?, un bel colpo terribilmente basso per l'efficienza spagnola. Ma queste sono cose a cui noi eclettici non badiamo e così ci risulta facile collezionare rosebud ... Hemingway era morto e la perdita di tempo e di energie che comportava la ricerca esaltante dei suoi passi perduti, della sua Parigi scomparsa, potrebbe come minimo essere considerata una grande dimostrazione della mia immaturità. Avevo lavorato sulla sua opera negli anni che precedettero la mia partenza per l'Europa, avevo conseguito un diploma superiore in Letteratura con una nauseabonda tesi sulla sua narrativa qualche settimana prima di imbarcarmi. Stavo acquisendo l'esperienza che mi avrebbe permesso di rileggere la sua opera con una maturità maggiore oppure le mie incursioni notturne nella Piace de la Contrescarpe e i preparativi sempre ferventi per assistere alle feste di Sanfermfn rappresentavano un permanente sognare ad occhi aperti con un'eccellente compagnia anglosassone? Diamine, la notte, a quell'età, è fatta soprattutto per sognare e in questo non poteva esserci niente di male, finché avessi continuato a frequentare le lezioni alla Sorbona, con la maniacale puntualità ereditata da mia padre. Ma i mesi passavano e io non scrivevo, eppure ero venuto in Europa per questo, per scrivere. Questione di disciplina o grande terrore che divorava quell'enorme forza di volontà che con ragione, credo, la gente mi aveva sempre attribuito? Lasciando da parte la puntualità con la quale andavo a lezione, i rigidi e intensi orari di·lettura che mi imponevo, dov'erano finite la mia maniacale autodisciplina e la mia capacità all'ordine? Se le stava divorando la paura? I lunghi anni di studio di Diritto, a Lima, pensando a me come scrittore e sbandierandolo tra amici e conoscenti ma, allo stesso tempo, senza mai aver scritto una sola riga, mi avevano trasformato in un commediante? La situazione tendeva a diventare drammatica e i mesi passavano, ma la vita bohèmien anglosassone continuava ad attirarmi, con voracità, soprattutto i fine settimana. Ricordo ancora quella mattina d'inverno, nervosa e colpevole, in cui Martin e io, appena usciti dalla doccia, facemmo la nostra comparsa nel suo locai bar di Neuilly. Avevamo bisogno di qualche sorso mattiniero di birra, sempre di più di quelli concordati inizialmente, per domare l'incendio della notte precedente e calmare così i nostri polsi tremolanti, prima di partire sparati, lui per il suo ufficio, e io alle mie lezioni. Un cliente francese, impeccabile piccolo borghese, prendeva il suo caffè macchiato con un disciplinato croissant. Captò il nostro stato e si lasciò andare a un generale rimprovero che, anche se non direttamente, era chiaro che era diretto a Martin e a me: Chacun a ses ides. Martin trovò molto divertente l'opinione del littlefrench guy.
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