Linea d'ombra - anno XIV - n. 111 - gennaio 1996

66 SAGGI/ ECHENIQUE per niente disuguali i miei professori di Diritto. Senza voler giungere a una conclusione sul carattere nazionale o a un giudizio che possa apparire affrettato, devo riconoscere la costanza dei miei compagni di facoltà e la mia che ascoltavamo fino alla saturazione la solfa che "In Perù si è pattato per la posizione eclettica". Espressione di questa quantità di posizioni nella prima fase del lamia educazione letteraria, ora posso confessare che, nonostante le apparenze, quando an-ivai a Parigi, oltre ad avere una cultura classica e priva di congiuntivi, mi ero trasformato in una persona dotata di una forte predisposizione ali' eclettismo. E proprio questo ha rappresentato uno dei miei tratti di diversità psicologica più peruviani o più costanti, non saprei, ma un fatto certo che mi sento peruviano ogni volta che adotto una posizione eclettica in tutti i frangenti della mia vita e opera. Inoltre - questa sì che è autobiografia pura, eccetto una profonda coincidenza che rimanda a molte altre, fino al punto che mi sono chiesto se gli esseri umani non leggano le proprie coincidenze e le trasformino in destino- l'eclettismo calzava a pennello dei miei piedi di calciatore bambino e adolescente che optava, sempre che non glielo impedissero fattori pattiottici o esagerate rivalità agonistiche, per giocare il primo tempo nella propria squadra e il secondo in quella avversaria; la si ha così vicina in campo che viene naturale e umano voler dare una mano, no? E arrivare a sentire e vedere come un alter ego. Ma a Parigi arrivai anche tre anni dopo il suicidio di Hemingway. Tuttavia, poiché sembra che ognuno si scelga la propria coincidenza, tra i ricordi con cui mi imbarcai nel porto di San Juan, Marcona, 600 km a sud di casa mia, dei miei genitori e fratelli, dei miei amici e cani, ce n'è uno che ora sbarca in questo istante nella spiaggia del Inglès, Hotel Eugenia Victoria, Gran Canaria, e alle cinque in punto della sera, lo posso giurare. È un articolo di Mario Yargas Uosa, scritto per la morte del maestro. E appena sbarcato a Parigi, mi sono imbattuto in una nuova coincidenza: Mario Vargas Uosa, seduto al Café "Le Danton", Carrefoue de L'Odéon, Odéon, novembre 1964. Ho già evocato l'incontro con la persona che era stata per breve tempo il mio professore, eccellente e molto esigente. Ciò che non ho mai osato evocare è stata la mia rapida sparizione da quel bistrot e da un caffè espresso: Mario (Vargas Uosa) puntuale, stava aspettando Mario Benedetti, e io non avevo letto nessuno dei due ma con l'aggravante uruguayana di non sapere chi fosse Benedetti. E non ero disposto a odiare Merceditas Tola, nonostante continuassi a prendere i treni della metropolitana indirezione di Tarascona e mai nessuna delle librerie si trovasse ali' indirizzo indicatomi dalla mia ultima istitutrice. La Parigi di Merceditas era radicalmente mutata, Racine e Corneille erano morti. Sopravvivevano soltanto De Gaulle e Malroux, che Merceditas, e io dietro di lei, era solita liquidare con le seguenti parole: "L'aventure par lui mème, bref, un aventurier", frase che io ripetei un giorno a casa, durante la prima colazione, provocando un sospiro da parte di mia madre, accompagnato da un commento molto frequente su quelle labbra materne: "ilfaut que jeunesse se passe", ma quella volta seguito da una citazione di Malroux, secondo cui alla fine Oriente e Occidente, il mondo comunista e il nostro, finiranno per riconciliarsi, dopo essersi scambiati il meglio di sé. Mio padre, il più viscerale antieclettico del mondo, concluse dicendo, come sempre, che non aveva lavorato una vita per essere costretto ad ascoltare simili stupidaggini. La colazione era terminata. Il mio eclettismo è stato fonte di grandi soddisfazioni, anche se mi ha causato doppia fatica in cerca di direzioni perdute, tempi andati, e mi abbia trasformato in un essere assolutamente privo di senso di orientamento nella vita, nell'opera e nel pensiero e in altre arti del saper stare al mondo. Di solito trovo le cose grazie a felici coincidenze, compresi i punti di riferimento e la mia casa, e amo la canzone di Sammy Davis, più geografica che antifemminista, credo, incui dichiara a una ragazza che lei rappresenta il nord, il sud, l'est e l'ovest. Sammy Davis sì che era un tipo dotato di un grande senso di disorientamento ed è senza dubbio per questo che prendeva tutto di petto, come quella volta in cui, in un club di golf, quando gli domandarono che tipo di handicap avesse, rispose, furioso, se non ne avesse già abbastanza con l'essere nero, nano, guercio ed ebreo. Non è facile essere eclettici ma quale piacere e quanto amore si può dare, quanta ricchezza ricevere in cambio di nient'altro che della fedeltà alla diversità, in qualsiasi genere e forma. Potrei menzionare mille esempi e ricordi, ma sarà sufficiente uno dei miei rosebud favoriti. Quando Merceditas Tola morì , sua sorella Hortensia consegnò a mia sorella Clementina, altra grande fan di Merceditas, anche se più per ragioni di musica classica che di letteratura, le lettere che "tuo fratello scrisse a mia sorella perché gliele rimandasse a Parigi" e che resti tra noi, Clementina. Conservo quell'epistolario e ogni mia lettera parla di tutte le metropolitane che presi nella direzione giusta, delle opere di Molière, Racine e Corneille che, secolo dopo secolo, trovano la loro prosecuzione nella Comédie Française, della mia tesi su Montherlant, cominciata con Merceditas per un mio errore di memoria e che avrebbe dovuto essere su Maeterlinck, ma che nella mia vita e opera continuò a essere per Merceditas fino a quando, già lei defunta, mi laureai con una tesi su Montherlant, un altro di quelli che si sparò alla gola quando uscì di senno e che fu diverso e disuguale e scrisse su tutte le creature diverse che coabitano in uno stesso essere ma che, francamente, non era simpatico e mi causò mille complicazioni e doppia fatica, in cambio di un solo rosebud. Da qualche parte Montherlant scrisse qualcosa tipo: "La domestica mi derubava e si prendeva cura di me come nessun altro al mondo. Chi non capisce questo, non avrà capito niente della vita". A Perugia, mentre scrivevo il mio primo libro, la rubiconda e rubizza contadina che curò tanto la mia alimentazione, la mia stanza e i miei vestiti, mi derubava e mi adorava, e io scrissi moltissimo e mangiai bene grazie a lei e poi, in Tantas veces Pedro, la trasformai in un simpatico personaggio del la mia vita e opera. Ma tornando alle mie lettere a Merceditas, ogni libreria rimase dove lei mi disse e a Parigi non trovai mai qualcuno che fosse di Tarascona, una fermata che, anni più tardi, non avrebbe smesso di produrmi una pena angosciosa e atroce. I treni notturni che nel periodo di lavoro più intenso della mia vita letteraria, e penoso della mia vita- ingiusto dirlo, avendo avuto colleghi eccellenti come Montpellier-si fermavano sempre a Tarascona: Tarascon ... Le train restera en gare trois minute ... Les passagers destination de... E lì Merceditas moriva sempre, non so perché. Forse perché non avrei mai voluto che mi vedesse in quello stato di insonnia, disorientamento e abbandono del mio eclettismo. Ma oggi Parigi è per me, grazie alle mie lettere inviate a Merceditas, A moveable feast: la città in cui ogni cosa è da qualsiasi parte, dove nella Comédie Française, ogni sera, alla stessa ora, si rappresentano molti autori diversi, dove nulla è difficile e tutto è complicatissimo, dove il tempo mi sta stando ragione perché nella mie lettere mercediane non ci sono portinaie né vicini, e oggi, delle prime, quasi non ne restano più ... ...E Parigi anche la città dove Maggie, la mia prima moglie, e io andavamo a teatro tutte le sere ed eravamo felici e contenti, la città in cui non ci separammo né divorziammo, né mai lei si lamentò dei polpettoni teatrali che le imponevo, dopo averla costretta a un intenso ripasso di inglese, sì, di inglese, non di francese, con Merceditas, prima di imbarcarci con destinazione Parigi, per

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==