64 SAGGI/ ECHENIQUE i romanzi migliori, i coniugati o gli scapoli? Sono migliori gli scrittori filoprogenitori o quelli che non hanno avuto figli? Vediamo, mi mostri le sue statistiche." Ed è a questo punto che Julian Barnes apre un nuovo capitolo e con la sua abituale scioltezza afferma che: "Per uno scrittore, non esiste vita migliore che quella che lo aiuti a scrivere i libri migliori". E aggiunge, sempre riferendosi a Flaubert: "Siamo sicuri di saperne più di Flaubert in merito? Flaubert visse, per dirlo con le parole da lei usate, molto di più di altri scrittori: al suo confronto, Henry James è stato una suora. E probabile che Flaubert-abbia tentato di vivere in una torre d'avorio ..." "Ma non ci riuscì." E a Barnes basterebbe ci tare la seguente frase dello stesso Flaubert: "Ho sempre cercato di vivere in una torre d'avorio, ma un mare di merda si infrange contro le sue mura in una continua minaccia di distruzione". Ma insiste e aggiunge: "Qui bisogna puntualizzare tre questioni. La prima è che lo scrittore sceglie - fin dove può - il grado di intensità con cui vivere: nonostante la sua reputazione, Flaubert ha occupato, a questo proposito, una posizione intermedia. Esiste un ubriaco che abbia mai scritto la canzone che è solito cantare chi ha alzato il gomito? "Di questo non aveva dubbi. D'altra parte, non era neppure astemio. È possibile che la volta che sia riuscito meglio a esprimersi sia stata quella in cui affermò che lo scrittore deve solcare la vita come si solca un mare, ma immerso soltanto fino all'ombelico." Amo quest'ultima affermazione: possibile che la voi ta in cui sia riuscito meglio a esprimersi ... Mi piace che qualcuno osi dire, senza alcun dubbio con ogni ragione, che Flaubert, che passò gran parte della sua vita a cercare la motjuste nella scrittura, nella vita invece ripetesse molte volte la stessa idea ma alcune con una più accertata proprietà di linguaggio. A parte le cose di tutti i giorni che accadono comunemente a tutti, e a noi scrittori nella vita e nell'opera, (chiedo scusa: si prova un certo non so che, un'angoscia, a parlare di opera in un momento in cui, si è, come il motivo di un bolero che risuona lungo il litorale, letteralmente giocattolo delle onde di un mare canario, anche se non Acapulchefio-Lara-Mar!a Bonita, e dove, contenti, si farà ritorno alla spiaggia dell'Inglès in caccia e in cerca di un vaniglia ice-cream, bitte, con calma, riposato, abbronzato e senza fretta ... Come si può allora parlare di opera, in un momento in cui mi sto godendo così tanto la vita?) e, a parte questo, non risulta tremendamente reale che un uomo come Flaubert ripetesse moltissime volte la stessa idea però con mots a volte piùjuste di altre e, alla fine, una con parole esatte? E non sarebbe da considerare geniale, quasi un happy-ending a tanta angoscia esistenziale, che in tutto questo ci sia un antiflaubertiano, dal punto di vista endemico e accademico, coinvolgimento vita-opera veramente con i fiocchi? Sfortunatamente Julian Barnes non ci dice niente a questo proposito e quindi non posso essere io a farglielo dire, dato che farlo sarebbe peggio che plagiarlo, forse addirittura calunniarlo con un'affermazione che magari gli sarebbe sembrata molto pertinente e degna del più lusinghiero dei plagi - quello che consiste nel mettere in bocca o nella penna di altri qualcosa che avrebbero amato aver detto. Insomma, è un po' come succede con Borges, a cui tutti attribuiamo delle frasi, ma nel modo più codardo del mondo. La prima volta diciamo che sono di Borges e se si ha fortuna e fanno sorridere perché sono efficaci, ingegnose, irriverenti, la seconda volta affermiamo che sono nostre, che poi è esattamente quello che sono sempre state. Soltanto i borgiani timidi e timorati, gli adoratori e, infine, gli endemici e gli accademici attribuiscono a Borges anche la seconda, la terza e la quarta volta, e così ad il1finitum, la fortunata frase di Borges della prima volta, e così, senza accorgersene, contribuiscono a fare del nostro Omero (la stessa cecità, la stessa grandezza!) più che il poeta di tutte le corti per le quali passò con mille racconti che erano sempre in tema - nient'altro che un buffone di corte. Ma torno a Julian Barnes per citare la seconda e la terza questione che ben mette in luce nel Pappagallo di Flaubert. La seconda: "quando i lettori si lamentano della vita degli scrittori, perché non ha fatto questo, perché non ha inviato lettere di protesta ai giornali sul tal fatto; perché non ha vissuto fino in fondo - non si stanno forse ponendo una domanda molto più semplice e molto più vana? Cioè, perché non ci assomigliano di più? Tuttavia, se lo scrittore assomigliasse di più al lettore non sarebbe scrittore ma lettore: elementare". "Terza questione: fino a che punto questa lamentela non da intendersi indirizzata agli stessi libri? E probabile che quando qualcuno lamenta il fatto che Flaubert non abbia vissuto più a fondo, non lo fa perché nutre nei suoi confronti un sentimento filantropico: se Gustave avesse avuto moglie e figli, sicuramente la sua natura non sarebbe stata così pessimista. Se si fosse messo in politica, se avesse fatto opere di bene, se fosse diventato direttore della scuola in cui fu alunno, sicuramente non si sarebbe chiuso così tanto in se stesso. Si può presumere che quando lei muove questa critica pensa che nei suoi libri alberghino difetti che avrebbero potuto svanire se lo scrittore avesse vissuto in maniera diversa. Se così stanno le cose, lei deve essere il primo a dichiararlo. Da parte mia, non mi sembra che, per esempio, il ritratto della vita di provincia in Madame Bovary presenti delle carenze che avrebbero potuto essere colmate se l'autore avesse "cozzato" ogni notte il boccale di birra contro quello di qualche gottosa bergère normanna". Prima ho parlato en.passent e per inciso dell'Hemingway che tutti abbiamo dentro, senza alcun dubbio per colpa di quel Flaubert che Hemingway non ha mai avuto dentro, ma che è stato il centro delle sue più genuine e autobiografiche preoccupazioni, per quanto paradossale possa sembrare. E credo di essere giunto al nocciolo, al quid della questione, come si dice per darsi un tono. Hemingway volle essere all'altezza di quegli insegnamenti flaubertiani che Julian Barnes ha smitizzato, prendendoli per il pappagallo accademico e endemico e portandoci, nell'epilogo della sua ricerca, alla presenza di decine di pappagalli impagliati con i quali Flaubert non ha mai avuto niente a che fare. Ma a Hemingway mancava l'humour necessario per quest'impresa e gli sarebbe costato molto caro, tragicamente. Prendeva le lezioni dei maestri alla lettera, per filo e per segno, e non con libertà, che è poi come bisogna fare se non vogliamo trasformarle in tremendi deliri. Diciamo che dove lesse "disciplina", pronunci DISCIPLINA mentre il maestro, costretto senza alcun dubbio dall'ulcera, da crisi epilettiche o altre giustificatissime ragioni, diceva "fischi" per "fiaschi", senza la minima preoccupazione per le mots }uste in questo caso autobiografiche. Ciò che per Flaubert nacque a poco a poco dal caso e dalla necessità, divenne invece un'imperiosa necessità da militante per il gigante più vitale e indisciplinato del mondo letterario contemporaneo, eccezione fatta forse per Bukowsky, Charles, anche se questi appartiene piuttosto al mondo del sottosuolo, secondo una propria libertà di espressione. Hemingway, che tanto mentì su Hemingway e che tanto permise che si montasse un giro di affari attorno alla sua persona, fu il gigante più onorato e ingenuo del mondo, soprattutto se paragonato alla sua anima gemella, ugualmente amante delle feste di Sanfermfn, di Spagne, tauromaquie, mangiate, bevute e altri viscerali eccessi autobiografici: Orson Welles. E nel triste accadimento di questi due grandi nordamericani della sregolatezza, quale parodia deliziosamente vitale e giovanile Ffor fake e che dolorosa parabola finale I/ vecchio e il mare.
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