Linea d'ombra - anno XIV - n. 111 - gennaio 1996

VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 59 È un handicap essere una donna? Non direi. Personalmente non mi ha mai condizionata. Non mi è mai capitato che in una redazione mi guardassero male oche mi capitassero episodi spiacevoli. Davvero non capisco cosa ci sia sotto, a meno che non ci si muova per idee stereotipate e allora forse la spiegazione potrebbe essere che il fumetto racconta per lo più storie molto dure, poco vicine al l'immaginario femminile. Ma non è affatto vero, perché il fumetto è molto meno rigido di altri mezzi, è duttile, non ha schemi, puoi veramente usarlo come credi, parlare come vuoi, dolce, duro, veloce, lento. Non hai da rispettare una tecnologia come quella filmica, che impone le sue regole e i suoi costi. Qualche nome difumettista, malgrado tutto? La statunitense Sue Coee Francesca Ghermandi. Francesca fa un fumetto dal lo stile assolutamente originale. Quasi un cartoon alla WarnerBros, dai movimenti molto dinamici, fluidi, pieni di scivolate. Però poi racconta storie pesantissime: i personaggi, il più delle voite, hanno fattezze contrassegnate da Iinee tonde come nei cartoon, poi all'improvviso si girano e vedi che hanno venticinque cicatrici che gli deturpano la faccia, oppure sono un misto di animale e persona, inquietantissimi. Francesca è una fumettista molto, molto brava. Unica. Comunque mi sono chiesta spesso perché siamo così poche. Il più delle donne che fanno fumetto fanno poi cose molto classiche, viste e riviste e prive di significato, molto fumetto cosiddetto d'avventura. La mia sensazione di solitudine credo che abbia a che fare un po' anche con il lavoro, con un modo di lavorare. Qui a Milano si è veramente molto isolati. lo però sono nata qui, qui c'è la mia famiglia e i posti fantastici forse non esistono. Ci sono però posti che ti alimentano unpo' di più il cervello. Milano sembra fatta per fartelo diventare un cadaverino. E pensare che per molto tempo sono stata contenta dell'isolamento che ti garantiva. Per me stare Milano è come stare su un'isola deserta. Non ho una persona in questa schifosa città dalla quale magari andare a farle vedere i nuovi disegni che ho fatto, chiedere un parere, avere uno scambio. lo proprio non ne ho. I fumettisti che stimo stanno a Bologna oppure, come Mattotti, a Udine e a Parigi. Certe volte sento proprio una smania, un bisogno di scambiare. Nello stesso tempo, però, non ho mai voluto fare gruppo con nessuno. All'inizio mi faceva paura quello che succedeva a Bologna, dove la concentrazione di fumettisti è altissima e c'è un'ottima scuola. Lì io ho la nausea. Ti ritrovi per una mostra, poi magari vai fuori a cena e finisci a un tavolo dove ci sono solo fumettisti: roba da attacco claustrofobico. Soltanto l'idea di vi vere una quotidianità così, come molti di loro fanno, cioè di frequentarsi solo tra di loro, per me è la morte, mi fa star male. Ricordo che, quando a Bol.ogna nacque la "Dolce Vita", tutti mi dicevano cosa fai a Milano, spostati a Bologna. Dentro di me sapevo che non ci sarei andata mai. Non glielo dicevo, ma non mi sarei mossa di qua nenache se veniva qualcuno a spararmi addosso. A me piace avere un'altra vita. A che luoghi pensi? A New York, a certe città del nord che non conosco e però mi affascinano. Amburgo, Edimburgo. Città fredde sul mare. Poi magari io funziono a Napoli. In italia non mi trovo bene da nessuna parte, faccio sempre molta fatica. Bologna è simpatica, anche se ha ragione Goffredo a di re che fanno ancora più schifo che a Milano perché lì sono anche contenti. Roma è bellissima, però per meè piena di ricordi tristi. Napoli mi piace moltissimo, però ho paura di una città così napoletana, perché io sono anche molto chiusa, introversa. Ho paura di stare in una città così estroversa. Al l'Italia ci penso fino a un certo punto, perché vorrei andare all'estero. Poi però mi sento molto italiana. Vorrei in ogni caso tentare culture differenti. Conosco bene l'India, dove sono andata spesso e vivrei volentieri, ma non sono per niente attratta dall'idea di perdermi in una cui tura così diversa dalla nostra. lo non voglio fare l'indiana. E prenderei a bastonate quelli lo fanno. A Milano ci si abitua a una città dove c'è poco da guardare. Non credi che la "guardabilità" di una città dipenda dalla sua componente umana? Milano è umanamente così omogenea che non viene neanche voglia di uscire di casa. Si esce solo per andare in posti specifici, a un appuntamento, al cinema. Poi si rientra, perché non si sa dove andare. Qui non si va a spasso, perchè si sa che lungo strada tanto non capiterà nulla. New York invece è spettacolare, ti emoziona con la sua verticalità, la sua grandezza, le luci, l'aria, lo stagliarsi delle cose. Questo fa sì che tu la senta anche un po' tua. lo Milano non la sento miaecredochenessunalo senta sua. Non diventa il cortile di nessuno. E di Los Angeles cosa pensi? Los Angeles mi è piaciuta molto per quanto è cattiva, mefistofelica, letterariamente pestifera. Mi sono chiesta come sarebbe viverci. La sua è una bellezza che fa paura. Ho pensato di vivere in California, però poi quando ci penso davvero, penso che New York sia più bella. San Francisco, ad esempio, è la città più comoda del mondo, ma lacomoditàcreadipendenzaenonèquesto che cerco. Come mi spiegherei se no la scelta di iscrivermi alla scuola di cinema? Frequentare da studenti-a trent'anni e già in qualche modo affermati e solidi in un altro campo- corsi di una disciplina di cui non si sa niente è come far guerra al proprio ego. Svuotarsi di tutto quello che già si sa e si è per esplorare nuovi territori è un passo complesso e una fatica improba. Di ricavi penso di averne, perché continuo a immagazzinare nuove informazioni, ma la fatica mi sfinisce. Dico questo anche per dire che ho trentadue anni e non riesco a ritrovarmi con i ventenni che frequentano la scuola insieme a me. Non capisco cosa pensino. Tante volte mi sembra di essere una vecchietta un po' suonata, la barbona dalle idee sbilenche. L'unico con cui vado moltod' accordo è un ragazzo croato, che per l'appunto, pur avendo solo vent'anni, ha un po' di casino e si sta muovendo il culo in giro per fare delle cose. Questo lo rende molto forte e ricco di idee. Agli altri gli pagano tutto papà e mamma e la vitagli va liscia. Per me non è stato facile: i miei genitori non hanno finito neanche le elementari e io me ne sono andata di casa a diciotto anni. Ai miei genitori voglio bene, ma il punto non è quello. Non riesco a concepire che si diventi adulti così, perché sulle persone della mia età gli effetti di una eccessiva protezione o sicurezza sono dannosissimi. Si resta bambini e a trentacinque anni si ha l'esperienza di un coglione di venti. Io sono molto moralista-è un po' un mio limite-ma il bello è che poi questi ragazzini parlano così male dei loro genitori da farti capire che per loro non hanno né rispetto né amore. In questa scuola credo di essere l'unica della sezione ad andare a lezione in metropolitana. Hanno tutti la macchina, ma non hanno mai pagato un bollo in vita loro. Sono anche persone intelligenti, però da parte mia c'è un muro di diffidenza.

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