Linea d'ombra - anno XIV - n. 111 - gennaio 1996

I 11 'f'"d, I • / .· .. ~ ,, ... i# Da SilenlBlanket, GranataPress,1984. .,,, Dipende. La storia in bianco e nero a cui sto lavorando adesso nasce da un personaggio. A monte c'è una storia di quattro pagine che avevo realizzato per una rivista musicale. Avevo preso una cantante che mi piace molto, P.J. Harvey, e una sua canzone molto evocativa. A partire da quel testo avevo imbastito una storia. Èda un po' che lavoro attorno a un'idea: mi piace raccontare storie senza far agire i personaggi nel modo classico, dove un personaggio fa delle cose e ti racconta la sua vita, bensì attraverso un narratore, una presenza esterna che ti porta dentro, una specie di anfitrione della storia. Nel caso in questione ho creato un personaggio che introduceva la storia minimale raccontata in quelle quattro pagine. Il personaggio del narratore mi è piaciuto molto. Mi è piaciuto moltissimo anche come lo ho disegnato. Ho deciso dunque che sarebbe diventato il mio narratore fisso, con il suo modo di osservare, i suoi occhi, il suo punto di vista. Un osservatore gentile, che non interviene mai nella storia, ma si limita a guardarla e raccontarla. Credo sia questa la molla che ha dato di nuovo il via alla mia voglia di raccontare. Quali sono i tuoi temi? Tristi (ride): la solitudine e l'incomunicabilità soprattutto. L'incapacità di comprensione tra le persone e anche molto il ricordo, tutti quegli strati che sono dentro a ognuno, gli strati d'esperienza che ci formano e insieme limitano. Silent Blanket parla soprattutto di solitudine. Può sembrare tragico e invece, in alcuni casi, la solitudine è per me un privilegio. In questa storia c'è molto la città: immagino che i luoghi dove un personaggio si muove siano degli involucri, qualcosa di coperto, e che sia difficile vederli come parte di un tutto, via via che diventando microluoghj separati l'uno dall'altro. Mi sembra che sia un po' come si vive normalmente e allora mi interessa capire, lavorare anche sui sentimenti, sulla voglia di far parte di qualcosa e sull'incapacità di farlo. Queste difficoltà le attribuisci al/afase storica in cui siamo o pensi siano parte dell'esperienza umana? Non credo si tratti solo di una difficoltà "d'epoca". Nel mio piccolo mi sono accorta che è molto difficile crescere senza acquisire difese. Ma le difese non sono altro che il risultato di alcune esperienze che diventano parte della fisionomia individuale e per ovvie ragioni tendono a isolare, a rendere le persone meno aperte, meno comunicative tra loro. In questo c'è anche del buono. Io credo molto nell'esperienza. Ad esempio, in generale, preferisco i vecchi ai giovani. Il mondo di un vecchio mi sembra più completo. Quindi penso che faccia parte del processo di crescita capire che il proprio animo o modo di essere si muove solo econdo alcune delle possibilità che ci possono essere date. Nei mesi passati a New York hai conosciuto molta gente? No. Ti limitavi a guardare e ascoltare? Sì, ma New York è una città nient'affatto alienante. È enorme e ovviamente tu ti ci senti molto piccolo, ma puoi anche sentirti protagonista. Fa impressione perché, abituati a Milano che come metropoli fa ridere i polli, a New York hai la sensazione che se vuoi puoi parlare con chiunque.

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