Linea d'ombra - anno XIV - n. 111 - gennaio 1996

56 /'• .4, VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE . Per tefitmetto e cinema sono dunque tuttora in collisione? Sono combattutissima sul che fare. Adesso sto lavorando a una storia a fumetti che mi appassiona e mi coinvolge per l'intera giornata. Ancora non so quanto il cinema sia quello che voglio veramente fare. Diciamo che al momento lo vivo come qualcosa in più da imparare, non come una cosa concreta con cui lavorare. Chi sono i tuoi autori cinematografici di r(ferimento? Nessun italiano. Mi piacciono David Lynch, Abel Ferrara, Sam Raimi. Adoro Woody Allen, che mi piace in toto. In generale, come spettatrice, il cinema mi piace proprio molto. E David Lyunch moltissimo. Te li ritrovi come influenza quando scrivi o disegni? Sì, moltissimo, anche se al momento non riesci a razionalizzarlo, poi nel lavoro li ritrovi. È fondamentale, come lo è certo lavoro di disegnatori che ti piacciono. Chi sono i tuoi disegnatori preferiti? TIfrancese Tardi, bravissimo a scriverestorieancheclassiche. Alcuni straordinari giovani americani. Daniel Clowes, ad esempio, che per me è proprio molto legato al cinema di Lynch e alla sua estetica surreale. Mufioz, Lorenzo Mattotti, di cui mi considero un po' un'allieva. Ce ne sono molti, ognuno con caratteristiche inconfondibili: Tamburrini ad esempio o Scozzari. E, al di fuori dell'ambito del fumetto, uno strano pittore americano, Donald Roller Wilson, che fa quadri quasi iperrealistici nella tecnica. I suoi sono sempre interni molto casalinghi -di solito tavoli apparecchiati per la cena o la colazione- rigorosamente sgombri di presenze umane. Il risultato è però, sempre, un'atmosfera densissima d'umanità, che si sprigiona da una serie di microdettagli appena percettibili -ad esempio un mozzicone nel piatto con l'uovo al burro. Le presenze umane sembrano nascoste dietro l'angolo di una porta e la suspense che ne deriva è fortissima. Wilson l'ho preso come ispiratore per iI cortometraggio che ho fatto quest'anno: volevo ottenere il suo stesso tipo di tesa inquietudine. Non so se ce l'ho fatta. Nel suo lavoro hanno un'enorme importanza le luci, i coni che le lampade disegnano sulle superfici, cose che, fotograficamente parlando, sono assai complesse da realizzare. Amo molto queste atmosfere che raccontano un po' in sordina. Qual è stata la tua formazione? Come sei arrivata al fumetto? Premetto che, avendo ormai trentadue anni, a quest'ora credo che dovrei avere più carne al fuoco. Comunque. Ho iniziato con l'Istituto d'arte di Milano, senza sapere dove parare, solo perché mi piaceva disegnare. Poi ho fatto la scuola del fumetto di Milano. Non è stata una grande esperienza, anzi non 111' è piaciuta affatto, però nello stesso periodo ho conosciuto Lorenzo Mattotti, che per me è stato molto più importante della scuola. La scuola mi aveva fatto disinnamorare del fumetto, mentre vedere come lavorava Mattotti mi ha fatta riappassionare. È stata una grande fortuna conoscerlo proprio allora, quando lui stava facendo cose molto importanti, che avrebbero determinato la direzione in cui sarebbe andato. Vedere come stava sviluppando il suo lavoro mi ha molto stimolata e mi ha insegnato tanto. È da quell'incontro che ~er me raccontare facendo fumetti è diventata una necessità. E accaduto dodici, tredici anni fa e non mi è mai venuta meno: penso sempre a me come a una che farà fumetti. Non credo che me ne mancherà mai la voglia e la necessità. Ti mantieni con i/umetti? No, no. È possibile, ma molto difficile. Specialmente in Italia nessuno lo fa. Forse si mantengono i disegnatori dei seriali tipo "Dylan Dog". Senz'altro loro sì, però il tipo di fumetto che facciamo noi non ti mantiene comunque. Tu proponi all'editore la tua storia, poi - anche se magari sei bravo e hai tempi veloci - non è detto che l'editore la prenda. Adesso ad esempio io, quando avrò concluso questa mia nuova storia in bianco e nero, sarò nella condizione di non sapere a chi portarla. È un discorso che vale solo per l'Italia o anche per altri paesi? Vale per l'Italia di oggi. Per quali testate lavori o hai lavorato come fumettista? Per "Alter alter", "Frigidaire", "Dolce Vita", "Nova Express", "Reporter", "Rumore". In italia nient'altro. Ali' estero ho fatto molti lavori, ma di fumetti ne ho pubblicati solo su "L'Echo des Savannes" e su "Strapazin", una splendida rivista svizzerotedesca. Negli Stati Uniti non ho ancora fatto nulla. Sto prendendo contatti adesso. Quando avrò finito la scuola, andrò a fare un'esperienza di sei mesi a New York. La volta scorsa avevo avuto contatti con tante riviste, "Vii lage Vo ice", "Details", "Rolling Stones". Erano tutti interessati, ma a condizione che restassi. lo proponevo di lavorare da qui, ma è evidente che a loro non conveniva. Inoltre i tempi di confezione di un giornale sono strettissimi e la distanza dalla redazione diventa un grosso handicap. Lo so per esperienza, dato che per due anni ho lavorato per "TImanifesto". Le commissioni funzionano da un giorno all'altro e non permettono tempi morti. Tu collabori con una serie di rivisteanche come illustratrice? Sì, con le illustrazioni è possibile mantenersi. lo ho lavorato pertante riviste come illustratrice, però per me non è divertente. E i libri? Per ora c'è solo Silent Blanket. D'ora in poi, però, cercherò sempre di fare storie che mi consentano di arrivare al libro. Al di là della pubblicazione a puntate, ha molto più senso un lavoro che stia tutto insieme, che abbia corpo in un libro. Quali sono i tuoi colori? Il rosso, uno dei miei preferiti, forse quello di cui non potrei fare a meno. Sei presente nelle tue storie? Mi identifico un po' in tutti i miei personaggi e certe volte, senza accorgermene, mi disegno. Lo fanno tutti. All'inizio, quando fai lo studio per i personaggi, tante volte mi devo un po' distaccare perché altrimenti in ognuno ritrovo qualcosa di me. È naturale, capita a tutti: in piccoli dettagli va a finire che ci sei sempre tu. Parti da una storia scritta, da un 'idea, da un personaggio, da un elemento visivo o da che altro?

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