Linea d'ombra - anno XIV - n. 111 - gennaio 1996

Nuruddin Farah CONTI FALSI Traduzione di Paola Splendore Sono cresciuto nell'Ogaden, una provincia semiaridadell'impero più miserabile del mondo, dove la scarsità del dollaro etiopico era tale da costringerci a usare lo scellino delle colonie inglesi del!' Africa orientale. li fatto di vivere in un impero straccione e di dipendere dalle industrie monetarie di un paese più ricco fuori dei nostri confini si rivelò quasi un'anticipazione del futuro del nostro continente. Oggi una donna africana con una qualche attività commerciale, dipendente completamente da cibo coltivato altrove e da merci fabbricate al di là del mare, calcola il proprio reddito non in naira nigeriani, né in kwacha zambesi, né in dinari marocchini o scellini kenioti, ma in dollari americani. Vive un'economia alienata non molto dissimile dall'Ogaden della mia infanzia. Molto prima di crescere ed essere in grado di guadagnare ho capito che cosa fossero i soldi e quante ingiustizie vi fossero collegate. Mio padre aveva un commercio al dettaglio e vendeva con grossi profitti le sue merci ai nomadi che arrivavano la mattina con addosso abiti scuriti dalla polvere del viaggio e che si sistemavano per la giornata sul nostro compound. Ripartivano al crepuscolo, terminati gli affari. Nel corso di quelle gite diurne i nomadi vendevano capre, pecore e bestiame a mediatori che li caricavano di altissime provvigioni, per poi spendere gran parte dei soldi nel negozio di mio padre in zucchero, olio, sapone e altre merci di prima necessità. Mi incuriosiva guardarli contare e ricontare i propri soldi, e poi legare quel poco che avevano risparmiato agli orli degli abiti per paura dei ladri, e spesso mi sono chiesto perché lasciavano che gli altri si approfittassero di loro. Spiavo l'arrivo e la partenza dei nomadi, pronto a parlare e ad ascoltare le loro storie ogni volta che si presentava l'occasione, e fu così che scoprii che mio padre li trattava in maniera disonesta poiché gli vendeva le merci a prezzi esorbitanti mentre acquistava le loro a un prezzo a lui conveniente. Per molti anni mi sono guadagnato qualche spicciolo scrivendo lettere in inglese e in arabo per conto di uomini e donne che non sapevano né leggere né scrivere. Oltre a costituire una fonte di reddito per un ragazzo che andava ancora a scuola, le storie che mi raccontavano erano straordinarie: venivo messo a parte di segreti e di preoccupazioni adulte che mi impegnavo a non diffondere. Queste persone mi dicevano ciò che pensavano su questioni di importanza politica, economica e culturale e benché fossi ancora un ragazzino, mi aprivano la mente ai problemi del periodo. Imparai in questo modo più di un qualsiasi mio coetaneo sulla natura malvagia del denaro e la corruzione del mondo. Benché non avessi neanche dieci anni, in virtù dei miei rapporti con queste persone, mi sentivo cittadino di vari regni e imploravo mio fratello perché mi spiegasse in un linguaggio a me comprensibile quello che accadeva nel mondo. Fu allora che per la prima volta sentii il termine "colonialismo" all'interno di un complesso e altisonante discorso sul tema del denaro. Ancora oggi per me l'espressione "la storia economica del mondo colonizzato" è inestricabile dal nodo gordiano cui sarà sempre legata. Trenta anni dopo, in Nigeria, dove attualmente vivo, mi trovo a ripercorrere le conversazioni della mia gioventù. Ancora una volta ripeto le parole di mio fratello, ed è mia moglie che mi chiede perché l'idea del denaro debba essere così problematica nel1'Africa di oggi. Rispondo che nel!' Africa precoloniale esisteva, accanto a una grande varietà di monete, un sistema tradizionale di scambio che il colonialismo indebolì quando la moneta africana, basata sullo scambio di merci, fu sostituita dai soldi moderni. Questi erano collegati con l'economia europea e tutte le transazioni, incluso i salari della forza lavoro in espansione, vennero pagati in moneta europea. "Che tipo di moneta circolava in Africa prima di allora?" "Nel regno etiopico di Axum, per esempio" le spiego, "già nel terzo secolo circolavano delle monete che celebravano il volto del re, con iscrizioni liturgiche da un lato e la croce cristiana dall'altro. Gli africani a nord del Sahara furoni i primi a monetizzare le economie regionali e a creare centri urbani, forse a causa della loro vicinanza con le società musulmane. Basavano la loro valuta su dinari d'oro e d'argento". "E cosa accadeva nel!' Africa sub-Sahariana?" "Gli scambi si effettuavano o per baratto" le dico, "o per mezzo di altre monete di mediazione: le "banconote" erano strisce di tessuto di cotone, le "monete" erano cauri o altre conchiglie marine. In certe zone l'oro si scambiava a peso. Le tasse e i tributi erano in parte pagati in moneta, parte in provviste e doni simbolici come la pelle di un leopardo o di un leone. Un cacciatore barattava cacciagione con ferro". Mia moglie si lamenta che viviamo in un mondo a testa in giù: gli affari importanti al livello internazionale si fanno nel le monete dei paesi più ricchi. Che cosa.ha comportato a lungo termine l'introduzione di una economia monetaria? "Per cominciare" rispondo, "il progresso economico del1'Africa si è arrestato a causa della svalutazione del sistema tradizionale di scambio. Un nuovo standard di ricchezza fu imposto, basato non più sulle pecore, il bestiame o i cammelli che si possedevano ma sul denaro. Inoltre, la gente non lavorava più per la sussistenza e il bene della propria comunità ma per

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