GLI ANNI DELLAMUTAZIONE Goffredo Fofi L'abbiamo ripetuto così spesso che ormai perfino gli storici si sono convinti che il periodo di vera rivoluzione nella biografia della nazione italiana è stato quello del "miracolo economico" quando, tra gli anni Cinquanta e anni Sessanta, in co1Tispondenza di trasformazioni mondiali decisamente "strutturali" (l'era della chimica e della plastica, della televisione e delle nouvelles vagues, del benessere e della "coesistenza pacifica"), fondamentalmente simili alle nostre, tutto in Italia andava velocissimamente mutando. Uno stato delle cose che durava nella sostanza da secoli -un rapporto campagna-città, un rapporto analfabetismo-istruzione, un rapporto scarsità-benessere, e un più recente rapporto bicicletta-automobile ... - andava in crisi, il paese si trasformava sotto i nostri occhi e ci trasformava tutti in profondità, nei consumi e dunque nelle coscienze. Trent'anni fa, l'Italia in cui eravamo cresciuti diventava un'altra Italia. Una modernità molto ottimista affermava finanche nuovi movimenti e nuove speranze: ancora gli operai, e la novità degli studenti, mentre il Terzo Mondo era in rivolta e le lotte di liberazione vincevano. Grandi trasformazioni, grandi speranze. Esse hanno lasciato via via coperto di detriti e di ceneri il paesaggio della nostra vita. La società è cambiata, ed è cambiata la stessa natura. I contadini sono scomparsi. Un impero è crollato. Le città sono mutate. L'omologazione antropologica e culturale è avvenuta. Si è affermata una "cattiva" modernità dovunque, sia pure con modi diversi. La società dei "due terzi" ha respinto ai margini - laddove ha potuto, nel mondo occidentale avanzato - turbe di poveri, e ha prodotto nuovi disagi e nuove forme di emarginazione. Nuovi imperi stanno edificandosi, e il nostro paese, stretto nella morsa di una classe dirigente più incapace e cialtrona che mai, prodotta dall'omologazione e dal ceto maggioritario, schiumata dagli arricchimenti facili e loschi, sta vivendo una decadenza che appare inarrestabile sul piano morale e politico, mentre continua a dimostrarsi, almeno per ora, perversamente vitale (ma fino a quando?) sul piano economico. In questo processo, nella frenesia esaltata del momento presente, nell'affermazione attualistica di un oggi rumoroso, "narrato" da media e intellettuali maestri di incoscienza, hanno perso di valore, di peso e di senso la riflessione sul futuro così come quella sul passato. La dimenticanza concorre a produrre la mascalzonaggine e l'imbecillità di cui si compiacciono i nostri connazionali, per esempio nei confronti degli immigrati, che cercano lavoro e rifugio nel nostro paese. Si ripetono nei loro confronti, paradossalmente, le stesse reazioni - in peggio - che hanno caratterizzato la prima emigrazione dalle campagne e città del nostro sud verso il "triangolo industriale", verso il nord di Torino, Genova, Milano. li compito di una rivista è quello di ragionare sul presente anche a partire da idee su una società a venire e da ricordi di una società che è stata. Per questo diamo qui un poemetto del poeta calabrese Franco Costabile, di cui meritoriamente i "Quaderni calabresi" hanno riproposto la migliore raccolta, La rosa nel bicchiere ( 1961), che comprende anche il poemetto in questione (e li ringraziamo caldamente per averlo riproposto!), che noi conoscevamo da una pubblicazione collettiva dell'epoca, Le sette piaghe d'Italia (Nuova Accademia, 1964), nella quale apparve dapprima e che raccoglieva inoltre testi di Sciascia, Rea, Troisi, Bernari, G. Vigorelli. Franco Costabile (Lambiase 1924-Roma 1965), insegnante e poeta, visse fra la Calabria e Roma, collaborò alle riviste "Letteratura", "L'Europa letteraria", "Tempo presente", "Botteghe oscure"; il suo Canto dei nuovi emigranti è uno dei rari esempi di buona poesia civile su un tema così importante e così trascurato da nostri letterati e artisti del tempo (qualche racconto e romanzo di Strati, anche lui calabrese, un mediocre film-fotoromanzo di Visconti e ben poco d'altro) come quello dell'emigrazione interna e dell'abbandono del mondo contadino meridionale. Sarà anche per molti lettori una sorpresa. Sorprenderà, crediamo, anche l'attualità di questi versi: poiché ogni emigrazione dalla campagna alla città vive drammi ed esperienze simili, e poiché la fine del mondo contadino è una tragedia del secolo, non solo dell'Italia e non solo della Calabria e poiché i costi degli sradicamenti continua a pagarli tutta una parte di umanità, anche se la parte che magari li ha pagati ieri tende a disconoscerlo, accanendosi contro i nuovi migranti a partire dalle postazioni conquistate. Del momento e della massima trasformazione del paese, Vittorio De Seta, regista cinematografico, è stato tra i pochi grandi interpreti e lo ha sofferto e narrato in opere degne di stare alla pari con quelle di Pasolini. Se i bellissimi documentari muti sulla Sicilia, la Calabria e la Sardegna degli anni Cinquanta e il film Banditi a Orgosolo hanno raccontato una natura e pezzi di società che erano gli stessi da secoli e secoli (il ciclo del grano e i mestieri del mare, i pascoli e le miniere ...) con uno straordinario splendore di realtà, già Un uomo a metà era un film sulla crisi di un intellettuale di fronte alla mutazione, anche se di essa dava ancora un'interpretazione "interna" e psicanalitica (junghiana) più che sociale e storica. Con i suoi alti e bassi, con la sua poetica così strettamente intrecciata alla biografia, con la sua dolorosa e saggia rinuncia al cinema, o meglio a quel sistema del cinema e della televisione che ha poi dominato il campo della cultura italiana, e imposto tutto un sistema di ipocrisie, De Seta è uno dei poeti del cinema più straordinari e rivelatori. Confrontarsi con lui ci è stato possibile grazie alla bella e completa rassegna che ha dedicato alla sua opera la Regione Sicilia, a cura di Alessandro Rais e dei suoi collaboratori, curatori anche di un catalogo che comprende, tra l'altro, un ampio saggio sull'opera di De Seta, collocata nella cultura del suo tempo, di Luigi M. Lombardi-Satrian. Se Costabile è scomparso troppo presto (ha messo fine ai suoi giorni - anche lui vittima della "grande mutazione" - nel 1965) per ragionare di quegli anni, per fortuna Vittorio De Seta è ben vivo, e ha molte cose da dirci, utili a capire meglio il nostro passato e certo anche a saperci muovere nel futuro.
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==