Linea d'ombra - anno XIV - n. 111 - gennaio 1996

Vittorio De Seta COME, PERCHÉ SIAMO COSÌ CAMBIATI? Incontro con Goffredo Fofi e Franco Maresco Fofi lo partirei proprio dalla domanda di Michele, iIprotagonista di Un uomo a metà, ripetuta più volte nel film, che dice: "Come è potuto accadere questo? Come è cominciato? Perché?". È ovvio che il protagonista del film parla della sua crisi individuale, del fatto di non riuscire più a controllare la sua esistenza all'interno di un certo contesto, però, allarghiamo un po' il discorso. Un uomo ametà è un film degli anni Sessanta, sono gli anni del boom, del miracolo economico, gli anni decisivi nella storia dell'ltalia, e non solo del I' ltal ia, ma, credo, del l'umanità, perché sono gli anni che fanno "morire" i contadini, che creano quel l'integrazione mondiale che rende il mondo un villaggio globale con i suoi pregi e difetti. Sono gli anni di uno sviluppo inconsulto, che distrugge e, nello stesso tempo, dà benessere, dà capacità di consumo a delle masse di popolazione che non lo avevano mai avuto prima. Sono gli anni della grande mutazione antropologica di cui parlava Pasolini; gli anni in cui muoiono le lucciole. "Come è potuto accadere questo, quando è cominciato e perché?" si domanda Michele e ti domandi tu, perché Michele è chiaramente una proiezione tua. E che risposta riesci a dare ora, a trenta, quarant'anni di distanza da allora? DeSeta Me ne sono reso conto dopo, perché, in quel momento, la crisi collettiva e sociale penne si riduceva alla crisi del personaggio. Allora iopensavoche fosse un caso singolo mio individuale, di nevrosi, di incapacità di adattamento. Mi addossavo tutte le colpe e poi, naturalmente, le ho fatte convergere sul protagonista. Queste sono cose che si capiscono dopo. In realtà, la crisi dell'individuo, inevitabilmente, coincide con la crisi sociale, morale e politica. Si può racchiudere in tre parole molto semplici. Tutto il problema è quello del rapporto e della relazione con la realtà, quando non si riesce a relazionare con la realtà non si riesce a interpretarla e, quindi, non si riesce a fare arte. Perché l'arte, in definitiva, è questo; non fatta di singole personalità chiuse in una torre d'avorio inaccessibile, che fanno scendere il loro messaggio sulle masse, ma è un'interattività tra l'artista che interpreta il senso comune della vita e ha la capacità di elaborarlo e di metterlo in comunione con il pubblico. Certe volte ho l'impressione che si sia perduto questo intendimento dell'arte, talmente questa non riesce astabili re un' interlocuzione con la realtà. FofiTutto il tuo cinema mi sembrachesiaunadifesadella realtà, e intendo il rapporto realtà-irrealtà un po' come lo intendeva la Morante. L'irrealtà, diceva la Morante, è la televisione e la bomba atomica, due prodotti dell'uomo che modificano iIrapporto de Il' uomo con se stesso, con il cosmo, con Dio, con la natura, con gli altri esseri umani. La realtà è la vita, la morte, la comunità, il rapporto tra il soggetto e la natura, tra la persona e la continuità del ciclo della vita, eccetera ... Tu hai documentato, in una prima fase del tuo lavoro, la realtà. In fondo, i documentari siciliani o sardi sono un modo di raccontare come iImondo era al Iora e come era da sempre, dalle origini. Quel rapporto dell'individuo con la famiglia, la comunità, l'ambiente. La natura e la società nello stesso tempo: cultura e natura erano, in qualche modo, la stessa cosa, non si erano divaricate. Poi, invece, ti sei trovato, come tutti, travolto da questa trasformazione immensa, da questa rivoluzione totale che ci ha spinto verso una modernità non più controllabile fatta di irrealtà, cioè fatta di televisione, di immagini, di superfluo, di modificazione dei rapporti e di modificazione di coscienza del I' indi viduo rispetto a se stesso. De Seta Quando si parla di "realtà" non è la realtà, perché noi facciamo parte sempre di una cultura materialista bene o male. Per noi la realtà cinematografica, per esempio dei documentari, è anche la realtà concreta, però, percome dovrebbe essere l'arte, è anche una . visione, un accesso a una realtà supernormale, uno sguardo che va al di là. Èperquestochedei documentari,apparentementeoggettivi fatti quarant'anni fa, attraggono, in questi giorni l'abbiamo visto, i giovani siciliani, perché forse c'è dentro qualcosa di più. Credo ci fosse la nostalgia e la rappresentazione di un mondo che ormai stava tramontando fatalmente. Però questo mondo tradizionale aveva un suo rapporto religioso con la natura e con le cose. Quindi c'è la nostalgia di questo mondo che scompariva, commisurata al fatto che il nostro sentimento del 1955, e anche attuale, è che noi non riusciamo più ad avere questa visione che va oltre, che è il compito essenziale dell'arte: fare andare gli uomini al di là dell'apparenza delle cose. ln questi giorni, sono sempre più sopraffatto da questa irrealtà della politica, da questa invadenza come una coltre di un qualcosa che mi suggerisce sempre il paragone con il condominio. Come se vivessimo in uncondominiocomequellodi Una giornata particolare di Scola, un condominio grande, con tante scale, tanti portieri, il presidente, l'amministratore, il cassiere. Questo condominio vive parlando delle correnti dei partiti. Parliamo tutti i giorni di Berlusconi, Scalfaro, Mancuso e questa è la vita interna del condominio, però non è la vita. li condominio è un mezzo, serve per riparare il tetto, il pavimento, lo zerbino, ma poi fuori c'è la vita. Noi siamo chiusi in quella realtà, senza la capacità di andare oltre. E l'arte non ci sorregge più. Fofi L'arte, tradizionalmente è stata sempre lo spazio di questo dialogo con il positivo e il negativo dell'esperienza umana,cioècol mistero, con la paura della morte, con la necessità di esorcizzare le pulsioni del male e nello stesso tempo di capirle e di prefigurare qualche cosa d'altro, di immaginare qualcosa d'altro. Anche uno spazio di utopia, di rapporti liberati. Questo si è perso perché l'arte èdiventata,comesi diceoggi,comunicazione. Infatti, il cinema è un mezzo di comunicazione, non è più arte. La letteratura è un mezzo di comunicazione e tutto viene ricondotto a questo bisogno di comunicare non si sa più bene che cosa. In realtà, l'artista si piega a un padrone, a un'industria la quale poi divulga a Iivello massiccio e generale le sue cose, ovviamente manipolandole, ovviamente intervenendoci, perché la necessità della comunicazione le impone ciò. Questo feticcio del la comunicazione ha finito con l'uccidere la creazione. De Seta Questo provoca il disagio e soprattutto l'incapacità di rapportarsi alla realtà attuale. Credo che i primi segni di religiosità si trovano nel neandertaliano, parliamo di millecinquecento secoli fa, e da allora in cui l'uomo si è rapportato con la realtà attraverso i miti, le leggende, i riti. Non erano stupidi. Nell'ultimo mezzo secolo questo rubinetto si è chiuso. A questo punto, se la leggenda è di ventata Maradona meglio farne a meno. Oppure, se un'artista deve soffrire quanto ha sofferto Van Gogh, è meglio farne a meno. Forse, si realizza il sogno di Confucio e di Platone. Forse, dovremmo andare verso una società senza miti, senza proiezioni e, al limite,

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