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o BIBLIOTE(A '" ~ GINOBiAWCO ~ ,>, ' FINCSHISÉCORGE INNANAZNIOUI NA O SÌs, ottoscrivo unabbonamenatonnuale(11numeria) Linead'ombraperunimportototaledi L.85.000. Scelgo (salvo esaurito) inomaggio il volume: O VARIAZIONI P STALI O ULTIMROUND O FRATELLI INVALIDI O DUIEMPE..R.MIANCATI O U DONN1AEM,AFIA Segnalo unamicointeressaatoricevere unacopiaomaggiodi Linead'ombra (incasodirispostaffermativparolungherete di 3 mesil mioabbonamento). NOME_________ _ COGNOM_E_______ _ INDIRIZZ_O_______ _ _______ (Ap___ _ CITT_À________ _ NOME_______________ _ COGNOM__E____________ _ INDIRIZZ_O______________ _ ____________ CAP____ _ CITT_À_______________ _ Indico lamodalitdàipagamen(tosenzaggiuntdaispespeostali). O Assegn(obancaroiopostalne. _________ _ banca_____________ inbustachiusa) O Awenutoversamenstoulc/cpostalne.5414020i7ntestataoLinead'ombra O Viautorizzaodaddebitarmlaicifradi L. 85.000sucartadicredito O CartaSi O Visa O Mastercard O Eurocard I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I N. SCAD. INTESTAT_A_A____________ _ FIRMA____________ _ LINEAD'OMBRAVI,AGAFFURI4O, 20124MILANO.POTETMEANDARAENCHEUNFAXAL02-6691299
Lev N. Tolstoj DENARO FALSO Un racconto-pamphlet sulla potenza corruttrice del denaro. Lire 12.000 Aldo Capitini LE TECNICHE DELLA NONVIOLENZA Lire 12.000 "Voices" GLI SCRITTORI E LA POLITICA Nord e Sud,Este Ovest, Guerrae Pace. Ne parlano: Boll, Chomsky, Eco, Gordimer, Grass, Hall, Halliday, Konrad, Rushdie, Sontag, Thompson, Vonnegut. Lire 12.000 GuntherAnders I MORTI. DISCORSO SULLETREGUERRE MONDIALI. Lire 12.000 Albrecht Goes LA VITTIMA Cristiani ed Ebrei al tempo di Hitler. Lire 12.000 APROPOSITO DEI COMUNISTI A. Berardinelli, G. Bettin, L. Bobbio, M. Flores, G. Fofi, P. Giacchè, G. Lerner, L. Manconi, M. Sinibaldi,con il Piccolo Manifesto di Elsa Morante. Lire 12.000 Heinrich Boll LEZIONI FRANCOFORTESI Poetica e morale, cultura e società. Lire 12.000 "Voices 2" IL DISAGIO DELLA MODERNITÀ Amis, Bell, Bellow, Briefs, Castoriadis,Dahrendorf,Galtung,Gellner,Giddens, lgnatieff, Kolakowski, Lasch, Paz, Rothschild, Taylor, Touraine, Wallerstein. Lire 12.000 Arno Schmidt IL LEVIATANO seguito da TINA O DELLA IMMORTALITÀ. A cura di Maria Teresa Mandatari. Lire 12.000 Francesco Ciafaloni KANT E I PASTORI Identità e memoria, campagna e città, ieri e oggi, Italia e America, destra e sinistra. Lire 12.000 UN LINGUAGGIO UNIVERSALE Le intervistedi "Linea d'ombra" con gli scrittori di lingua inglese: Ballard, Barnes, lshiguro, Kureishi, McEwan, Rushdie, Swift (Gran Bretagna), Banville (Irlanda), Gallant, lgnatieff, Ondaatje (Canada), Breytenbach, Coetzee, Gordimer, Soyinka (Africa), Desai, Ghosh (India), Frame (Nuova Zelanda). Lire 15.000 VIOLENZA O NONVIOLENZA Engels, Tolstoj, Gandhi, Benjamin, Weil, Bonhoeffer, Caffi, Capitini, Fanon, Mazzolari, Arendt, Bobbio, Anders. Lire 15.000 Marco Lombardo Radice UNA CONCRETISSIMA UTOPIA Lavoro psichiatrico e politica. Lire 12.000 TRA DUE OCEANI Le interviste di "Linea d'ombra" con gli scrittori statunitensi: Barth, Bellow, Carver, De Lillo, Doctorow, Ford, Gass, Highsmith, Morrison, Ozick, H. Roth, Singer, Vonnegut. Lire 15.000 Riccardo Bauer LA GUERRA NON HA FUTURO Saggi di educazione alla pace: le tattiche e le strategie, le tecniche e gli strumenti per costruire insieme un mondo meno intollerante. A cura di Arturo Colombo e Franco Mereghetti. pp.128, Lire 12.000 Salman Rushdie ILMAGODIOZ Un grande scrittore analizza e discute un classico del cinema musicale e fiabesco. pp. 96, Lire 12.000 Soren Kierkegaard BREVIARIO L'etico, l'estetico, il religioso: alle origini dell'esistenzialismo. A cura di Max Bense. pp. 96, Lire 12.000 PER ELSA MORANTE La narrativa, la poesia e le idee di uno dei maggiori scrittori del '900. Parlano: Agamben, Berardinelli, Bettin, Bompiani, D'Angeli, Ferroni, Garbali, Leonelli, Lollesgaard, Magrini, Onofri, Pontremoli, Ramondino, Rosa, Scarpa, Serpa, Sinibaldi. pp. 272, Lire 15.000 SCRITTORI PER UN SECOLO 151 fotoritratti e 104 fotografie di contesto storico e biografico a cura di Goffredo Fofi e Giovanni Giovannetti. pp. 338, Lire 18.000 Aldo Palazzeschi DUE IMPERI ... MANCATI. Una dura requisitoria contro la guerra, da parte di un poeta reduce dalla prima guerra mondiale. pp. 192, Lire 15.000 Diane Weill-Ménard VITA E TEMPI DI GIOVANNI PIRELLI La biografia di un intellettuale atipico: i suoi dilemmi e le sue scelte politiche e culturali. pp. 192, Lire 15.000 Gaetano Salvemini I PARTITI POLITICI MILANESI NEL SECOLO XIX. I saggi e gli interventi di un grande storico
Direzione: Marcello Flores, Goffredo Fofi (Direi/Ore respo11sabile). Alberto Rollo. Gruppo redazionale: Mario Barenghi, Alfonso Berardinelli, Paolo Bertinelli, Gianfranco Bellin, Francesco Binni, Marisa Bulgheroni, Marisa Caramella, Luca Clerici, Riccardo Durami, Bruno Falcetto, Pinuccia Ferrari, Fabio Gambaro, Piergiorgio Giacchè, Filippo La Porta, Marcello Lorrai, Danilo Manera, Roberta Mazzanti, Paolo Mereghetti, Santina Mobiglia, Luca Mosso, Maria Nadolli, Marco Nifantani, Oreste Pivella, Giuseppe Pontremoli, Fabio Rodrfguez Amaya, Lia Sacerdote, Alberto Saibene, Marino Sinibaldi, Paola Splendore. Co/laboratori: Damiano D. Abeni, Adelina Aletti, Chiara Allegra, Enrico Alleva, Livia Apa, Guido Annellini, Giancarlo Ascari, Fabrizio Bagatti, Laura Balbo, Alessandro Baricco, Matteo Bellinelli, Stefano Benni, Andrea Berrini, Giorgio Ben, Lanfranco Binni, Luigi Bobbio, Norberto Bobbio, Marilla Boffito, Giacomo Borella, Franco Brioschi, Giovanna Calabrò, Silvia Calamandrei, Isabella Camera d' Afnitto, Gianni Canova, Rocco Carbone, Caterina Carpinato, Bruno Canosio, Cesare Cases, Francesco M. Cataluccio, Alberto Cavaglion, Roberto Cazzola, Francesco Ciafaloni, Giulia Colace, Pino Corrias, Vincenzo Consolo, Vincenzo Cottinelli, Alberto Cristofori, Peppo Delconte, Roberto Delera, Paola Della Valle, Stefano De Matteis, Carla de Petris, Piera Detassis, Villorio Dini, Carlo Donolo, Edoardo Esposito, Saverio Esposito, Doriano Fasoli, Giorgio Ferrari, Maria Ferretti, Antonella Fiori, Ernesto Franco, Guido Franzinetti, Giancarlo Gaeta, Alberto Gallas, Nicola Gallerano, Roberto Galli, Filippo Genti Ioni, Gabriella Giannachi, Giovanni Giovannetti, Paolo Giovannelli, Giovanni Giudici, Bianca Guidetti Serra, Giovanni Jervis, Roberto Koch, Gad Lerner, Stefano Levi della Torre, Emilia Lodigiani, Mimmo Lombezzi, Maria Maderna, Luigi Manconi, Maria Teresa Mandalari, Bruno Mari, Emanuela Martini, Edoarda Masi, Roberto Menin, Mario Modenesi, Renata Molinari, Diego Mormorio, Antonello Negri, Grazia Neri, Luisa Orelli, Alessandra Orsi, Maria Teresa Orsi, Armando Pajalich, Pia Pera, Silvio Perrella, Cesare Pianciola, Guido Pigni, Giovanni Pillonca, Pietro Polito, Giuliano Pontara, Sandro Portelli, Dario Puccini, Fabrizia Ramondino, Michele Ranchelli, Emanuela Re, Luigi Reitani, Marco Restelli, Marco Revelli, Alessandra Riccio, Paolo Rosa, Roberto Rossi, Gian Enrico Rusconi, Nanni Salio, Domenico Scarpa, Maria Schiavo, Franco Serra, Francesco Sisci, Piero Spi la, Antonella Tarpino, Fabio Terragni, Alessandro Triulzi, Gianni Turchetta, Federico Varese, Bruno Ventavoli, Emanuele Vinassa de Regny, Tullio Vinay, Itala Vivan, Gianni Volpi. Segreteria di redazione: Serena Daniele Proge110 grafico: Andrea Rauch Pubblicità: Miriam Corradi Amministrazione e abbonamenti: Daniela Pignatiello Hanno co11tribuitoalla preparazione di questo numero: Annelisa Addolorato, Claudia Battistioli, Michele Neri, Marco Antonio Sannella, Barbara Verduci, le agenzie fotografiche Contrasto, Effigie e Grazia Neri. Editore: Linea d'ombra Edizioni srl- Via Gaffurio4 20124 Milano Tel. 02/6691132 Fax: 6691299 Amministratori delegati: Luca Formenton, Lia Sacerdote (Presidente) Distrib. edicole Messaggerie Periodici SpA aderente A.D.N. - Via Famagosta 75 - Milano Tel. 02/8467545-8464950 Distrib. librerie PDE - Via Tevere 54 - 500 I9 Sesto Fiorentino - Tel. 055/30 I371 IL CONTESTO 4 Marcello Flore.i 5 Alberto Rollo 9 Amilav Ghosh 17 Nayan/ara Sahgal 48 Nuruddin Farah CONFRONTI 25 John Berger 27 Alfonso Geraci 29 Enrica Vi/lari 30 Maurizio Migliori 44 Sergio Benvenu/o 60 Fabio Rodrfguez Amaya 76 INBREVE DOVE STA %A%À 33 Vi/Iorio De Se/a 40 Gojjiwlo Fofi 41 Franco Cos/abile INCONTRI 54 Gabriella Giandelli 61 Alfredo Bryce Echenique STORIE 21 Nayan/ara Sahgal SAGGI 62 Alfredo Bryce Echenique Battaglie e proposte anno XIV gennaio J 996 numero JJJ Ospitare e interferire: il dodicesimo anno di "Linea d'ombra" Dall'India La sfida fondamentalista L'immaginazione schizofrenica: l'io diviso dell'India postcoloniale Dall'Africa Conti falsi Il "Bacio" di Brancusi Invito a Martin Amis Su Racconto di gioia e di nebbia di Annamaria Carpi La "teoria degli affetti" di Salvatore Natoli Sul cinema di Pierpaolo Pasolini La maschera del clown di Alfredo Bryce Letture, recensioni, segnalazioni Il "condominio" della politica a cura di Gcdfi-ecloFo.fi e Franco Maresco Gli anni della mutazione Il canto dei nuovi emigranti Mozziconi spenti senza padrone a cura cli Maria Nadolli li permesso di vivere a cura cli Silvia Meucci Amore terreno Addomesticare il sogno La copertina di questo numero è di Gabriella Giandelli Abbonamento annuale: ITALIA L. 85.000, ESTERO L. I00.000 a mezzo assegno bancario o c/c postale n. 54140207 intestato a Linea d'ombra o tramite carta di credito SI (si veda il tagliando a pagina 2). Stampa Litouric sas _ Via Rossini 30 _Trezzano S/N / manoscrilli 1101v1engono restituiti. Si pubblicano poesie solo su richiesta. Dei testi di cui 1101s1iamo in grado LINEA D'OMBRA Iscritta al tribunale di Milano in data di rintracciare gli aventi diri110, ci dichiariamo pronti a ol/emperare agli ob/Jlighi relativi. 18.5.87 al n. 393. Dir. responsabile: Goffredo Fofi
BATTAGLIEPROPOSTE LEMOLTEVOCIDI"LINEAD'OMBRA" MarcelloFlores È inevitabile che gli anni nuovi di questo fine millennio contengano un forte bisogno di consuntivo: per lo meno di questo "secolo breve" di cui siamo figli e parte integrante; e alla cui fine (non solo cronologica) stiamo assistendo sempre più incapaci di decifrare questi anni di transizione e di prevedere il futuro. Se è sempre stato vero che i I presente riseri ve continuamente i I passato sarà inevi tabi le che siano i problemi di oggi, la confusione e i dilemmi che vediamo di fronte a noi, a indicare il contesto entro cui ripensare l'epoca aperta dal la grande guerra e poi rilanciata dal secondo conflitto mondiale: l'epoca che ha visto la modernità affermarsi e giungere a maturazione ed ora presentare i suoi conti. Lasciando all'umanità, a noi, di decidere come sarà il postmoderno. "Linea d'ombra" ha sempre cercato di "raccontare" i I presente pensando al passsatoe immaginando il futuro. Facendo della cultura e delle politiche della cultura il proprio centro di gravità. Anche a noi, come a tutti, spetta insistere e approfondire l'analisi del passato: che cercheremo di fare nel modo meno accomodante e consolatorio, come pare invece propensa a continuare a fare la sinistra. Ma dovremo sforzarci anche d'interpretare meglio il presente e inividuare le coordinate che ci riserverà il futuro: un compito che pochi sembrano curiosi d'intraprendere, preferendo i più accontentarsi di vecchi schemi e antiche abitudini mentali. Due ci sembrano i grandi temi che meglio riassumono le tensioni di questi ultimi anni e anticipano le necessarie inquietudini del secolo a venire, sintetizzati in due parole abusate ma non per questo da smettere di interrogare e indagare: multiculturalismo e balcanizzazione. Sono fenomeni che hanno molti aspetti in comune, anzi, per certi versi, sono la risposta diversa agli stessi problemi data dal mondo ricco e da quello povero, dal nord e dal sud, dal capitalismo liberale e dallo statalismo militar-criminale dei paesi ex comunisti. Idi battiti e le polemiche sul multiculturalismo che si sono avute negli Stati Uniti (solo pal I idamente, in modo distorto e provinciale, riprese da noi, sia che si trattasse delle posizioni più estreme che delle più ragionevoli della destra e della sinistra) e le tragiche, nefande, criminali azioni che hanno trovato nei Balcani il loro terreno ideale (cui si sono contrapposti, largamente ignorati, sforzi ed eroismi perchè ragione e umanità prevalessero), sono il modo in cui, in questo fine secolo, si presentano questioni antiche: quella della uguaglianza e solidarietà in un mondo dove le differenze aumentano e gli egoismi crescono; quella di una ricchezza in aumento, che produce spostamenti epocali di gerarchia tra paesi e aree geografiche, dove la fame continua a essere la regola e si estende e il numero dei nuovi poveri, o almeno di chi vede peggiorare progressivamente le proprie condizioni di vita; quella di un ambiente sempre più devastato e di un potere oligarchico (economico-finanziario e politico-informativo) con sempre meno controlli che ne frenino l 'arroganzae l'avidità. Sono effetti perversi, multiculturalismo e balcanizzazione, della sempre più estesa globalizzazione del mercato capitai istico che è stata accompagnata da un salto tecnologico di cui si stentano ancora a comprendere i reali contorni. Un processo, questo della mondializzazione, rilevato p-i~~olte da voci autorevoli ma isolate e inascoltate. È accaduto così in Italia che l'enunciazione insistente di alcuni veri e gravi problemi (si pensi solo all'occupazione) abbia prodotto al massimo qualche campagna demagogica o il riflesso condizionato di proposte obsolete e anacronistiche, nella migliore delle ipotesi difensive e inevitabilmente perdenti. E che lo sforzo congiunto delle migliori e peggiori intelligenze dell'universo politico e giornalistico di sinistra e di destra (un mondo sempre più intrecciato e omogeneo, con buona pace di D' Alema e del le grandi firme dei nostri quotidiani) abbia partorito i I continuo e stucchevole dibattito "istituzionale" che nasconde, da tempo, il vuoto di riflessione e proposte che la nostra classe dirigente pubblico-privata coltiva con immarcescibile soddisfazione. È la globalizzazione che ha posto la questione dell'identità e del l'appartenenza, anzi l'ossessione per esse, al centro della pratica e dell'azione di gruppi sempre più estesi di uomini e donne. La battaglia sui libri di testo di storia nelle scuole americane e la pulizia etnica nell'ex Jugoslavia fanno parte, ben più di quanto possa sembrare e si abbia il coraggio di ammettere, di uno stesso problema: che si manifesta in modo estremamente differenziato perché di verse sono le condizioni economiche e politiche presenti e passate entro cui esso si situa. Solo la nostra provinciale e vanesia iattanza può farci sembrare lontane e ininteressanti le questioni d'oltre Adriatico e d'oltre Oceano, quasi dovessimo restare immuni per grazia divina dagli effetti di una storia che è, pur se ci rifiutiamo di accorgercene, mondiale. Il "caso italiano" è stato confuso, disgraziatamente, con una sorta di "eccezionalismo" in cui si troverebbe l'Italia, caratterizzato dalla priorità e urgenza di una riforma istituzionale cui seguirebbe, per grazia dello spirito, una "normalità" democratica che ci allineerebbe al resto dell'occidente (di cui, tuttavia, continuiamo a ignorare i problemi più scottanti, quelli emergenti e quelli più stratificati). L'Italia, invece, è già pienamente dentro lo scenario i cui estremi sono il multiculturalismo e la balcanizzazione, e il problema dell'immigrazione (rimosso o affrontato nell'emergenza con stru- - FORTINI- VOLPONI GIOVANISCRITTORITALIANI BRAUTIGAN• PALEY- SCHNEIDER Il ROMANZOIN AMERICA RAMONDINO. SCHIAVO~ffABUCCHI UNA STORIAPÈRFILM DI B. ZAPPONI ~fc<--
menti demagogici e inadeguati: con la sinistra ben più profondamente "colpevole" della destra, malthusiana per cultura e scelta ideologica) è lì a ricordarcelo di continuo. Per certi versi, anzi, l'Jtalia sembra rappresentare un concentrato dei problemi che il futuro comune prospetta all'occidente allargato (il primo e il secondo mondo sempre più intrecciati e con sacche di terzo mondo all'interno). È solo il disinteresse per il futuro e l'indifferenza al passato delle classi dirigenti (fenomeno che l'attualizzazione giornalistica e la spettacolarizzazione televisiva hanno accentuato enormemente: l'orizzonte più ampio sembra essere quello del semestre successivo, anche su problemi epocali come l'istruzione o l'ambiente) a impedire che il nostro paese diventi un laboratorio privilegiato per "conoscere" la realtà e orientare su questa base le scelte e le alternative possibili. Di nuovo: attorno al problema più visibile, quello dell'immigrazione, s'intrecciano il tema del lavoro e quello della criminalità, quello della limitatezza delle risorse disponibili e dell'istruzione, la vecchia "questione sociale" e la più nuova culture war. Il nostro rifiuto della politica, e cioè di adeguarci al dibattito corrente per scegliere una o l'altradelle voci del coro, non nasce solo dall'essere "Linea d'ombra" una rivista prevalentemente "culturale"; ma proprio dal modo radicalmente diverso, anche dalla sinistra in ogni sua sfumatura, con cui intendiamo la politica stessa: interpretazione dei cambiamenti in atto e strumenti per padroneggiarli in funzione di un miglioramento della vita della maggior parte della gente (che è quanto la sinistra dovrebbe "istituzionalmente" fare). È sul piano culturale, quindi, che intendiamo continuare a muoverci: anche perché oggi la politica, quella vera, s'intreccia sempre più spesso con la cultura: un terreno su cui la battaglia e la proposta, l'analisi e la polemica, l'approfondimento e l'invettiva debbono poter convivere, alimentandosi a vicenda. D'OMBRA OSPITARE INTERFERIRE ILDODICESIMOANNO DI "LINEAD'OMBRA" AlbertoRollo Uno dei rischi che corre "Linea d'ombra", occupandosi principalmente di letteratura, spettacolo, cultura, è di cadere nella trappola della rassegna. Le rassegne - e tanto più le rassegne letterarie - presuppongono un ecumenismo della produzione culturale che-bisogna ripeterlo?-non è credibile, che non c'è, se non in una logica di analisi di mercato. Sarebbe come avallare una pigra indifferenza del peso -anche fisico-di quanto promette l'esperienza estetica rispetto alla formazione di idee, compo1tamenti, opinioni. Sarebbe, soprattutto, come assolvere in toto, più per sufficienza che per reale intelligenza delle cose, l'immane campionario di offerte edibili servito sul piatto di ceti dall'incerta fisionomia e affetti da un appetito intellettuale tendenzialmente passivo e genericamente compulsivo. Sono più di vent'anni che misuriamo il peso di quel giustificazionismo morale che ha creato le condizioni per una società civile inerte, smorta, prona alle mitragliate del "nuovismo" di cui siamo infine insofferenti testimoni. Cambiare non è verbo che si coniuga solo in ragione di un futuro migliore. Si può cambiare anche per i I peggio, e trovare accetta bi le che una condizione "ufficiale" di benessere diventi il metro di un obliquo interesse "comune", come succede a un personaggio del romanzo di Joseph Heller, Tempo scaduto: "Poiché le cose, rammentò, andavano benone. A misurarle con un metro ufficiale, di rado erano andate meglio. Oggigiorno, le disse, solo i poveri sono veramente poveri, e il fabbisogno di nuove prigioni è più urgente del fabbisogno di alloggi peri senzatetto. J problemi sono insolubili: c'è troppa gente che patisce la fame, e di roba da mangiare ce n'è troppa, per poterli sfamare con profitto. Quel che occorre è un po' di carestia, aggiunse, con appena un sorrisino. Non precisò che lui faceva parte di quella solida classe media che non è propensa a pagare più tasse per migliorare le misere condizioni di vita di coloro che le tasse non le pagano. Preferiva più prigioni". Il "sorrisino" del cinico non dà per scontata la realtà, anzi ci si misura. Ed è più utile della bontà e della buona volontà. Ma non è di cinismo che abbiamo ancora bisogno. Che "Linea d'ombra" non dia per scontato l'esistente è la sua piccola forza, o ancor più la sua identità di contro a una dolente e diffusa vacanza di identità.L'avere a che fare con la formazione del gusto, con lo sviluppo delle idee, con il gioco fra lingua e rappresentazione, insomma con l'estetica, rende solo più complesso, ostico, il ruolo che la rivista si èassuntada undici anni a questa parte. A fronte di una produzione culturale sempre più invadente e massiccia si percepisce un vagolare sempre più perplesso fra formule ossificate, fra residuali e obsolete categorie di giudizio, filtrate dal giornalismo letterario e dalle cucine redazionali delle case editrici. La critica di cui si fan carico i ceti intellettuali (accademia compresa) differisce ben poco da quella che operano quanti sono esclusi, professionalmente, dal mandato di "giudicare". In altre parole non esistono maestri. Né esiste una costellazione di valori capace di orientare chi si muove sotto il cielo delle opere. li discrimine fra "bello" e "non-bello" -lo sappiamo-si consuma nell'ambito di un generico godimento estetico che volentieri si
confonde con l'appagamento procurato da un non meglio identificato "intrattenimento". Ma la sfera del piacere - della delibazione estetica o del mero intrattenimento-non è una figura geometrica, non è un modellofissoe impermeabile. L'intento di unari vista come "Linead'ombra"èprop,ioquellodi intervenire, in maniera scoperta, sul processo di formazione di quei modelli, di individuarne i percorsi in formazione, di inserirsi laddove la ricezione è in atto. E di fare resistenza dove quei modelli piegano la delibazione del piacere all'offerta analgesica (non importa a quale livello della elaborazione formale dei linguaggi e dei mezzi espressivi) dei produttori di cultura. Il godimento estetico è la forma più contraddittoriamente semplice di simpatia con la vita, ma esige, non meno di una scelta squisitamente etica, di sì e di no. E per un sì o per un no è vitale combattere. li problema non è, va da sé, quello di complicare ilgodimento (una delle più caratte,istiche manifestazioni delle nuove e vecchie generazioni degli ultimi vent'anni è di non essere "disturbati", di poteraccedere al godimento-così si ripete - "senza interferenze"); il problema è ragionare sugli immediati dintorni di quella svagata e a volte ottusa ricerca di beatitudine che, unificando la lingua del godimento - e dunque della critica - verso il basso, sigla fruitori televisivi, lettori, frequentatori di sale cinematografiche, mostre d'arte e concerti. Una rivista militante deveintetferire. "Linea d'ombra" si è sempre mossa dentro la cultura come una sonda. Se una qualità questa rivista continua ad avere è quella del l'ospitalità. Una ospitalità, invero, particolare giacché "Linea d'ombra", mentre "ospita", non possiede alcun tratto del la "padrona di casa", figura che presuppone necessariamente una casa confortevole e magari un salotto. Non c'è casa, nè tantomeno si intravede un salotto. Credere che questo fine secolo possa offrire i confini quantomeno utili di una "casa" è una illusione ridicola. Basterebbe da solo ilfenomeno delle migrazioni razziali per confutare l'odiosa certezza di spazi protetti. Per la letteratura, e, più in generale, per la cultura tradizionalmente umanistica, non è diverso. li dialogo aperto con le letterature del mondo, che è il segno caratteristico dei lunghi undici anni della rivista, ha contribuito a rendere più evidente l'emergere di quella sterminata periferia culturale a cui apparteniamo tutti. Non esiste un centro, né una cultura che lo esprime.L'illusione informatica di un universo che confluisce tutto in videoèquellochesemplicementeè: un'illusione. Che va a sommarsi al grande teatro secentesco della comunicazione globale. Quel che macroscopicamente abbiamo davanti agi i occhi è una disperata contraddizione che o s'accende di improvvise emergenze o fluttua come un grumo indigesto dentro il brodo della "civilizzazione". lo credo che il compito di una rivista come "Linea d'ombra" sia quello di esporsi alla percezione allarmata di quella contraddizione e di trasformare la passività della frammentazione culturale in uno strumento di conoscenza. La marginalizzazione non è più una scelta intellettuale, né l'esito di una mimesi generosa; è una condizione a cui non è dato sottrarsi se non a costo di una imbecille cecità. Né, per altro, "vedere" significa soltanto registrare i guasti nazionali e internazionali che spiccano a occhio nudo nel!' infelice teatro quotidiano del l'informazione. Significa, piuttosto, sondare le forme in cui quei guasti e quel teatro si traducono in sensibilità ricettiva, in elaborazione estetica, in linguaggio. "Descrivere", che è diventato un verbo quasi provocatorio tanto si è impoverito o consumato l'armamentario retorico di chi coi linguaggi lavora, è un gesto che pertiene alla creazione di confini, di aree riconoscibili, di paesaggi sociali o interiori altrimenti illeggibili immersi come sono nel confuso panopticum della società dello spettacolo. Non ha nulla a che INIAD'D■RA
vedere con l'esaustività né con lo "scrivere bene", con la chiarezza o con il talento: è un'operazione e non un'opera. Descrivere, insomma, implica una scelta, la stessa responsabilità del fotografo che sceglie un'inquadratura. Fra ciò che compare e ciò che non compare si gioca il senso morale di un'interpretazione. L'ambizione internazionalistica di "Linea d'ombra" rientra in questa pratica descrittiva, non esotizza snobisticamente: il senso dei dossier e degli "speciali" dedicati a India, Africa, Messico, Canada, Austria è la controprova che il miraggio di un universo "salvato" e "compattato" dalla tecnologia è in realtà uno sbriciolato coacervo di tensioni che "lavorano" sotto la coltre opaca e uniforme dell'omogeneizzazione culturale. Le voci che continuamo a raccogliere dal mondo (ma anche dal passato) - voci di narratori e intellettuali, voci in cui crediamo di riconoscere contiguità e confluenze di malesseri e inquietudini-non entrano nel cerchio delle pagine della rivista come "ospiti": sono loro a ospitare noi, sono loro a colmare lo spazio della nostra "marginalità", a creare una connessione fra destini condannati all'inferno dell'apparente intraducibilità di esperienze sempre più periferiche. In questo senso la "distanza" geografica ha ben poco peso. Né è determinante che quelle testimonianze siano più o meno ricche di "realtà" di quelle raccolte in ambito nazionale. Non si tratta infatti di celebrare la realtà contro una fantomatica non-realtà: si tratta piuttosto di lavorare come un "diario" di cultura o di culture, come un diario collettivo di esperienze in cui emerga la qualità di una voce, la necessità di una voce. Dovessimo misurare questo approccio in termini di distanze, quale paese è più lontano dal teatro delle "magnifiche sorti" occidentali del villaggio del bergamasco in cui una figlia ha vissuto da reclusa per vent'anni nella casa dei genitori? L'ubriacatura tecnologica di questo fine secolo ha i suoi bei fantasmi che dovrebbero - per quanto siano sgangherati e provinciali - far riflettere. La normalità - se ha ancora un senso alludere alla rotondità di una norma- non è mai stata tanto poco rassicurante come in questo ridicolo tardoilluminismo, tutto appiccicoso di ottimismo. Accennavo poco più su a una "disperata contraddizione". Bisognerebbe aggiungere anche una allibita sfiducia nei confronti del politico come terreno incongruo e fallimentare. Entro queste due rive fluttua l'instabile destino di chi si ostina a considerare la cultura come una fatica necessaria. A tutta prima pensare a un luogo, nella geografia sociale contemporanea, che sia di "Linea d'ombra" sembra ironicamente tragico. Forse anche arrogante. Sappiamo tuttavia-questo appare evidente dall'insistenza con cui si professa compatto il gruppo redazionale e ostinata la fedeltà dei lettori - sappiamo che in una geografia così fuor di squadra qual è quella su cui sono tracciate le nostre attuali esistenze un'ipotesi di identità articolata e complessa è un elemento di forza decisivo. In tal senso si rivela sempre più forte e operativo il criterio dell'ospitalità: che vale anche per forme diverse da quelle della scrittura narrativa e poetica.Un interesse sempre maggiore destano infatti il mondo dell'arte, dell'architettura e dell'urbanistica, della fotografia e naturalmente del cinema. E in tale direzione la rivista vuole lavorare nel 1996 a conferma di un'attenzione che si riconosce viva e disposta a giocare su terreni e temi vincolati alla marmorea ottusità dei linguaggi settoriali e degli specialismi. Un'ospitalità che si rispetti - nella doppia accezione, passiva e attiva - non può esigere il rigore formale di una casa borghese o il rigore professionale di un albergo a quattro stelle. Altrimenti il rischio è che non accada nulla. Sentiamo la necessità di proporre un punto di riferimento per modellare nuovi strumenti_critici. La mesta anarchia dei narratori italiani,quel loroprocedereondivago e dispersivo alla ricerca di mitologie e linguaggi variamente orientati verso il consenso, piuttosto che alla elaborazione di esperienze (etiche, estetiche) è già prezioso sintomo di un'assenza. Un'assenza di idee capaci di circolare intorno agli immediati dintorni di quelle che siamo soliti chiamare "opere". L'ospitalità di "Linea d'ombra" può essere "ingrata" ma deve senz'altro lavorare in questa direzione. Raccogliere segnali. Rispondere agli impulsi. Battere S.O.S. Giocare sul terreno dell'esemplarità. Perfino teorizzare. Fare in modo che si intuiscano piste, tracce, indizi. Indizi di valori. "Ancora una volta le circostanze hanno modificato le menti degli uomini con più forza dei propagandisti letterari propriamente detti" scriveva Aldous Huxley nel 1936 a proposito del divampare dei sentimenti nazionalistici, malgrado il successo di autori pacifisti come Remarque e H.G. Wells. L'urgenza di una critica più sensibile alle interferenze, più "descritti va" e discriminante, è anche dettata dalla consapevolezza che la migliore ospitalità resa agli autori è quella di ricondurli alle "circostanze". Fuori dalle "circostanze" si dimentica. Si perde il senso della prospettiva spaziale e temporale. Si disseccano le radici più autentiche del godimento. Giacché, per dirla con il Goethe degli Epigrammi veneziani: "Tutto ciò che ho provato l'ho condito/ con dolce rimembranza, con speranza: / con le spezie più amabili del mondo". IPERBOREA DAL NORD LA LUCE SelmaLagerlof KnutHamsun L'ANELLO SOTTLOASTELLA SOTTOLA RUBATO STELLA pp. 128-L. 16.000 D'AUTUNNO D'AUTUNNO Fantasmmi,aledizio- pp. 160· L. 20.000 ni,rivelaziomniiste- PremioNobel nel riosee salvifichien 1920,KnutHamsun unraccontdoiarmo- apreconquestorosferamagiceagotica manzop, rimaparte daleggerleaseraa, c- dellacosìdetta"tricantoalfuocoD. ella logiadelviandante", piùgrandenarratri- lafasepiùstruggente ce svedese,Nobel e riflessivdaellasua nel1909. parabolcareativa. JensPeterJacobsen SAGADIEGILL NIELSLYHNE ILMONCO pp.264· L. 24.000 SAGADIEGILL pp. 112- L. 16.000 Il romanzocheSteILMONCO SpedizionivichinfanZweigdefinivial ghe, duellie regni \Verther dellasuage- conquistatlia, ricernerazione cheha cadi principessrea• affascinatoper de- pite,tappetivolami, cennilettorie scrit- vestimagiches:toria toridi tuttaEuropa, e fiabasisovrappontra i qualiThomas gonoinquest'antica Manne Rilke. In 11•1 ll!l()RE..\ sagaislandeseospeI r ~ Il llPll t ,\ nuovatraduzione. safraepopeaemito. Via Palestro, 22 - 20121 Milano - Tel. (02) 781458 Fax (02) 798919
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.. ~ j» % i " ,, .. INTEGUUSMOEDEMOCRAZJA ,~ · . . A ""' »• , 9 AmitavGhosh LA SFIDA FONDAMENTALISTA ' RELIGIONE:OPPIO VERITA? traduzione di Anna Nadotti Di Amitav Ghosh sono stati pubblicati in italiano li cerchio della ragione (Garzanti 1986); Le linee d'ombra (Einaudi 1990) e Lo schiavo del manoscritro (Einaudi 1993) oltre al già citato Danzando in Cambogia. Sono apparsi su "Linea d'ombra" gli articoli: Un egiziano nel go(/o, (n. 57 - febbraio 1991), Rendere possibili le differenze (n. 75, ottobre 1992). La lelleratura e la viole11za.lncontrocon Amitav Chosh, a cura di Marco Reste lii (n. 77 - dicembre 1992). Avvantaggiatodalla possibilità di una valutazione a posteriori, sono sempre più sorpreso nel constatare fino a che punto, nel corso di questo secolo, la religione sia stata reinventata come antitesi di se stessa. Pressappoco nello stesso periodo in cui una corrente modernista creava una discutibile versione della religione come copertura di arretratezza e ignoranza, in quanto tale da distruggere con le armi del progresso letterario, artistico e scientifico, un'altra corrente interna allo stesso movimento creava una versione non meno immaginaria del la religione come bai uardo contro la disumanizzazione della vita contemporanea. In maggiore o minor misura, quasi tutti noi abbiamo sentito i contraccolpi di entrambe le correnti. In effetti è difficile pensare a qualunque pensatore, scrittore o artista contemporaneo, moderno, o anche non troppo moderno, che non li abbia sentiti. Karl Marx, per esempio, se da un lato scriveva la citatissima frase secondo cui la religione è l'oppio dei popoli (di per sé non così trascurabile come alcuni suoi discepoli hanno affermato), in un altro passaggio meno conosciuto descrisse la religione come il cuore di un mondo senza cuore. Sono cose risapute, naturalmente. Tutti noi conosciamo storie di personaggi della nostra epoca passati dall'una ali' altra corrente: basti per tutti l'esempio di W. H. Auden. Fatto cruciale di queste storie è un momento, spesso un lungo momento, di conversione, ed è proprio tale momento che mi sconcerta adesso-avvantaggiato da una valutazione a posteriori, come ho già detto. Mi sconcerta perché sono sempre più convinto che il "pedigree" intellettuale della maggior parte degli attuali estremismi religiosi del mondo sia riconducibile ad analoghi momenti di conversione. Lasciate che vi citi alcuni esempi: Swami Vivekananda, il pensatore di fine Ottocento oggi considerato un padre fondatore dall'estremismo hindu, era notoriamente un razionalista nella migliortradizione positivista, finché non si sottopose ad una drammatica conversione. Oppure Anagarika Dharmapala, che gettò le basi del la rinascita buddhista in Sri Lanka tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo. La sua prima educazione avvenne in scuole cristiane, e si dice che avesse imparato la Bibbia a memoria ancora ragazzino. Fu convertito al buddhismo dal teosofo americano Henry Steel Olcott, giunto in Sri Lanka nel 1880. Come altri personaggi simili a lui, inizialmente Anagarika Dharmapala guidò un movimento popolare di natura sociale più che religiosa-una campagna contro I' alcoolismo. In Iran, la figura cui si attribuisce un ruolo fondamentale nella radicalizzazione della gioventù sciita non era un mullah né un ayatollah bensì un sociologo formatosi alla Sorbona, Ali Shari 'ati. Negli scritti di Shari 'ati, la religione spesso assume l'aspetto di uno strumento sociologico, un mezzo per resistere alle versioni della modernità cui aveva assistito in Francia. Allo stesso modo i progenitori intellettuali dell'estremismo rei igioso in Egitto, Hasan al-Banna e al-Sayyd Qutb, non erano stati educati in istituti religosi tradizionali. Entrambi si erano laureati al Dar al-Uluum, l'Istituto di Scienze del Cairo, un'istituzione che è stata definita "istituto di formazione di insegnanti d'avanguardia". Dapprincipio, al-Sayyd Qutb si fece un nome come letterato, scrittore di fiction e critico attivo al Cairo negli anni Trenta e Quaranta nei dibattiti sul modernismo letterario. Come Anagarika Dharmapala in Sri Lanka prima di lui, iniziò la sua carriera ali' interno della burocrazia del Ministero della Pubblica Istruzione egiziano. Nel 1948 i suoi capi del ministero lo mandarono in America, probabi Imente contando sul fatto che sarebbe stato affascinato dal sistema di vita americano. Si racconta che abbia scoperto la propria missione rei igiosa mentre stava sul ponte del piroscafo che lo portava a New York. Ho citato figure dell'induismo, del buddhismo e dell'islamismo; numerosi personaggi analoghi si potrebbero trovare nella tradizione ebraica e in quella cristiana. Che significato hanno tali momenti di conversione? Cercando di rispondere a tale domanda ci ritroviamo protesi ad afferrare di volta in volta i termini che fluttuano sull'una o sull'altra sponda della corrente modernista. Su una sponda troviamo termini o espressioni quali "atavismo", "medievalismo", "paura della precarietà" che ci vengono in mano con eccessiva facilità; sull'altra, le nostre mani si chiudono su "resistenza", "alternativa", "bisogno di comunità", "desiderio di senso". In maggiore o minor misura, i momenti di conversione cui ho fatto riferimento sono tutte queste cose insieme, ma sono anche qualcos'altro: segnano infatti il passaggio da una corrente di modernismo a un 'altra. È fin troppo facile dimenticare che queste forme reinventate di religione non costituiscono un rifiuto del mondo moderno, sono anzi un modo di avanzare pretese verso la modernità. Ciò spiega perché le avanguardie di tali ideologie non siano mai specialisti di religioni tradizionali ma piuttosto giovani laureati o studenti di ingegneria-prodotto, in altri termini, di istituzioni di orientamento laico, progressiste. É per questo che troviamo valorizzate su entrambe le sponde le stesse cose, ma inmodi diametralmente opposti. La letteratura e l'arte, per esempio, essendo considerate su una sponda come l'estremo depositario di valore, finiscono per esserecriticatesull'altra in misura esattamente uguale, sicché la loro distruzione diventa un primo articolo di fede. E dove cercare le sorgenti di questo antagonismo se non nei
1O SAGGI/ GHOSH gorghi che contraddistinguono l'incontro delle due correnti? Senza dubbio il conflitto non può essere imputato alla religione nel suo significato più profondo. Nel corso di gran parte del la storia umana, religione e letteratura sono state virtualmente inseparabili, ovunque. Mi vengono in mente ideologie non religiose che hanno visto un nemico nella letteratura; ma non so di alcuna religione che abbia assunto storicamente tale posizione. Ecco perché dobbiamo essere rigorosi e inflessibili nel respingere le pretese di quelle religioni estremiste che si appellano a precedenti storici e religiosi per attaccare gli scrittori. Sono pretese in malafede. In realtà, le radici della loro ostilità stanno nel "pedigree" eminentemente moderno del loro momento di conversione. Le religioni che essi invocano non cominciano con un positivo contenuto di fede; hanno inizio in gesti di negazione. Può darsi che il modo in cui ho usato l'espressione "estremismo rei igioso", appaia scarsamente attento alle differenze tra le principali religioni del mondo.L'ho fatto di proposito. Sono convinto che il contenuto di tali ideologie sia straordinariamente simile, attraversi continenti e culture. Si pensi, per esempio, al fatto che la retorica dell'estremismo religioso fa leva ovunque su argomenti che sarebbero stati considerati profani, o mondani, o decisamente laici alcune generazioni prima di noi: argomenti qual ipotere statale, controllo della burocrazia, curricula scolastici, l'esercito, i tribunali, le banche e istituzioni analoghe. Si pensi anche che gli estremisti religiosi sono ovunque ostili alle principali tradizioni di dissenso interne alla religione per conto della quale pretendono di parlare, qualunque essa sia. Gli estremisti musulmani del Medio Oriente disprezzano i tariquas, gli elementi dottrinari della tradizione Sufi, che sono stati per lungo Sonolietidiannunciare lnumero specialedi"LINEA D'OMBRA" sul "NEWBRITISH WRITING" inuscitaamarzo1996 contestiepoesiedi: SimonArmitage, Rosalind Be/ben, LouisDeBernières, Lavinia Greenlaw, A.L.Kennedy, TimPears,HelenSimpson, Barbara Trapido Il BRITISH COUNCIL annuncia ilconvegno letterario eilciclodiconferenze chsiterrannoinoccasione delnumerospecialecui sarannopresenti glautori tempo un punto di forza dell'Islam popolare; la leadership politica dei movimenti estremisti hindu considera i mendicanti e gli asceti della tradizione un fatto imbarazzante. In entrambi i casi, l'ostilità nasce da ansie di rispettabilità e razionalità tipicamente borghesi. Numerosissimi segni dimostrano inoltre che l'accentuarsi delle preoccupazioni sociologiche delle maggiori religioni è andato di pari passo con la convergenza tra le loro dottrine e le istituzioni. Eppure, se parliamo di dottrina restiamo ancora su un terreno manifestamente rei igioso. Ma la verità è che nel le zone del mondo abitualmente scosse da disordini religiosi, si sente molto raramente parlare di dottrina o di fede. Per lo più in tali aree, per un curioso rovesciamento, il linguaggio dell'odio religioso non è religioso affatto. Le voci che sputano odio attingono invariabilmente a fonti più incendiarie. Una di esse è il linguaggio della quantità, dei numeri - in altre parole, statistiche, ben nota sintassi del falso. li tale e tal' altro gruppo sta crescendo troppo, dichiarano, il suo andamento demografico è così e così; ben presto sarà la maggioranza e avrà la meglio su un altro gruppo che non ha nessun luogo in cui andare; quel gruppo dunque sarà buttato in mare, travolto dalla marea crescente dei suoi nemici interni. Allo stesso modo, queste voci prendono a prestito la lingua della storiografia accademica, tirano fuori dati archeologici per provare che questo o quel gruppo non ha alcun diritto di essere lì, che sono invasori arrivati dopo altri popoli più autenticamente indigeni, il cui diritto alla terra è dunque maggiore. Uno degli aspetti più curiosi di questi discorsi bizzarri ma, ahimè, fin troppo reali, è quella che potremmo chiamare logica della vittimizzazione competitiva. Il gruppo X, incontestabilmente maggioritario nella propria area geografica, si proclama minoranza in quanto sarebbe superato se fossero messe nel conto le regioni circostanti. Accampando tale ragione i suoi ideologi sosterranno che, per salvaguardare se stessi, bisogna buttare fuori dal territorio il Gruppo Y. Il Gruppo Y, che è manifestamente la minoranza, diventa così la maggioranza; le vere vittime sono quelli che appartengono al gruppo X. E avanti di questo passo. La maggior parte di queste ideologie condividono anche i discorsi sul le donne: come le donne devono vestirsi, come devono comportarsi, quando e se devono riprodursi. E tutto ciò, ci viene detto, perché la scrittura o la tradizione vogliono così. Ricordo benissimo un episodio accaduto circa quattordici anni fa, in un periodo in cui vivevo in un villaggio egiziano. Un giorno uno studente di quindici anni, uno dei ragazzi più brillanti e simpatici del villaggio, mi disse: "Sai cos'ho fatto oggi? Ho rimproverato duramente mia madre e le altre donne di casa mia. Ho detto loro che non possono più andare a pregare sulle tombe di famiglia". Ero sbalordito. Per quanto ne sapevo, l'abitudine di rendere omaggio alle tombe era antichissima, e aveva inoltre la funzione di garantire alle donne un luogo in cui incontrarsi con le famiglie d'origine e con le amiche. "Perché?" chiesi al ragazzo "Perché hai fatto una cosa simile?" "Perché è contrario alla nostra religione, naturalmente," mi rispose "Visitare le tombe non è che una superstizione irrazionale". In seguito appresi che un insegnante con simpatie fondamentaliste aveva tenuto un'infuocata predica nella moschea, incitando gli uomini del vii I aggio a mettere fine a quel la tradizione. L'immagine di quello studentello adolescente che spiegava a sua madre ciò che doveva o non doveva fare mi accompagnò per molto tempo. Dove trovava una simile autorità a soli quindici anni? Perché la madre gli permetteva di parlarle così? Ma non era anche giusto fare ciò che lui faceva? Dopo tutto, non è forse irrazionale far visita ai morti?Tuttavia, a lei non sarebbe dispiaciuto rinunciare ai
SAGGI/ GHOSH 11 FotoEnricoBossan/ Contrasto.
12 SAGGI/ GHOSH suoi viaggi al cimitero? li risultato comunque fu che rimase a casa. Aquanto pare, l'estremismo religioso funziona così. Le argomentazioni di cui sono intessuti questi discorsi fondamenta!isti non appartengono, evidentemente, solo agi iestremismi religiosi. Al contrario, sono esattamente le stesse che alimentano taluni conflitti privi di qualunque connotazione religiosa: i conflitti linguistici, peresempio, o iconflitti etnici e tribali. In uncerto senso, l'aspetto più rivelatore di tali movimenti è proprio questo: tuttifanno ricorso allo stesso linguaggio della differenza - un linguaggio tota Imente profano, assolutamente privo di fede o credo. Mene sono reso pienamente conto un paio d'anni fa,durante un viaggio inCambogia. LeNazioniUnitestavanoconducendo un' operazione di pace su vasta scala, e circa 20.000 uomini del contingente di pace provenienti da tutti i paesi del mondo erano dislocati ovunque nel paese. Il principale ostacolo alla pace erano i khmer rossi, lacui ideologia si era ormai ridotta a una forma nazionalistica di razzismo, diretta contro i vietnamiti e laminoranza cambogiana di lingua vietnamita. Un disertore, che si era consegnato agli ufficiali ONU qualche mese prima delle elezioni, così racconta il suo tirocinio politico con i khmer rossi: "Per quanto riguarda i vietnamiti dobbiamo ucciderli inogni caso, sia imilitari che icivili, perché non sono civili qualunque bensì soldati in abiti civili. Dobbiamo ucciderli tutti, uomini, donne o bambini senza distinzione, sono nemici. I bambini non sono soldati, ma se sono nati o cresciuti in Cambogia, quando saranno grandi considereranno come propria la terra cambogiana. Dunque non bisogna faredistinzioni. Quanto alle donne, mettono al mondo bambini vietnamiti"'. Durante il processo di pace, i khmer rossi portarono a termine parecchi massacri, perla maggior parte contro piccole comunità di pescatòri vietnamiti. Io giunsi in Cambogia nel gennaio 1993. Solo sei o sette settimane prima il mio paese, l'India, aveva affrontato il periodo di crisi forse piùgravedall'epocadell'indipendenza, nel 1947.Lacrisi era precipitata in seguito alla distruzione della moschea di Ayodhia da parte di estremisti hindu. Alla distruzione della moschea seguì un'ondata di violente aggressioni alle comunità della minoranza musulmana in India. In una serie di pogrom in numerose città indiane, migliaia di musulmani furono sistematicamente assassinati, violentati e torturati da estremisti hindu. Per molti aspetti, il linguaggio degli estremisti hindu, con le dovute sostituzioni, era identico a quello dei khmer rossi cambogiani. Fudunque sullo sfondo di questi tragici eventi che mi ritrovai un giorno a Siem Reap, nella Cambogia nordoccidentale. ln quella città, famosa per la vicinanza al glorioso complesso di templi di Angkor Wate AngkorThom, incontrai ungruppo di medici indiani che gestivano un piccolo ospedale da campo per leNazioni Unite. In virtù dell'amichevolezza che unisce i compatrioti in un paese lontano, fui invitato a unirmi a loro per il pranzo. I medici mi accolsero con assoluta cordialità nella lorosala da pranzo prefabbricata. Ma appena fui seduto, mi si rivolsero sorridendo cordialmente attraverso i piatti di riso e dal, e uno di loro mi chiese: "Mr. Ghosh, saprebbe darmi una sola buona ragione per cui noi hindu non dovremmo demoIire tutte lemoschee dell'India? Dopo tutto, siamo la maggioranza. Perché dovremmo permettere a una minoranza di stabilirecosaègiusto pernoi?" Fino aquel momento nonmiero reso conto che i miei ospiti erano tutti hindu, di varie parti dell'India. Il loro ragionamento, naturalmente, non mi giungeva affatto nuovo: era lasolita argomentazione maggioritariache tiravano fuori gli estremisti hindu in India. Ma lì, in quel contesto, con i colpi di fucile dei khmer rossi che ci giungevano ali' orecchio di tanto in tanto, suonava spaventosamente oltraggioso. In primo luogo, quei medici non erano degli estremisti, da nessun punto di vista. Anzi, erano la personificazione stessa della normalità delle classi medie. In secondo luogo, probabilmente non erano credenti, se non in un senso assolutamente intirno. Per i oro, lareligione nonera vei-osirnil~·"" ---: mente che un tratto distintivo, utile a fissare i limiti di quella che definivano maggioranza. Durante la furibonda discussione che seguì rimasi sbalordito - ma forse non avrei dovuto - nello scoprire che condividevano tutti una malcelata ammirazione per i khmer rossi, pernulla diminuita dal fatto che ci trovavamo sotto il loro fuoco. Rimasi sbalordito perché suImomento non riuscii acapirecome credenze estremiste hindu potessero tradursi tanto facilmente in simpatia per un gruppo con cui non avevano alcuna prossimità reiigiosa, ungruppo lacui genealogia ideologica avrebbe dovuto al contrario ispirare ripugnanza inquei professionisti di classe media. Ho capito solo in seguito, leggendo le corrispondenze da Bosnia, Croazia, Sudan, Algeria, Sri Lanka, e da altri paesi lacerati dalle guerre, che per simili credenze religione, razza, etnìa a lingua non hanno alcun contenuto. Servono unicamente come linee di demarcazione. L'odierno contenuto dell'ideologia, non importa quale abito assume, se quello religioso o linguistico o etnico, è lo stesso in tutti i paesi, sebbene sia diversa l'articolazione simbolica. Inmolti casi - Sri Lanka, per esempio - i movimenti estremisti hanno spostato l'obiettivo, senza soluzione di continuità, dalla lingua alla religione. Cos'è dunque l'ideologia, se puòmuoversi con tale noncuranza tra gruppi politici così diversi? Credo che sia un demone che ha accompagnato furtivamente Ia democrazia Iiberaie attraverso tutto il secolo: un'ideologia che, in mancanza di un termine migliore, chiamerò volontàdi supremazia [suprematism].Consiste essenzialmentenellaconvinzioneche ungruppononpossagarantirsicontinuità se non esercitando ilcontrollo culturale e demografico assoluto su una determinata area geografica. Gli antecedenti fascisti di questa ideologia sono evidenti e ovvi. Alcuni arriverebbero forse a sostenere che qualunque tipo di nazionalismo deve essere considerato una variante della volontà di supremazia. Il che è spesso, ma non necessariamente, vero. li nazionalismo non settario, anti imperialista di unGandhi odi un SaadZaghloul era fondato sulla fiducia nella possibilità di relativa autonomia per popolazioni eterogenee e non aveva niente a che fare con l'affermazione di supremazia. Tornando a ciò che dicevo all'inizio: sono convinto che i movimenti religiosi estremisti, in India, Israele, Egitto o Stati Uniti, siano spesso movimenti per la supremazia, quale che sia la retorica scelta. Imovimenti che forse sfuggono di più a questo schema sono imovimenti islamici radicali. Di tutte le religioni del mondo, l'Islam resta oggi quel lameno territoriale, lameno nazionalizzata, per così dire. Eppure non può essere una semplice coincidenza che, malgrado la critica del nazionalismo di alcuni settori dell'Islam radicale, questi movimenti siano ricaduti ovunque in schemi riconducibili alla forma corrente di nazione-stato. Né può essere una coincidenza che nel mondo islamico, come altrove, i movimenti religiosi raggiungano il massimo dell'estremismo inpaesi con vasteminoranze di popolazione - Egitto e Sudan, per esempio. La forza dei movimenti estremisti è così peculiare che riescono a mettere in essere minoranze attiveanche laddove non erano mai esistite prima. Così, in Algeria, gli estremisti musulmani devono ora fare i conti con una minoranza berbera sempre più aggressiva. In linea di principio, non è irragionevole che un popolo abbia il diritto di vivere sotto leggi religiose, con adeguate garanzie democratiche. Ma in pratica, nelle società contemporanee, una volta
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