Come primo desiderio gli chiede di riavere il corpo che aveva l'ultima volta "che si era piaciuta", cioè non di giovinetta ma di soda trentacinquenne. Il terzo e ultimo sarà che il suo desiderio sia il desiderio del genio (che intanto è stato suo delizioso amante). La scelta le è suggerita da una storia raccontata poco prima. E di una successione di storie, raccontate alla maniera orientale, è fatto l'intero libro, che, a parte qualche lungaggine (per sfoggio di dottrina) nella parte iniziale, procede con grande leggerezza e soavità. E che riesce a proporre figure di donne in qualche modo autonome e indipendenti persino aggirandosi dentro gli harem. Ah, la libertà dell'immaginazione letteraria! Aleksandr Blok I Dodici Paolo Bertinetti a cura di Cesare G. De Michelis con testo a fronte Marsilio 1995, pp. 99, Lire 12.000 Il poemetto di Aleksandr Blok, uscito da Marsilio per le amorevoli cure di Cesare G. De Michelis, non è nuovo al pubblico italiano. Scritto nel 1918 e apparso in Italia due anni dopo, dal 1920 ha avuto ben otto edizioni integrali,edèapparsoaltresei volte fra versioni parziali e brevi frammenti. Non solo: è una delle pochissime opere russe che abbia lasciato una traccia nella cultura popolare italiana, traccia riconducibile alla prima edizione, quando, con il titolo di Canti bolscevichi, fu all'origine di una famosa canzone partigiana. La storia che narra è breve e densa: agli albori della Rivoluzione d'Ottobre, dodici soldati rivoluzionari marciano in una notte di bufera. Uno di loro soffre: ha ucciso la sua amante, fuggita con un disertore. Attorno, poca gente del vecchio mondo, spaventata e infreddolita. Ma la marcia non è senza speranza: l'ultimo canto descrive la scura fila dei soldati, seguiti da un vecchio cane e guidati da un Cristo incoronato di rose. Non si può fare a meno di domandarsi cosa ci sia nel poemetto (il più breve della poesia russa) che spinga ogni volta i traduttori a ritenersi insoddisfatti dei lavori precedenti, a cimentarsi di nuovo con la sua struttura compositiva, nel tentativo di rendere le immagini e la varietà del registro linguistico in un corrispettivo metrico che non sbiadisca le une e non appiattisca l'altra. Quasi che / Dodici sia per certi aspetti intraducibile: strettamente legato al pe1iodo storico, ricco delle aspettative che la Rivoluzione d'Ottobre portava con sé, pure l'aggettivo "bolscevico" affibbiato equamente dai detrattori contemporanei e dai più tardi sostenitori gli sta troppo stretto, è mera etichetta, è una gabbia da cui sfugge ogni simbolo. Ma per contro, anche la pretesa di riportare tutta l'opera all'interpretazione messianica dell'ultima immagine, rischia di precipitare il traduttore nell'eccesso opposto; come se / Dodici fosse una sorta di piramide rovesciata, d'equilibrio impossibile. Cesare G. De Michelis accoglie dunque la sfida, traducendo brillantemente il testo, e ricostruendo con generosa erudizione I' ambiente culturale di Blok, le sue inquietudini, le aspettative epocali che hanno prodotto/ Dodici. Dunque un tentativo, peraltro pienamente riuscito, di ricollocare l'opera nel suo giusto terreno, e nel susseguirsi delle immagini, nitide come lampi nel "nero occàso" che dà inizio al poema, chi legge può sorprendersi a cogliere non tanto una piramide in precario equilibrio, ma una lanterna magica, primo atto di un "cinema poetico", complesso e intenso. Serena Daniele Ramon Maria del Valle-Inclan Sonata di primavera a cura di G. Battista De Cesare con testo a fronte Marsilio, pp. 171, L. 16.000 Nella prestigiosa collana "Dulcinea" - Classici Spagnoli diretta da Elide Pittarello è di recente pubblicazione un'opera che, formando parte della tetralogia Sonatas, diventa emblema del rinnovamento della narrativa spagnola del secolo. Lo stravagante e corrosivo inventore del Esperpento letterario che vive e lavora a cavallo tra Ottocento e Novecento diventa l'annunciatore della nascita di un nuovo secolo e di conseguenza di una nuova letteratura in una Spagna asfissiata dal naturalismo e dal realismo in letteratura. Un'ampia cavalcata su decadentismo, modernismo, primitivismo violento, romanzo storico, poesia e saggistica caratterizza l'opera di uno degli autori iberici più emblematici di tutti i tempi, che giunge a confondere opera e vita, realtà e finzioni nel convincimento che l'arte sia prima di tutto artificio e abbia compiti più importanti da svolgere che non raccontare storie legate alla superficialità della vita contemporanea. Tale consapevolezza porta Val le-Inclan ( 1866-1936) acompiere una parabola che lo vede reazionario e conservatore in gioventù e liberale e rivoluzionario in età adulta. Le sue quattro Sonatas oltre all'accurata elaborazione stilistica e formale, rendono conto della visione angosciata dell'esistenza e dell'assurdità della vita. Il protagonista è il marchese Brandomfn di cui nell'opera l'autore coglie una stagione della vita sentimentale. Si tratta di una storia d'amore peccaminoso, dal finale tragico, ambientata in Italia ai tempi del papa-re, nella dimora di un prelato che ha come vittima la ventenne Marfa Rosario, una delle sue cinque nipoti. L'autore riesce a rinnovare in Brandomfn il mito di Don Giovanni: angelo ribelle e satanico, nello specifico dotato di un'autentica fede religiosa; la ricerca di comportamenti sacrilegi, e peccaminosi, necrofili, d'incesto e fornicazione suscitano in lui quel senso di colpa e di autopunizione consoni alla morale cattolica e borghese ma pienamente umani. F. R. A.
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