José Lezama Lima Paradiso a cura di Glauco Felice Einaudi, pp. 554, Lit. 38.000 Avete presente una cattedrale medievale? Potete immaginare quanti anni, quanti capicantieri, maestranze, scultori, manovali, quante pietre per innalzarla? Provate a visualizzare i percorsi labirintici, gli effetti di luce e ombra, la grandiosità dello spazio, la complessità strutturale, le nervature dei contrafforti, le guglie e il bestiario. Pensate alle storie, a gli intrighi, alle cospirazioni, a i frammenti di vita, a gli incontri clandestini celati nei meandri di marmo e alabastro, pietra, colonnati e capitelli, sotterranei, absidi e cappelle. Rievocate le storie di cavalieri e crociate, duelli a omicidi dentro ali' edificio e nei dintorni. Ricordate le tombe, le targhe incise, gli affreschi: secoli di infamie, amori, odi, guerre, cospirazioni, concentrati in un magnifico edificio spoglio e nel contempo ornato. In una cattedrale medievale contrastano, a prima vista, semplicità e complessità, pieni e vuoti, sacro e profano, potere e oppressione, ricchezza e povertà, caparbia e umiltà. simboli oscuri e segni ermetici. Intorno all'architettura una grammatica, una sintassi, un progetto, un linguaggio, uno stile, un lavoro pazienti, la saggezza e l'assurdità si congregano per rendere visibile un segmento pieno di storia dell'uomo occidentale. Dal talento letterario più controverso, esuberante, oscuro, carnale e labirintico della generazione degli anni Trenta sorge l'opera narrativa più complessa e densa, più gotica e barocca della letteratura del Novecento del mondo ispanico. Un arduo esercizio affrontare la lettura, ancora più difficile renderne l'ermeneutica. Immagini e metafore plurisignificative, magma vegetale, minerale, sensuale, intricato flusso di memoria compongono questa enorme e complessa cattedrale linguistica che giunge finalmente nella versione integrale, definitiva e "accessibile" alla lettura del pubblico italiano grazie all'ineccepibile traduzione di Glauco Felice. Con la pubblicazione Paradiso vi trovate di fronte a una summa letteraria. Con il cubano Lezama su queste pagine l'appuntamento è a breve. Fabio Rodrfguez Amaya INBREVE 93 I musulmani di Bosnia dal Medioevo alla dissoluzione della Jugoslavia a cura di Mark Pinson Donzelli 1995, pp. I 08, Lire 22.000. Un tempo l'editoria italiana riusciva a fornire testi destinati ad avere una vita superiore ai sei mesi, senza rientrare nella categoria delle "grandi opere" da vendersi nella rateale (a dire il vero l'editoria del resto del mondo alfabetizzato continua a farlo, inosservata, con discreti risultati sul piano commerciale). Ma i tempi da noi sono cambiati. Fa quindi eccezione nella vigente cultura editoriale il testo che Donzelli ha tempestivamente pubblicato sulla storia dei musulmani di Bosnia. Il libro è un'opera compatta, in cinque capitoli, ciascuno opera di specialisti di livello mondiale. fohn Fine, autore di una radicale reinterpretazione delle origini della chiesa bosniaca, presenta il quadro del mondo preottomano; Colin Heywood e Justin McCarthy esaminano il periodo ottomano, e Mark Pinson quello austro-ungarico. Non mancano gli aspetti controversi (McCarthy è esponente di una scuola storica ottomana molto discussa) ma il I ive!lo di competenza storiografica è sempre ottimo, con capitoli collegati di dati di base, cartine e bibliografie essenziali per chi desideri approfondire scientificamente i diversi argomenti. È invece un poco deludente il capitolo di Banac, che copre il periodo jugoslavo dellaBosnia(l 9 I 8- I 992);c'è troppo e troppo poco. Risultano molto più informativi sul periodo titino gli ultimi capitoli del bel libro di Noel Malcolm Bosnia: A Short History (Londra, Macmillan 1994). Ma, al di là delle riserve formali sul capitolo di Banac, rimane il fatto che è ben difficile affrontare il problema della Bosnia dovendo omettere (per economia di spazio) il problema dell'altra area musulmana, e cioè quella del Kossovo (su quest'ultimo tema chi vuole può ricorrere, con prospettive molto diverse, agli studi di Michel Roux, Les albanais de Yugoslavie. Minorité nationale, territoireet développement, Paris, Mai son des sciences de I' Homme, 1992, o a quelli di Alexandre Popovic, Lesmusulmans yugoslaves, Lausanne, L' Age d'Homme, 1992). Detto ciò, il rapporto qualità-prezzo del prodotto rimane ottimo per il consumatore. Il libro rischia di essere rilevante non solo tra sei mesi, ma anche tra sei anni. Guido Franzinetti Antonia S. Byatt Il genio nell'occhio d'usignolo trad. di A. Nadotti e F. Galuzzi Einaudi, p. 115, Lire 24.000 Antonia Byatt scrive romanzi metaletterari; e nell'invenzione romanzesca parla di libri e scrittori, vari o inventati, di area inglese. Cosa che diverte molto i lettori colti (o che vogliono sentirsi tali) delle isole britanniche. Che diverta anche quelli della penisola italiana, come pare certo dalle vendite, è un mistero gaudioso (per Einaudi che la pubblica). Nel romanzo breve Il genio nel!' occhio d'usignolo il riferimento, a parte Chaucer all'inizio, è alle Mille e una notte ed al racconto orientale in genere. Una scelta decisamente meno insulare, anche se il continente, come gli inglesi chiamano l'Europa, è saltato a pie pari per arrivare direttamente inOriente. La Byatt fa un'operazione (nata da un genuino entusiasmo) su cui già troppo si è equivocato e su cui Edward W. Said (Orientalismo, Bollati Boringhieri 1991) ci ha chiaramente messi in guardia. Però in questo caso molto è assolto dall'entusiasmo: di una donna che riscopre i I corpo e i suoi piaceri. La protagonista, una studiosa sui cinquanta esperta di analisi del racconto, inTurchia per un convegno, riceve in dono una bottiglietta di vetro (del tipo "occhio d'usignolo", versione turca di un procedimento veneziano) dentro cui c'è un genio, come quello di Aladino.
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