Linea d'ombra - anno XIII - n. 110 - dicembre 1995

92 INBREVE pe ), dell'aggettivazione elegantementeesornativa, del taglio epigrammatico di tante clausole; e soprattutto il gusto e l'attenzione per i particolari, per le piccole cose attraverso le quali - senza superbia e supponenza - si mostrano assai meglio le grandi. Ma qui il segno della tradizione coincide con la ragione stessa del poetare di Bandini, con lo sguardo trepido e commosso con cui egli osserva l'imprendibile mistero della vita e ne registra il trasvolante battito, la musica segreta. Sarà sufficiente "mettere ai versi il morso/ di qualche rima, fare della norma/ la sorella del cuore". Edoardo Esposito Rose del Giappone. Racconti di scrittrici giapponesi a cura di Giuliana Carli E/O, pp. 127, Lire 15.000 Yamada Eimi, Ochiai Keiko, Ogawa Yoko, Megumu Sagisawa: quattro giovanissime che scrivono dei loro rapporti con l'altro sesso e con se stesse, corpo e interiorità, in particolare nella tensione verso la maternità. La quinta, la venticinquenne Nananan Kiriko, è autrice di manga e le sue tavole fanno da contrappunto ai quattro racconti dell'antologia, disegni in bianco e nero sempre con una ragazza al centro che comunicano uno struggente senso di solitudine nell'abbinamento ai testi scarni. Delle cinque solo Yamada Eimi era già nota in Italia con il romanzo Occhi nella notte (Marsilio 1994), le altre sono presentate per la prima volta e questo è già di per sé un merito. Il racconto di Yamada apre la raccolta e riconferma una notevole abilità statistica: la sua è una poetica dei corpi allacciati nel1' amplesso, del sudore e dei sospiri, di una carnalità che davvero schizza fuori dalla pagina, fatta di "denti, lingua, saliva" come scrive Nananan nel manga Water che chiude il volume. Corpo vivo anche nell'inquietante Diario di una gravidanza di Ogawa Yoko, scrittrice già molto affermata in patria. È forse il racconto più bello di Rose del Giappone, scritto in forma di diario redatto dalla sorella della gravida. La donna appunta minuziosamente le reazioni di sua sorella, dal momento in cui si accorge di essere incinta fino al parto. Quindi un susseguirsi di descrizioni di sensazioni dilatate, di comportamenti incongruenti in un rapporto deviato con il cibo, la gente, il partner, il mondo. Dai primi mesi di nausea violenta e di anoressia, via via fino all'insaziabile fame dell'ultimo periodo; e sembra di sentire gli odori del cibo, di volta in volta fastidiosi e allentati. la gravidanza vissuta senza serenità ed equilibrio, come mera presenza di un corpo estraneo in un contenitore inadeguato a contenerlo, diventa condizione suprema di disadattamento, metafora ultima dell' angoscia del vivere. Anna Belardinelli Specchio di terra Cristiana Ceci E/O 1995, pp. 107, Lire 25.000 Due diversi piani di scrittura si alternano in quest'opera di straordinaria forza espressiva: uno, metanarrativo, che corrisponde al tempo presente, in cui un'artista - o piuttosto un'artigiana - lavorando sul tempo e sulla memoria costruisce scatole con frammenti di specchi, pezzetti di legno, mucchietti di terra, foto di famiglia, scarti, mettendo insieme i materiali di una storia passata. L'altro piano, più propriamente narrativo contiene brevi storie di vita di uomini e donne i cui destini sono legati alla terra, alle stagioni, al mondo naturale e contadino, un mondo marginalizzato dalla nostra letteratura, specialmente quella più giovane. Ciò che accade nel testo, abilmente costruito, corrisponde all'elaborazione della metafora descritta dall'ossimoro del titolo, quella dello "specchio di terra", che da un lato esprime l'illusorietà dell'arte, che è sempre anche artificio, dal l'altro rappresenta la materia prima, per così dire, del mondo contadino. Chi narra, pur vivendo in città, si sente figlia della campagna, si sente pianta, generata da alberi, ancora con un piede nella terra, ed è questa appartenenza mai rinnegata che intende celebrare. Le scatole di specchi servono dunque a dare l'illusione che la terra stessa si faccia specchio; specchio di una storia individuale, che diventa sociale, collettiva. Se i primi racconti tentano infatti l'abbozzo di una storia familiare, il perimetro si allarga a contenere quelle degli altri, a ricostruire vite che appaiono fuori del tempo, anonime, quelle dei passaggi di età, dei racconti trasmessi a voce di porta in porta, dei misteri di vite mai spiegati ma a cui il sapere arcaico della cultura contadina ha attribuito un significato, legato a una superstizione, a una dice1ia, all'avverarsi di un presagio, all'inesorabilità di un evento a lungo atteso. La memoria diventa in questo testo linguaggio e invenzione stilistica; vi si ritrovano parole di altri tempi come viandare, stradella, sgurbia; immagini campagnole come quella di bambini legati col cordino "come una catena di salsicce", una sintassi poetica e arcaicizzante. Un'opera di esordio di inconsueto rigore, che si esita a chiamare romanzo perché priva di intreccio, eppure capace di avvincere per la forza di rappresentazione, mai nostalgica né sentimentale, di un mondo vicino e lontano insieme. Paola Splendore

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