Lodovico Terzi !racconti del Casino di Lettura Mondadori 1995, pp. 165, Lire 16.000 È da leggere in compagnia di un Tau rasi Radici. No, di un Per'e Palummo. No, di ... Se si volesse rifare, con i vini delle mie parti, lo stesso gioco che si gioca nel racconto di apertura di questo libro, veJTebbero in mente odori e sapori maturi e macerati, un retrogusto frizzantino, un'aria di agiato decoro temperata da argute strizzate d'occhio da stagionato bon vivant. Ma basta parlare in codice. Il mio scopo è far venire voglia di leggere questo libro. Allora, vediamo: l'autore è Lodovico Terzi, classe 1925, elegantissimo traduttore (di lui ricordo, con grande piacere, lo Swift di Istruzioni alla servitù e poi uno dei libri più divertenti che abbia mai letto, La cassa sbagliata di R.L. Stevenson), autore di un solo libro uscito nel 1963, L'imperatore timido, enigmatico apologo swiftiano su una Cina seicentesca tra lecui pagine Calvino cominciò a fiutare aromi di città invisibili. Il libro: dire "una raccolta di racconti" non rende l'idea, bisogna descrivere la situazione. Siamo nel casino di Lettura di una città né piccola né grande, sicuramente un capoluogo, sicuramente Italia centrale, solida e scafata provincia, fiduciosa di sé, contenta dei suoi limiti, maestra nel prendersi il meglio dalle gioie e anche dai dolori della vita. I personaggi: un ciarliero e vagamente macchiettistico Segretario, un Giudice, un Medico Provinciale, un Preside, un Giornalista, un Architetto, un Poeta che di lontano spedisce due cronachette in versi - bellissima quella che chiude il libro su un addio a una casa e sui lavori di un trasloco - l'occhio disincantato di un Barista. Tutti scritti così, con la maiuscola: personaggi di commedia, non Dino Risi. Nel libro, tutti, meno il Barista, conversano e conversando raccontano: storie di amori, di famiglie ormai estinte tranne che nel ricordo, di mariti intelligenti e impossibili e di mogli più intelligenti e più adulte di loro, di amici bizzarri, di falsi epistolari d'amore e di depressioni guarite imparando a fare nodi, di pesche mancate e di pesche miracolose, di come si accoppi un vino a un libro e di come gli esseri umani si accoppino mettendo in comune le lacrime o le risate. Si direbbe che è tutta la provincia italiana che ritorna, tutti i caratteri originali del nostro popolo, i migliori mescolati ai peggiori, indistricabilmente. Forse in altri tempi avrebbe anche potuto iJTitarequesta microepopea cittadina, questa vita raccordata standosene al sicuro nella sala di un circolo per signori benestanti con carriere e famiglie senza una grinza, questa implicita lode dell'esistente e quella brezza elegiaca che percoJTe il libro con una sviolinata autunnale di accompagnamento. Questo libro aveva tutti i numeri per essere scambiato per il solito prodotto dell'eterno letterato italiano pantofolaio e strapaesano. Perché invece è così bello? Forse perché ci restituisce tante altre cose che ci pareva di avere perduto: l'arte della conversazione, il saper parlare e il saper ascoltare, la gioia di costruire una storia con la voce, la competenza di chi sa fare bene una cosa e ci spiega come si fa (degustare il vino, stringere un nodo, cucinare a vapore una pietanza), la civiltà delle buone maniere, la cultura che ci vuole per sapersi godere ciò che si possiede, quella cultura dell'avere indissolubile dall'essere che è forse il meglio che, in assenza di una vera società civile, il nostro paese abbia potuto esprimere... Maè meglio terminare qui. Meglio non sovraccaricare di discorsi così gravi un libro tanto leggero e profumato. E divertente. Quando ho finito di leggerlo mi è venuto in mente il complimento che Daudet fece una volta a Jules Renard: dipinge capolavori su un'unghia. Domenico Scarpa Fernando Bandini Santi di Dicembre Garzanti 1994, pp. 122, Lire 33.000 In una nota posta a chiusura del suo ultimo libro di poesie, Santi di Dicembre, recente vincitore del premio Mondello e del Gandovere, Fernando Bandini allude pudicamente alla sua "quasi clandestina attività di poeta in latino": clandestinità imputabile soprattutto alla nostra ignoranza -storica e quotidiana - e del latino e della poesia, sulla quale aprono tuttavia un velo non tanto le citate parole d'autore (qualcuno ben sapeva, del resto, che il suo latino era ben apprezzato ad Amsterdam), quanto gli italianissimi versi che formano questo volume. perché, se italiani sono per le parole che li compongono (a parte una breve sezione di testi in dialetto), e per l'italiana e moderna realtà cui fanno per lo più riferimento, pure essi sembrano modellati su uno stampo di ben più antica memoria, e sembrano conservare qualcosa della ieratica fissità che proprio tanti versi latini ci hanno impresso nella memoria. Non è però per indulgenza o soggezione alla tradizione che il fatto ci sembra da segnalare, quanto perché è proprio questo carattere a rivelarsi costitutivo della poesia di Bandini e a imprimerle il segno di un' originalità non scontata né equivoca nel panorama così spesso asfittico della poesia contemporanea. È dalla latinità che le deriva infatti il gusto di un linguaggio misurato e preciso (specialmente per quanto riguarda la realtà naturale: cutrettole, calicanthus, escallònia, codirossoni, borragine, catal-
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