UN'ANIMA LAICAERELIGIOSA PadreCamillaDe Piaz La grande livellatrice non cessa di agitarsi tra le nostre file e di far bottino di presenze care. Non per niente gli antichi la immaginavano con in mano una falce (e una falce, si sa, non indugia a distinguere tra un filo d'erba e un altro, tra uno stelo e l'altro). Molte nostre chiese, molti nostri oratori - penso a taluni delle mie parti - conservano ancora di queste raffigurazioni (le Danze macabre) un po' terroristiche, com'era nel gusto dei nostri avi. Ma anche intente a sovvertire le gerarchie dominanti, sacre e profane. Noi abbiamo una visione meno intensa, meno diretta, più rimossa, o forse, chissà, più evangelica della motte. Sento che Mario mi sta accanto e mi approva nel sentire ciò che sto dicendo e ciò che sto per dire, egli che poneva al centro della sua riflessione religiosa, teologica, la croce. Riflessione proseguita, perseguita e anzi arricchita e resa-mi si capisca-più libera anche dopo il mutamento di statuto personale e sociale. Ne abbiamo parlato in certe pause, in certi incontri solitari, più di una volta. Essa, la morte, resta comunque una presenza sovvertitrice, sconvolgente: E questa sua lo è in modo particolare per tanti di noi e sotto molteplici aspetti. E tuttavia - e anzi proprio per questo, lo dico con una certa trepidazione - feconda; e sarebbe un brutto segno - non solo per quelli che si presumono credenti - se avesse cessato di essere per noi l'una cosa e l'altra. Feconda perché, incidendo così drasticamente sul tessuto vivo e palpitante della nostra esistenza, ne evoca e ne mette in moto le energie e le linfe più profonde e più segrete, ci fa sentire vittime, ma anche soggetti, di un destino che ci sovrasta e ci trascende, ma che nello stesso tempo è più inferiore a noi di noi stessi. Degni quindi di pianto - il pianto di Gesù sulla tomba di Lazzaro - ma anche di onore, e candidati a qualcosa di nobile e di grande, comunque questo lo si voglia o si sia portati a immaginarlo. È singolare e straordinario come la morte sia rivelatrice, come essa metta in luce ed esalti, attraverso una specie di arcano montaggio, laqualitàe l'essenza di una vita. Noi oggi, qui, lo sperimentiamo in modo particolare. Feconda la morte (sorella morte), benché sconvolgente, anche perché, più semplicemente, ci richiama alla realtà delle cose, disinnescando ogni complesso di padronalità. Siamo ospiti in questo mondo. Possiamo stornare il capo di fronte a questa realtà indiscutibile, ma sarebbe una fuga che si ritorcerebbe a nostro danno, e a danno della qualità della vita che conduciamo. Ospiti a cui tocca di onorare di onorare i doveri che l'ospitalità comporta: doveri senza i quali, del resto, la vita perderebbe di colore e di senso, a non altro ridotta che a un oscuro gioco di sopraffazioni ai danni gli uni degli altri, e del mondo che ci alberga. Non pensiate che sia andato divagando. Celebrando la morte sentivo di celebrare Mario. Ci sarà tempo - e io spero che saremo in tanti a farlo - per rievocare la persona e l'opera di Mario. Non ci sono parole - o ce ne vorrebbero troppe-per dire tutto ciò che ci viene a mancare con la sua scomparsa. Che viene a mancare innanzitutto a te, Valeria, a te Emanuele, a voi fratelli. E anche a me, a tanti come me, a tutti coloro che hanno condiviso con lui una parte importante della propria vita. Importante per noi, importante per lui. Chi mi ridarà, chi ci ridarà un amico e un compagno quale Mario è stato per noi, chi ci ridarà quello che io chiamavo il suo magistero. Dove ritroveremo un esempio come il suo.L'esempio di una esistenza fortemente etica. Non capita sempre, oserei dire che non capita spesso, almeno nei nostri p?raggi, che l'appartenenza religiosa - e la sua non è mai venuta meno, con venature addirittura tradizionali, sanamente tradizionali, pur nel quadro di un grande ardimento dottrinale (quante volte l'ho sentito canticchiare tra sé, con trasporto, e conforto, gli inni della sua infanzia bergamasca)- non capita spesso, dicevo, che l'appartenenza religiosa si sposi con un forte impegno etico. Spesso l'una dispensa dall'altro, o viceversa. Il panorama che abbiamo avuto sotto gli occhi in tanti anni è lì a dimostrarlo. Scendeva da lì, penso, quel suo collocarsi al centro di un fitto e multiversale intreccio culturale, al punto di confluenza della cultura religiosa e di quella laica, viste come interdipendenti e in una prospettiva di rinnovamento reciproco, lontano dalle rispettive derive e dai contrapposti fondamentalismi. Un'anima, la sua, profondamente religiosa e nel contempo del tutto natura/iter laica. C'era un'immediata corrispondenza e intelligenza fra noi, su questo.Mario incarnava al meglio, l'ho sempre sostenuto, quel la che era stata la tradizione della Corsia dei Servi. Non voglio finire senza ricordare l'ultimo incontro, nel pomeriggio di lunedì scorso e della mattinata di martedì. Quel giorno - l'ultimo della sua vita - sembrava ritornato il Mario di sempre, e i suoi occhi aver ritrovato un po' di quel suo modo di guardare in positivo alla vita (e, mi azzardo a pensarlo, alla morte, che non poteva non sentire vicina). Il giorno prima, a un certo punto, gli avevo proposto, sicuro di fargli un piacere, di dargli una benedizione. Gliela diedi, una benedizione antica, a me molto cara, se Dio vuole in latino, che gli fu visibilmente di grande conforto, se la mattina dopo mi chiese di ripetergliela. Ce la restituisca ora lui,dal regno di pace dove amiamo pensarlo. Omelia ai funerali di Mario Cuminetti, 3 novembre 1995, parrocchia di San Luca, Milano.
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==