Linea d'ombra - anno XIII - n. 110 - dicembre 1995

NOVITÀ Gunther Anders ESSERE O NON ESSERE DIARIO DI HIROSHIMA E NAGASAKI A cinquant'anni dalla bomba atomica una riflessione di drammatica attualità. Il 6 agosto 1945 è cominciata una nuova era: in qualunque momento, ora, l'uomo può trasformare l'intero pianeta in un'altra Hiroshima. I doveri morali nell'era atomica. pp. 256, Lire 15.000 Paolo Bertinetti DALL'INDIA Un panorama pressoché completo di una produzione letteraria di straordinario interesse, il romanzo indo-inglese e della diaspora indiana. Un profilo della letteratura indiana in inglese attraverso i romanzi e gli autori apparsi in traduzione italiana. pp. 168, Lire 15.000 Norberto Robbio ELOGIO DELLA MITEZZA E ALTRI SCRITTI MORALI Per la prima volta una raccolta di scritti di Norberto Bobbio che si collocano nell'ambito della filosofia morale. Verità e libertà. Etica e politica. Ragion di stato e democrazia. La natura del pregiudizio. Razzismo oggi. Eguali e diversi. Pro e contro un'etica laica. Morale e religione. Sul problema del male. pp. 224, Lire 15.000 AA.VV. PER CARMELO BENE Il teatro di Carmelo Bene, ma anche il cinema, gli scritti letterari, la drammaturgia, il rapporto con lo spettatore, la musica, la "voce". Testimonianze e omaggi di artisti, attori e critici. In appendice un testo di Gilles Deleuze, ormai introvabile, che rappresenta un saggio fondamentale sull'opera di Carmelo Bene. pp. 217, Lire 15.000 LINEDA'OMBRA valori altrui la sicurezza e l'ordine, quindi, accanto alla convivenza multiculturale. Questo è i I problema e non quello di una sinistra che governa coi programmi della destra, come temono i massimalisti-conservatori. E anzi è qui che trova la sua ragione quel singolare e spettacolare fenomeno di convergenza ormai ripetuta tra la destra e una certa sinistra che sì definisce alternativa e che sta dietro le capriole tattiche di Berti notti, i suoi successi sulle reti Fininvest, l'alta percentuale di elettori comunisti che hanno votato per Berlusconi al referendum sulle Tv e altri segnali di questo tipo. C'è alla radice un'analoga diffidenza verso le procedure democratiche del consenso, della mediazione, del confronto programmatico e razionale. E la tentazione elettoralmente conveniente, di sostituirvi la mobilitazione demagogica: il manifesto con cui Rifondazione chiede a caratteri cubitali "due milioni l'anno" di aumenti salariali contro ogni compatibilità sociale e qualsiasi strategia di ricostruzione di una società totalmente trasformata nel rapporto tra lavoro, salario, consumi, è linguisticamente e semanticamente identico alle promesse berlusconiane sul milione di posti di lavoro; la difesa del modello previdenziale tradizionale (2% l'anno e trentacinque anni di lavoro, come recita un altro manifesto comunista) o l'invito agli extracomunitari a venire in massa perché, altro manifesto, "il lavoro c'è per tutti" corrispondono a uno stesso schema, largamente usato nelle propaganda berlusconiana, per cui la radice reale delle contraddizioni è rimossa e sostituita dalla pura denuncia delle colpe o delle congiure del nemico. In questo caso le forme della comunicazione politica sono davvero significative: come Berlusconi, Bertinotti non può ammettere l'errore, la sconfitta, il cambiamento d'idea: se Dini ottiene la fiducia dal Parlamento, i due presentatori delle mozioni di sfiducia devono affermare, a reti praticamente unificate, il primo di aver vinto comunque, il secondo di aver ottenuto quello che voleva. In ambedue i casi è l'esatto contrario della verità ma l'assenza di media che rappresentino un luogo di confronto libero e razionale e la disponibilità dell'opinione pubblica a recepire soprattutto affermazioni aggressive e asseverative gioca proprio a favore di questo linguaggio schematico e allusivo. Che corrisponde poi a una convergenza di interessi più profonda: per la sinistra che non vuole governare l'unico spazio non solo possibile ma realmente desiderabile è quello dell'opposizione (possibilmente di piazza, che richiede non ragioni e soluzioni alternative ma l'esibizione della propria forza e delle propri bandiere: "non la lotta di classe ama Bertinotti, ma il suo affresco", ha detto giustamente Vittorio Foa). Questo schema sarà più facile da realizzare se a governare saranno i nemici storici, e cioè la destra; con un governo di verso - di coalizione, di garanzia, di centrosinistra - si ripeterebbe per la dirigenza comunista il grottesco epilogo della battaglia contro Dini, con l'inevitabile ritirata contrabbandata per trionfo. È scontato tutto ciò? È inevitabile che nessun pezzo della sinistra sia all'altezza dei tempi, capace di governare le trasformazioni e di interpretarne i conflitti? Per lasciare la po1ta aperta all'ottimismo è meglio non rispondere, per ora. Ma se una speranza è legittimo conservare, non sta nella capacita di manovra politica o nella possibilità di rianimare vecchie culture. Piuttosto nella volontà di trasformarle, e di trasformarsi tutti. È un lavoro che ai margini della società politica prop1iamente detta, nelle attività di intervento sociale o nell'amministrazione locale, dove con le contraddizioni reali ci si scontra quotidianamente, è cominciato da anni. Ma procede a fatica, comunica poco con la politica, non sembra capace di produrre nuove culture. Eppure, con questi e altri limiti, è l'unico luogo da cui un discorso serio e positivo può 1ipaitire.

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