CULTURADI CONFINE:IL PREMIO 11VILLENICA" KULTURA POTRANIClY:NAGRODA "VILENICA" RobertoSalvadori C'è un'inferriata verniciata di verde-la lineadiconfineche corre lungo la ferrovia, attraversando orti, villini, canneti, viottoli. Scompare e riappare in mezzo alla vegetazione e ai fabbricati. Talvolta, sul suo percorso, emergono dalle sterpaglie della terra di nessuno grigi paletti in cemento arrnato e rugginosi reticolati, residui di un'epoca in cui la coesistenza non era tanto pacifica. Un viale alberato è interrotto, incongruamente, dalle garitte di un valico intransitabile. Più in là scopri varchi automobilistici riservati esclusivamente ai residenti e passaggi di frontiera che burocratici cartelli classificano "di categoria pedonale". Ci sono strade che imbocchi come via e proseguono come ulica; altre che si perdono nel nulla. Ma soprattutto un tratto colpisce: laddove l'inferriata, da una parte, passa talmente a ridosso delle abitazioni che dalle finestre potresti toccarla e, dall'altra, rasenta lo stralunato piazzale di una stazione. Quelle case stanno in Italia (lo proclama il gigantesco tricolore che sventola, alle loro spalle, dall'alto del castello), questa stazione sta in Slovenia (e, pur non essendosi mai spostata, ha visto un bel mondo: italiana prima della guerra, jugoslava fino al 1991). Ne è passato del tempo, ma qui il paesaggio è rimasto quello del 1947, quando il Trattato di Parigi riconsegnò all'Italia Gorizia, amputata dei suoi sobborghi orientali e mutilata di una grossa porzione del territorio provinciale. Un anno dopo - appoggiandosi alla periferia goriziana tortuosamente rimodellata dal confine di stato - la neonata Repubblica jugoslava prese a costruire, sui terreni bonificati dei "Campi selvaggi", la città-giardino di Nova Gorica. Oggi, dopo il crollo del Muro di Berlino, di città divise da un confine resta, in Europa, solo Gorizia. (Ci sarebbe anche la green line che dal 1983 taglia in due, a Cipro, la Nicosia turca e quella greca, ma questa è tutta un'altra storia). E anche adesso che i rapporti fra Roma e Lubiana sono normalizzati, non c'è operazione di chirurgia politica in grado di eliminare questa cicatrice dal volto di Gorizia, giacché qui non c'è alcuna Einheit da realizzare. Resterà, dunque, indelebile la traccia fisica del passato storico, ma ciò non impedisce che già da oggi si sviluppi un nuovo clima di cooperazione, con obiettivi ancor più ambiziosi del libero transito di merci e persone; di italiani attirati a Nova Gorica dal Perla, il maggiore Casinò della Slovenia, e sloveni calamitati a Gorizia dalle vetrine dei negozi. Perché non immaginare - come suggerisce Fulvio Tomizza in Alle spalle di Trieste-una regione autonoma istriana, che costituirebbe una palestra di convivenza, di approccio inventivo, di scambio di esperienze, di mutuo ricorso ad altre culture, di scoperte e rivisitazioni? È quanto viene io mente proprio "passeggiando per le vie e le I piazze di Gorizia. Passando dentro un breve perimetro dalla Gorizia italiana a quella slovena, all'ebraica, alla friulana, all'austroungarica" Tomizza rammenta "anche l'iniziativa, intrapresa dai sindaci di queste due città divise da un confine di stato, di fondersi in un'unica amministrazione, senza darsi eccessivo pensiero di turbare le relazioni tra i rispettivi paesi né tanto meno di tradire lo spirito della conferenza di Helsinki". I confini sono strani animali - che si muovono col passo della storia. Possono starsene anche per secoli accovacciati in un luogo, ma niente esclude che prima o poi, d'un tratto, tu li · veda spostarsi un po' più di qua o un po' più di là; come pure dileguarsi furtivi o balzare imprevisti nel bel mezzo della carta geografica. Norrnalmente, un confine è fatto per separare e, insieme, unire. Talora, invece, è concepito principalmente per dividere. Diventando, così, una barriera - e da entrambe le parti, allora, ci si sentirà confinati, piuttosto che confinanti. Dal grembo della seconda guerra mondiale ne sono uscite, eccome, frontiere di questa specie. Inflessibili come cortine di ferro e, in certi casi, dure come muri. Tutto perché l'esito delle vicende belliche era stato paradossale: si seppe subito chi era stato sconfitto, non chi avesse vinto. E ci sarebbero voluti più di quarant'anni per dare un senso definitivamente univoco all'epilogo ambiguo di quel conflitto. Nel frattempo, l'intera Europa - non solo i paesi del l'Est- ha sofferto le conseguenze dello scontro decisivo: quello che doveva stabilire se il nazifascismo fosse stato battuto in quanto regime totalitario o in quanto frutto del capitalismo. La risposta è finalmente arrivata, chiara e forte nel 1989, con l'implosione del "socialismo reale". E dalla repentina conclusione della competizione fra i due blocchi è scaturito, fra l'altro, un gran rimescolio di confini-nei paesi baltici, nella ex-Jugoslavia, in Cecoslovacchia, nella ex-Unione Sovietica, in Germania - che ha ridisegnato la fisionomia dell'Europa centro-orientale. Quando questo sviluppo storico, pur prossimo a realizzarsi, era ancora assolutamente inimmaginabile, in una terra di confine alle spalle di Gorizia, sul Carso sloveno, nacque dieci anni fa un'iniziativa culturale di ampio respiro. Il cui prestigio è andato aumentando nel corso del tempo, rivelandosi feconda nel prefigurare un futuro fatto di confini che non fossero barriere: il premio letterario internazionale "Vilenica". Avviata e animata da Veno Taufer, la manifestazione ha espresso fin dall'inizio, nel 1986, il proprio orientamento premiando un romanziere d'oltreconfine: l'italo-istriano Fulvio Tomizza. Dopo di lui, sono risultati vincitori scrittori di rilievo come l'austriaco Peter Handke, l'ungherese Peter Esterhazy, Jan Skacel, il lituano Tomas Venclova, il polacco Zbigniew Herbert, il ceco Milan Kundera, Libus Monikov, il bosniaco Josip Osti e, per l'edizione del 1995, lo svizzero di lingua tedesca Adolf Muschg. Il quale ha devoluto l'importo del premio in favore dei profughi bosniaci rifugiati in Slovenia. Il "Kristal Vilenica 1995", riservato all'opera prima, è stato assegnato alla giovane poetessa Marzanna Bogumila Kielar - che vive a Varsavia, ma è nata a Goldapi, ai confini con la Lituania - la quale ha letto con diafana intensità alcune liriche della raccolta Sacra conversazione (1992), per l'occasione tradotte in sloveno con estrema sensibilità da Katarina Salamun Biedrzycka. Almeno tre aspetti del premio meritano di essere sottolineati. Anzitutto, l'importanza attribuita ali' evento dalle autorità slovene, che manifestano un impegno esemplare nel sostenere il proprio patrimonio linguistico e culturale, in aperto
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