libero "in fonte di guadagno e strumento di consenso" (1983, p. 260). In mezzo, lo spartiacque di questo dopoguerra, il 1968: ed esso è stato anche, per Bellocchio, "sia pur rozzamente, confusamente, a sprazzi, [...]il tentativo di ridisegnare una nuova carta dei diritti e dei doveri, prima che gli venissero imposti da un lato il leninismo nelle sue versioni operaista, stalinista, maoista (la Rivoluzione), dall'altro l'industria del sesso, della droga, delle culture alternative (la Liberazione)" (1980, p. 156). Per non dire d'altro, è un fatto che queste poche righe sintetizzino (e più perspicuamente di molti pretenziosi studi socio-politologici) la "grande trasformazione" italiana; nel contempo esse sanno anticipare una delle imprescindibili chiavi di lettura del successivo crollo dei regimi totalitari dell'Est. Non sfuggiva a Bellocchio, alla vigilia del nostro 1984, ciò che l'amato Orwell (più che un maestro: "un fratello, un compagno") non aveva potuto prevedere nel suo 1984. Anche l'odioso muro eretto in nome della Rivoluzione, avrebbe finito con l'essere travolto ...nella corsa "liberatoria" verso i supermercati di Berlino Ovest. Ma restiamo all'Italia. "Ministri che non governano, partiti che intascano tangenti, industrie che uccidono, insediamenti di basi missilistiche, mancanza di case scuole ospedali, enti elefantiacichedivoranodenaro pubblico senza produrre servizi efficienti, alti magistrati che proteggono malfattori, scandali finanziari, · evasioni fiscali, malversazioni, mafia, camorra, disoccupazione...". Sono parole del 1980. Se non stupisce che Bellocchio constati per tempo, quindici anni fa e anche prima, senza attendere la "rivoluzione" del 1992, che "per uncittadino minimamente sensibile, vedere le facce di Andreotti, Fanfani, Cossiga, Craxi eccetera - e ciò accade quotidianamente - equivale ogni volta a ricevere uno schiaffo, uno sputo", rilevante è che le sue riflessioni sin da allora non si contentino di denunciare la cialtroneria e la criminalità del ceto politico di governo,· ma scavino nella società civile: tra "la gente", per dirla nell'abusatissimo telegergo attuale. E da esse si capisce, un po' più in profondità di quanto non consenta il vociare inconcludente e ipocritamente indignato dei giorni nostri, quale sia l'Italia in cui mette radici e si sviluppa Tangentopoli. "Nulla cambierà, se non in peggio", egli scriveva. "Purtroppo questo sistema ha contagiato e corrotto in profondità tutto il paese: la tendenza generale per il posto garantito, il rifiuto del lavoro, i I disprezzo della professionalità, iIparassitismo, lacaccia al privilegio, le feroci spinte corporative riproducono quanto succede in alto. Anche le aspirazioni più modeste-il proletario che vuole il suo posto di bidello o il reduce del Sessantotto che vuole stabilizzare il suo posto di precario - riflettono microscopicamente l'arrogante pretesa di inamovibilità, irresponsabilità, impunità della classe dirigente" (1980, p. 163). Nelle frasi "apparentemente grintose" di certa protesta di allora, i cui echi distorti non sono spenti oggi ("È lo Stato che deve provvedere", "Ci pensino loro" e così via), Bellocchio individua "autospossessamento dei propri diritti e doveri, rinuncia a intervenire, a partecipare alle decisioni, a controJlare, a contare qualcosa". Nella riproposizione e perpetuamento della delega in bianco, nel bisogno di capi e capri espiatori, nell'accettazione passiva della divisione tra dirigenti e diretti, egli colloca le basi stesse della sconfitta (meglio: del suicidio politico) della nuova sinistra, e ciò anche prima che il terrorismo contribuisca potentemente a renderla irrimediabile, devastante negli effetti anche lontani nel tempo. Convinto della necessità di "esercitare la massima severità critica verso gli errori e le colpe della propria parte", proprio sul terrorismo rosso e sul suo intreccio con l'esperienza della nuova sinistra, Bellocchio non si tira indietro. L'astuzia dellepassioni vi dedica molte pagine davvero importanti. Se "criminalizzare il Sessantotto per colpire il terrorismo è insensato" - al riguardo non si ricorderà mai abbastanza che il 1968 è l'anno in cui il tasso di criminalità è stato il più basso in Italia nel corso degli ultimi decenni-è un fatto, egli scrive, "che i I destino tragico di tanti giovani va addebitato anche all' irresponsabilità, al cinismo, all'opportunismo, al delirio di potenza di capi e capetti" della nuova sinistra, "in particolare a un certo tipo di manipolazione e strumentalizzazione praticato da alcuni leader nei confronti dei militanti di base (quasi un rapporto padronecane), usando della propria superiorità culturale e di classe, sfruttando la soggezione, la dipendenza, il bisogno di azione di questi, e scaricandoli cinicamente quando finivano nei guai". (1980, pp. 154 e 155). All'esame delle specifiche responsabilità degli intellettuali e sue personali, Bellocchio dedica il pensiero finale di quello che non a caso è stato l'editoriale dell'ultimo numero dei "Quaderni piacentini" (prima serie), e di fatto il pezzo del suo congedo dal ventennale periodo dell'impegno collettivo (nel libro, la pagina conclusiva della parte prima): "Mentre il potere vorrebbe far derivare il terrorismo direttamente dalle nostre parole, temo che le nostre responsabilità siano semmai di segno opposto. A far precipitare talune scelte per la lotta armata hanno concorso anche (non so in che misura) la constatazione della nostra inerzia, della nostra inefficacia politica, la nausea delle parole, la volontà di rompere con le parole. Mentre il potere cerca tra di noi i fiancheggiatori, icomplici dei terroristi,mi stochiedendo malinconicamente quanti ragazzi hanno impugnato una pistola anche perché convinti della nostra complicità col potere" ( 1980, p. 168). Ma anche una volta lasciati alle spalle l'impresa intellettuale collettiva e il lavoro di gruppo, Bellocchio non intende adeguarsi alle canagliesche definizioni con cui risolvevano e risolvono il problema, senza affrontarlo, i tuttologi da prima pagina. Continua a interrogarsi, a cercare nei meccanismi del potere, nelle pieghe della società, nel costume e nella cultura, i perché del terrorismo e della sua degradazione. Fino a cogliervi, seguendone la metamorfosi, i segni inconfondibili della parallela, complessiva degradazione della vita politica del paese. La carica etica, "che era ce1tamente molto più forte nella prima generazione del terrorismo" e ne permeava obiettivi e modalità d'azione (per quanto errati e censurabili), lascia presto il posto alla semplice esibizione della massima spregiudicatezza. "Il terrorista aggiornato" parla ormai "con compatimento del 'moralismo' delle Brigate Rosse, rivendicando il suo pieno diritto a essere 'complesso' e 'contraddittorio'" ( 1981, p. 194); si è gettato alle spalle senza leggerli "Brecht, Mao o 'il buon vecchio Lenin"', per passare senz'altro a "...un po' di tutto, da Trakl a Ceronetti a Rilke". Fino a che, complice l'"obiçttivo pactum sceleris tra mass-media e delitto", lo spirito del tempo ci consegna i giovanissimi terroristi firmati anni Ottanta. "L'ultima generazione ... è merce fin all'atto di nascita: meri prodotti dei media, personaggi su misura per una certa sociologia, un certo giornalismo, una certa narrativa e cinema di consumo. Finti anche quando sono veri" (1982, p. 223). Bellocchio scriveva di terroristi, oggi non più tali da almeno un decennio.Ma la descrizione calza a pennello per molte altreoperanti categorie di persone. Una, a caso: la nuova teleclasse dirigente.
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