ILPESSIMISMO DELL'INTELLIGENZA SU L'ASTUZIADELLEPASSIONI DIPIERGIORGIO BELLOCCHIO GianniD'Amo Singolare vicenda editoriale, quella di Piergiorgio Bellocchio. Il suo primo libro, l'introvabile/ piacevoli servi (tre racconti già apparsi in rivista, raccolti in volume da Mondadori nella collana "Il tornasole") risale al 1966, ma nel quindicennio successivo egli concentra la sua attività pressoché esclusivamente nella direzione dei "Quaderni piacentini" (fondati con Grazia Cherchi nel I962), e dal 1985, dopo un periodo di varie collaborazioni editoriali e giornalistiche, nella redazione con Alfonso Berardinelli della rivista a due voci "Diaiio". Così è solo nel 1989, a quasi un quarto di secolo dall'esordio come narratore, che in Dalla parte del torto (Einaudi), e a seguire in Eventualmente (Rizzoli 1993), vengono significativamente antologizzati suoi testi della produzione saggistica, tutti del periodo tra iI 1985 e iI 1990, tratti in larghissima misura da "Diario". Infine (e finalmente) L'astuzia delle passioni (Rizzoli I995) consente e propone oggi la lettura in volume di un'ampia scelta dei precedenti scritti del Bellocchio saggista, quelli apparsi dal 1962 al 1983. La raccolta, con prefazione del!' autore (assolutamente da leggere, un piccolo libro nel libro) è ordinata in successione cronologie& e divisa in due parti: Il franco tiratore (dal titolo della rubrica anonima che Bellocchio teneva nei "Quaderni piacentini") propone gli scritti dal 1962 al 1980; L'offesa superflua, quelli dal 1980 al 1983 (da "Panorama", ."l'Illustrazione italiana", "Tempo illustrato"). Dodici anni ci separano dunque dal saggio su Orwell che chiude il libro, più di trenta dalla nota sul suicidio di Marilyn Monroe che lo apre. Non so dire quanti editorialisti e direttori di giornale, commentatori politici e di costume, dirigenti di partito e uomini di governo, non so quanti intellettuali italiani possano senza imbarazzo pubblicare nel corrente 1995ciò che siano andati scrivendo trenta, quindici o anche solo cinque anni fa. Penso pochi, pochissimi, Bellocchio tra questi. E certo non perché egli si sia tenuto alla larga dalle occasioni polemiche, lontano dal!' occuparsi delle questioni scottanti e dolorose, compromettenti, magari rifugiandosi in qualche sicuro e tranquillizzante specialismo (cheso: Jafilologiaromanzaoquella marxista ...).Al contrario, ha scritto di politica e società, letteratura, costume, della vita concreta e quotidiana sua e di chi gli stava intorno (lontano, ma anche e soprattutto vicino). Prendendo parte, schierandosi, sullo sfondo di un periodo fervido e turbolento, dal Vietnam ali' Afghanistan, che ha visto susseguirsi e intrecciarsi nel nostro paese "boom industriale, lotte operaie, cultura di massa, rivolta studentesca, stragi di stato, terrorismo, inerzia delle istituzioni, c1isidei paititi, consumismo, telecrazia ...". Bellocchio ha condiviso la "grande speranza" del 1968 e ne ha subita la sconfitta, tra i primi a riconoscerla, tempestivo e acuto nell'analizzarla. Emergono così, dalla lettura de L'astuzia delle passioni, innanzitutto la coerenza, l'onestà intellettuale, la dirittura morale dell'autore, e la qualità del loro impasto; il costante "pensare in proprio"; una sistematica asistematicità, che include il riconoscimento dell'azzardo e dell'ipoteca che ogni conoscenza compie sulla vita; là curiosità del dettaglio apparentemente insignificante e l'arte di percorrerne la trama fino a raggiungere il sostrato più profondo; il gusto dello straniamento, coltivato in una scrittura chiara e asciutta, che ti fa trovare, quando meno te l'aspetti, "nel mezzo di una verità". E prima ancora, appunto, l'amore della verità, e della giustizia; il senso della responsabilità personale nei confronti della realtà sociale, la tormentata consapevolezza di quel sovrappiù che se ne deve esigere dall'intellettuale. Se questi sono, come mi pare, i fondamenti etico-intellettuali dell'impegno di Bellocchio, a colpire è la loro precocità e la . singolare persistenza nel tempo, esaltate dall'anacronismo del libro. Un anacronismo in parte dovuto al caso-ai casi editoriali - ma che certo è anche rivelatore dell'inclinazione di Bellocchio all'inattualità, a essere fuori tempo, fuori luogo, fuori posto. Nel suo particolare approccio alla realtà la teoria non ha mai l'ultima parola. Hanno il sopravvento gli uomini e le situazioni concrete sulle categorie e le astrazioni, e, anche negli anni della più accesa passione ideologica, l'asprezza e l'intransigenza di certi giudizi paiono ancorarsi al rigore etico piuttosto che discendere dall'argomentare teorico-politico. Per Bellocchio la dignità, e l'indignazione per la dignità offesa, sono categorie della politica, l'amore dell'umanità in generale non surroga quello degli esseri in particolare. Nella sua personalità intellettuale e nello stile, è la continuità a prevalere di gran lunga: e se per l'essenziale i penetranti "occhiali" di Bellocchio non mutano, allora è il modificarsi della realtà ciò che emerge con chiarezza dalla lettura del libro, la qualità e profondità delle trasformazioni (intrecciate alla conservazione), intervenute negli oltre tre decenni che separano il lettore di oggi dal momento della stesura dei primi pezzi. Come avverte il risvolto di copertina, dalla fitta trama in cui si alternano "l'intervento politico e la nota di costume, la riflessione ideologica e il saggio letterario" scaturisce "non solo un libro di idee, ma anche di sentimenti e di passioni". Si può e si deve aggiungere: non solo "una sorta di diario, di autobiografia intellettuale" di Bellocchio, ma anche una lucida analisi della realtà italiana: sociale, politica, culturale, morale. L'astuzia delle passioni ci dice molto sui come e sui perché del nostro modo di essere nel paese in cui viviamo, è un libro rischiarante, che dipanandosi nel passato prossimo fa chiarezza sul presente, e di cui è perciò legittima una lettura anche politica, in primo luogo da parte di chi di Bellocchio abbia condiviso (ed eventualmente ancora condivida) speranze e idealità. Lette in questa chiave, le pagine scorrono da quando "l'uomo medio, il nuovo proletariato ... è ancora totalmente occupato dal problema della sopravvivenza quotidiana" e "interessarsi della propria salute è un privilegio che la stragrande maggioranza degli uomini non può ancora permettersi" ( 1964, p. 24), a quando è ormai pienamente dispiegata anche in Italia "l'enorme capacità del sistema di ottenere consenso, non tanto con l'oppressione e la propaganda politica [il riferimento è a 1984 di Orwell] quanto con la produzione di beni di consumo": "la voce del dominio non è lo slogan politico, ma la pubblicità commerciale" e anzi il sistema ha trasformato anche la preoccupazione e cura di sé (del corpo e dell'anima), il sesso, il tempo
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