Linea d'ombra - anno XIII - n. 110 - dicembre 1995

70 SAGGI/ LANATI secolo l'eroe maledetto di baudelairiana memoria che costruisce l'impero dei copy1ights dei suoi successi editoriali su montagne di lattine di birra consumate sin dal primo mattino. Bere per Bukovsky, come per i beat, aiuta a scrivere, espande, insieme alla marijuana, la coscienza. Ma è a metà dell'Ottocento, ed è sintomatico, con l'avvicinarsi della Guerra Civile, nella tensione di una ferita mai rimarginata e di un cauto riavvicinamento alla cultura europea attraverso Keats e Baudelaire 3 che la letteratura americana scopre la "dolcezza" del bere. Così sarà-dopo il suicidio di Poe a colpi di alcol edi assenzio - nella poesia forte e blasfema di Emily Dickinson, vergine autoreclusa che in pieno Ottocento scrive, forse senza averli mai provati, dello stato di grazia regalato da liquori esotici e descrive - lei che si era nutrita di Keats e Shakespeare-il colore dei suoi occhi come quello "dello sherry avanzato in fondo al bicchiere". E ancora così sarà in Whitman che ipotizza lontananze solari: l'America dell'Ovest e la dolcezza del vino là prodotto, e sogna il suo paese come un unico grande corpo la cui pace simbolica si coniugherà ai colori teneri dei vini californiani. Così sarà inHawthorne, dapprima censore severo in TheBlithedale Romance ( 1852), e poi compiaciuto (e decadente) in The Marble Faun sc1itto nel 1860 a Roma, città il cui fascino Hawthorne associa al mistero della bisessualità e dell'androginia dei personaggi che abitano il suo romanzo e palazzi del centro, al "colore" del "vino dorato", vino "che viene dal sole e aiuta l'ispirazione" che è sinonimo della bellezza della campagna romana. Un vino capace, così sa il protagonista, "di curare la melanconia di chi è innamorato illuminandogli il cuore di una tenera luce e di calore". Con Hawthorne la scoperta dell'Europa e del Mediterraneo era compiuta e il cammino da Est a Ovest capovolto. I destini dei due continenti avrebbero preso a intrecciarsi irreversibilmente nel consumo dei modelli comportamentali e del gusto, nella storia del romanzo e del cinema fino al livellamento odierno proposto dai media e dalla pubblicità. Ma sottotraccia, come un ipotesto "frizzante o corposo" nelle vene di quella cultura che "sembra" ormai così vicina alla nostra sotto mentite spoglie l'attrazione per l'alcol scorre dall'Ottocento in avanti. Nel 1808 si conia la parola cocktail in Inghilterra a indicare "situazione o animale poco controllabile, la coda di un gallo o quella di un cavallo di razza difficile da domare." Ironia della so1te l'anno seguente, lo stesso termine è coniato in America per indicare ciò che noi conosciamo come cocktail: una mistura di liquore, alcol e zucchero variamente combinati. È noto come l'America sia nata quale ipotetico crogiuolodi razze, melting pot culturale ed etnico, così come è noto che quel crogiuolo non ha mai preso forma e quel sogno è fallito. Le etnie si sono vistosamente ricomposte, decennio dopo decennio, ridisegnando, come in un grande mosaico, tessera accanto a tessera, ognuna la propria fisionomia religiosa ed estetica. Si emigrava spinti dalla fame, dalle carestie, dalla miseria. Si pensava di integrarsi gli uni agli altri, ma così non fu, prova ne sia (tra le altre, che nell'imperiale continente americano non esiste una "cucina" nazionale. Svariate ipotesi sono avanzabili sul perché il sogno non abbia funzionato oche cosa nel meccanismo si sia inceppato. Nondimeno, paradosso tra i paradossi, c'è un campo in cui il sogno si è realizzato in un paese che in realtà produce relativamente alla sua ampiezza-pochissimo vino (solo in California), parecchio bourbon (nel Sud) e importa tutto il resto.L'America è la terra del cocktail, e il cocktail è sineddoche di una onnivoracità economica e culturale che tende ad appiattire le differenze (e i gusti degli ingredienti), ad amalgamare il gusto di diverse etnie in shakers da cui scivolano in bicchieri rigorosamente selezionati, nella forma e nella temperatura, cocktails e bevande multietniche. Se fino al Settecento l'etica puritana travestiva il gusto dell'alcol in punch e shrub (bevanda alcolica a base di frutta, per coprire con un make up salutistico la prop1ia inconfessabile propensione per gli alcolici (la presenza delle vitamine, garanzia di salubrità, quella del calore una forma di scongiuro nei confronti del gelo del New England), dall'Ottocento in avanti, il mescolarsi problematico e incontrollato delle ideologie che abitano quel paese si maschera, è mascherato in strepitose misture la cui funzione è quella di cancellare in chi beve l'immagine o il ricordo del paese di origine del liquore che è alla base del cocktail. Che sia vino, brandy, calvados, gin, liquore, rum o whisky, la base da cui parte il cocktail che stiamo per consumare, per quanto ognuna delle bevande che ho citato sia ben riconoscibile se bevuta straight, liscia, ben arduo sarà individuarne la presenza o la proporzione rispetto alle altre che le si coniugano nel bicchiere. li sogno del Melting pot almeno su quel piano è realizzato. Il lessico che ne accompagna la nascita e losviluppoèstrepitosamente ricco. Multietnico. Multiculturale. Accanto a nomi e cognomi, persone per cui i cocktai Is sono stati inventati, o a banali e internazionali indicazioni di luoghi, alberghi chic e ristoranti altrettanto a la page, in cui i cocktails sono stati mixati, come Montecarlo, Fifth Av., Waldorf, Golden Gate, o anche più proletariamente Bronx o Crystal Bronx, andrebbero ricordati perché eroticamente allusivi, oppure nostalgici o semplicemente divertenti nomi e "titoli" con cui ordinarli. Sigle magiche che esorcizzano lasolitudine, il rimpianto e la nostalgia. Invocano un sogno che il cocktail promette e alla cui realizzazione, il più delle volte, si sostituisce. La "poeticità" del sogno, direttamente proporzionale alle valenze incantatorie dell'etichetta verbale che lo definisce. Così saranno "nominati" i cocktail: a base di vino: Hesitation, Weepnomore, 19Pickmeup, Soulkiss n. l; di brandy: Between the sheets, American Beauty, Don 't Get Near the Water, Newton Special Whip, Let's Sfide, Corpse Reviver No.1 (p.26); di calvados: Bentley, Torpedo, Widow's Kiss; di gin: Angel's Face, Earthquake, Leave it tome, One exciting night; di liquore: Widow's dream, You never know; di rhum: Bee's Kiss, Naked body, Platinum Bionde, Wedding Night; di whiskey: Blood and Sand, Boomerang, Brainstorm, Evening Gun, Temptation. Le forti capacità evocative sul piano erotico-nostalgico di parecchie tra espressioni con cui sono etichettati i cocktail americani come si avvince dal breve elenco, si colorano di sfumature ora aggressive, ora autoelogiative: la cultura cui rimandano è, o almeno cosa deve apparire, ecumenica, eclettica, "americana" alla radice, ma internazionale nelle sue ape1ture anche al mondo che si stende al di làdell'Oceano: il vecchio mondo cui l'America dei sembra ammiccare affettuosamente. Fin dagli anni Quaranta di quel mondo sono evocati colori e luoghi, ambienti e figure politiche, che la lessicografia dei cocktail accorpa democraticamente al proprio interno. Così, accanto a nomi di automobili, figurano quelli di personaggi politici e statisti: Bismark e Buddha, tra gli altri: accanto a riferimenti all'aristocrazia inglese quali Duke of Malborough e Prince of Wales, aperture alla cultura francese (Bijou, Champs Elisees, De Rigeur Parisette) e a quella anglosassone (Chatterley), alle West Indies e alla Russia. Un'ultima annotazione: negli stessi anni in cui Friedrich Engels sottolineava come l'alcol fosse l'oppio dei popoli, la rivista inglese Punch (nessun riferimento alla bibita) dava alle stampe in nome della crociata contro l'alcol e della guerra santa in nome della temperanza, a tutta pagina, uno scritto, poesia visiva ante-Iitteram, sotto forma di bicchiere di gin, che del liquore elencava gli effetti letali su corpo e

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