Linea d'ombra - anno XIII - n. 110 - dicembre 1995

UBRIACATURDEA ROMANZO ALCOLELETTERATURA INAMERICA Barbara umati Non so fino a che punto sia paradossale, a proposito della letteratura e cultura americana parlare di alcol, nelle sue più disparate versioni, dal vino sacrale e votivo di cui parla il Vecchio Testamento 1 , alle sue variegate versioni in whiskey, bourbon e gin che sotto forma di long drinks, shrubs, fi12es, cocktails, hanno invaso i banconi di club e di saloon ottocenteschi, i tavolini delle mansions del Profondo Sud, e dei luminescenti bar per yuppies a Manhattan, dalle origini ai giorni nostri. È paradossale se si pensa che oggi - in epoca di politica! correctness - una sferzata di igienismo, dagli anni Ottanta in avanti, ha ridisegnato anche il panorama eno-gastronomico del paese. Chi è politically correct, lo è - almeno nelle intenzioni - anche physically: il corpo posto in primo piano, modellato da aerobica, jogging e chirurgia plastica, di maschi e femmine americane, è un corpo perfetto e autosacrificale: si astiene dai grassi animali, dagli zuccheri e quindi anche dall'alcol. La bottiglietta Perrier sorseggiata come se fosse una coppa di champagne è simbolica garanzia di un'igiene mentale collettiva che raddrizza i torti del passato turbolento sul piano etico e politico di un'America che, nel sogno che aveva sognato, mai avrebbe sospettato di inciampare nella Guerra Civile e poi scivolare al Vietnam e dal Vietnam alla guerriglia urbana. L'epoca dell'edonismo reaganiano simbolicamente suggellava un secolo, come il Novecento, molto confuso. Il boom delle lezioni di aerobica e stretching tenute daJane Fonda nei primi anni Ottanta e il terrore dell' Aids da metà dello stesso decennio, la cura nei confronti di diete e cibi, astinenza dal sesso e dall'alcol, raccontano del desiderio collettivo di un autocontrollo del corpo, del desiderio stesso, della fame e della sete, in un paese che sembra volersi riprendere da una lunga, pesante sbronza durata un secolo. Quella sbronza, sul piano dell'immaginario collettivo ha preso forma allo stato embrionale fin dai primi anni del Novecento - nel Greenwich Village di New York dove O'Neill, non ancora famoso, e in ottima, altrettanto allora sconosciuta compagnia, si trascinava di bar in bettola alla ricerca di un nuovo idiom americano, di una cultura in senso lato il cui status potesse competere con quella del sofisticato vecchio mondo - l'Europa - ormai economicamente e politicamente coinvolto con quello nuovo. Se le sbronze di O'Neill e John Reed, dei raffinati intellettuali che da Harvard emigravano nel Village alla ricerca di libertà sessuale politica ed enologica costituivano lo stadio embrionale della sbronza collettiva che sarebbe stato il Ventesimo secolo, la prima guerra mondiale e gli anni che precedettero la seconda, videro nei vacillamenti della lost generation (e dei romanzi avventurosamente intrisi di bourbon e champagne che Fitzgerald, Faulkner e Hemingway ci hanno consegnato), il segnale più luminoso dell'esplosione antipuritana a venire. Reazione forte e precisa che nei confronti della cultura del bere avrebbe preso forma nei romanzi di Norman Mailer (American Dream è del 1965) e Truman Capote (in ColdBlood del 1966), nella poesia e negli scritti autobiografici di Ginsberg, Ferlinghetti e Kerouac, accanto alla produzione di figure solo apparentemente più marginali come quelle di Henry Miller e Charles Bukowsky che dalla west coast rispondevano ai compagni di strada della east coast. Cultura underground e cultura ufficiale raccontavano ai lettori europei e ai concittadini americani quanto fosse radicato il desiderio di essere "altrove", di dimenticare il presente e il passato prossimo. Testimoniavano di quanto l'immaginario collettivo piegato dall'ansia, dalla povertà, dai processi alle streghe di Hollywood, dalla paura della Bomba atomica e allo stesso tempo della Cia e, come se non bastasse, del la gue1Tafredda, sognasse - bevendo - un mondo impossibile. Subliminale prima ancora che virtuale, il mondo che Beautiful (e le soap operas televisive in genere) hanno disegnato e vanno disegnando nell'immaginario collettivo. Un mondo utopico in cui i "belli", dai corpi perfetti anche in gravidanza o in età avanzata, obbedendo a rigorose sferzate di "igiene", sapessero, senza patire, astenersi dal cibo e dai liquidi, e - come replicanti perfetti - di puntata in puntata, con sguardo spesso inequivocabile, si ripromettessero di rivedersi "di lì a poco", dopo una "doccia": reiterato appello all'igiene fisica, quella doccia altro non è che l'identico rovesciato delle pesanti sbronze che i loro romanzati e romanzeschi predecessori prendevano con puntigliosa regolarità, prelusive peraltro, sia quelle di un tempo, sia quelle di Beautiful, apesanti sbronze erotiche che, come di dovere in Beautiful, hanno luogo dietro le quinte. Sbronze "seminali" della storia, dal momento che senza di esse non si spiegherebbero i disordinati rapporti affettivi che in uno dei serial più seguiti in America e in Europa per diversi anni, si stabiliscono tra padri e nuore, figli, suoceri, zii e partners di tutti gli ordini. "Amplesso 1imosso: alcol rimosso"; oppure, viceversa, un passo indietro "amplesso esibito: assunzione dell'alcol esibita", così nelle più intriganti pagine di Henry Miller in Tropico del Cancro, pubblicato a Parigi nel 1936 e in America solo trenta anni più tardi o Ricordati di ricordare del 1947, dove un'attività scivola nell'altra e lo spogliarsi è l'esito previsto dal consumo di alcol da parte di almeno uno dei due partners. Persino il titolo del bellissimo Remember to Remember risuona come un monito dell'artista a se stesso che i postumi dell'ubriacatura parigina non gli impediscano di ricordare la bellezza di quelle notti, di quella città spettacolare, sineddoche di un'Europa - così almeno nell'immaginario di Miller-che sa accogliere, risarcire sul piano artistico e fare propri i figli orfani di un paese che per almeno due secoli aveva guardato all'Europa come luogo di corruzione e débacle. Così infatti era stato un secolo prima nel Redburn (1849), di Melville dove l'iconografia dei bassifondi londinesi si coniugava a quella della rnise1iaedell'alcol, secondo uno stereotipo che affondava le sue origini nella cultura americana del Seicento, che ufficialmente bandiva l'assunzione di alcol se non per farne interessante merce di scambio con gli indiani. Come dimenticare le pagine del primo selfmade man, BenjaminFranklin, che nell'Autobiografia (1771-1818) ricorda e sottolinea con gratitudine nei confronti dei principi etici quella sua cultura come aLondra, dove lui era apprendista tipografo, "lui", americano, consumasse latte - noto antidoto al piombo - laddove i suoi compagni di sventura inglesi annegavano nella birra frustrazioni private e pubbliche? 2 . Due secoli più tardi Bukovsky, come Miller non a caso maestro della Beat Generation -che fece scorrere alcol a fiumi nella vita privata e nella poesia - sarà bene attento alla lezione di Franklin per rovesciarla nel suo contra1io. Al self-made man contrappone negli anni Sessanta e Settanta del nostro

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