potrebbe continuare, proponendo alternative egualmente ardue. Il problema è che da quando la lotta di classe - che ovviamente esiste e resiste, qui e altrove - non rimanda più alla contraddizione fondamentale, non esiste più lo spazio immediato e pregiudiziale della sinistra, almeno quella di natura marxistasocialista che è prevalsa in questo secolo. Ben più che le catastrofi dei socialismi realizzati, è questo l'evento che lascia smarrita qualunque sinistra, che radicalizza una divisione che era già implicita nella sua natura e che ripropone quell'interrogativo radicale: governarle o no le contraddizioni della società? Perché il dubbio o il rifiuto nasce dal fatto che la loro natura non consente soluzioni semplici e sicuramente giuste, cioè non contraddittorie con i principi ideali della sinistra e con l'idea di un progresso che gradualmente migliora il mondo, ossia ne sposta in avanti le contraddizioni. Dato che i nuovi conflitti sembrano spingere all'indietro, sul terreno delle rivendicazioni che mettono in dubbio la radice stessa della convivenza civile e dell'identità demoEDITORIALE/SINIBALDI 5 Eppure non c'è via d'uscita se non si riesce a partire dalle proprie ragioni, ad ascoltare anche quelle altrui, a prendere in considerazione anche i diritti alla sicurezza di chi alla presenza di immigrati reagisce con allarmi più o meno giustificati, a non offrire solo risposte astratte o evasive. Ha la sinistra attuale la capacità di fare questo senza perdere se stessa? Ne dubito. E la ragione non è politica (quante cose si potrebbero fare e trasformare con un terzo dei voti!) ma discende da una drammatica insufficienza culturale. Credo che nelle resistenze variamente "estremiste" a questa necessaria trasformazione della sinistra pesi oscuramente proprio quella sensazione di insufficienza. E che dunque in esse non si esprima il coraggio di una coerenza che sfida la storia e scommette sul futuro ma un riflesso (auto)conservatore alimentato dalla paura del nuovo e da un complesso di interiorità verso il mondo come è e come, sembra, sarà. Questo intreccio politico esistenziale si traduce nella convinzione, più o meno chiaramente esplicitata, cratica, non solo quell'esito "progressivo" non è garantito, ma ogni volta la sinistra è messa di fronte allo stesso dilemma, ridimensionare i propri principi e conciliarli con le scelte limitate che la natura dei conflitti di questo fine secolo consente oppure ribadirli proprio contro l'esistente. Questa mi sembra l'origine culturale, quasi antropologica, della divisione nella sinistra. Pensarea una sinistrache governa le contraddizionivuol che non ci sia oggi la possibilità per governare quelle contraddizioni -1 'immigrazione, le fine della società lavorista, la crisi del Welfare e così via - a partire dai valori della sinistra. E che dunque si tratti in primo luogo di salvare quei valori - che tra l'altro hanno dopo il 1989 il vantaggio di non incarnarsi più in nulla di visibile e verificabile - privilegiando un ruolo di resistenza, di testimonianza e magari di vigilanza. In questo caso rinsaldare la propria forza politico-elettorale può consentire di strappare risultati parziali, di ridurre i danni, forse anche di limitare la circolazione sociale di umori velenoPensare a una sinistra che governa le contraddizioni vuol dire infatti farsene carico, non nascondersi dietro i principi generali e ideali e le proprie buone ragioni, rischiare perfino di rinnegarli, chissà quanto limitatamente e provvisoriamente. (La storia della sinistra è infatti segnata da scelte tattiche che diventano strategiche, da Programmi minimi che pregiudicano i Programmi massimi, da motivi d'opportunità che generano mutamenti di valori; e ciò è accaduto e accadrà per una sorta di prigionia della coerenza: il problema dei valori di fondo viene infatti percepito con tale forza, da non potere essere contraddetto da ciò che in epoche e situazioni particolari si è costretti a fare). direfarsene carico, non nascondersi dietroiprincipi, gli idealie leproprie si. A prescindere da un personale fastidio per il suo retroterra psicologico, questo ragionamento si presta a due obiezioni fondamentali. La prima è che in essenza di ampi movimenti sociali "progressisti" le contraddizioni non governate sono in realtà destinate a degradarsi sempre più, sgretolando la stessa base sociale della sinistra. In secondo luogo in nome di quali valori questa sinistra è in grado di condurre le proprie battabuone ragioni, rischiareperfino di rinnegarli. Piuttosto che ammettere questo conflitto drammatico, la sinistra ha spesso preferito negarlo, adeguandovi i propri principi o specular-mente si è accontentata di ribadire questi, sorvolando sulla realtà e le limitate trasformazioni che è in grado di tollerare. Reazioni apparentemente opposte che in realtà dimostrano una medesima assenza di lungimiranza politica e laicità culturale. La radice di queste reazioni è infatti una sorta di angusto realismo politico per cui non si deve mai rischiare la propria area di consenso. Ma visto che in una società arretrata o in una postmoderna, nella civiltà preindustriale o in quella dello spettacolo, in un sistema proporzionale e consociativo o in uno maggioritario e competitivo, sia che si esibisca la propria promettente diversità o la propria rassicurante normalità, comunque quell'area di consenso non supera un terzo del paese, non sarà venuto il momento di rischiarla, la propria identità? La difficoltà ad accettare questa necessità sta nel fatto che la sua traduzione politico-amministrativa può essere oggi particolarmente complicata e mette in gioco valori fondamentali come nel caso dell'immigrazione. glie? A me sembra trattarsi, più che di opzioni morali, di principi astratti e di posizioni essenzialmente ideologiche - peraltro vistosamente contraddittorie, come quando la battaglia antirazzista viene condotta sotto bandiere che hanno partorito i regimi più xenofobi del nostro secolo. L'unico principio etico davvero irrinunciabile è quello di assumersi le proprie responsabilità, di non nascondere dietro facili dichiarazioni di principio, di rischiare quello che si ha. Questa appare oggi come la reale discriminante in primo luogo tra la destra e la sinistra e poi all'interno della stessa sinistra, Nei diversi paesi del mondo la destra, oltre che proporsi come reazione "morale" alla secolarizzazione e ai diritti civili che ha generato, si presenta essenzialmente come ciò che difende e legittima quello che c'è: l'insediamento dei coloni israeliani o la spontanea tendenza alla concentrazione nel mondo dei media, il fondamento religioso delle società is_lamiche o l'istintiva diffidenza per gli zingari nelle periferie europee, Lo spazio della sinistra è alternativo a questo, dal punto di vista dei metodi prima che dei contenuti dato che non può accontentarsi di ciò che c'è, la sinistra esiste se rischia: per spostare in avanti la convivenza e i propri valori e per competere con la destra anche sul piano dei
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