Linea d'ombra - anno XIII - n. 110 - dicembre 1995

L'ethos di "il mio grado e i suoi doveri" diventa una assurdità. Ma questo spostamento da culture popolari a base locale, trasmesse dalla vita, a una cultura omologata, trasmessa dall'istruzione, non produce, a differenza di quanto prevedevano i I iberaiie i marxisti, una cu!turauniversale pertutti, con l'osservanza di una qualche specie di morale kantiana. Nella realtà storica, produsse una serie di ambiti culturali internamente omogenei, esternamente legati e ostili. Ci sono diversi motivi ovvi (ovvi perlomeno col senno del poi) perché ciò sia avvenuto. I processi che hanno portato alla modernizzazione e ai suoi benefici non sono avvenuti simultaneamente, né alla stessa velocità né nella stessa forma dappertutto. Ciò ha portato a un antagonismo tra i primi arrivati e quelli giunti successivamente. I primi beneficiari del nuovo ordine non erano ansiosi di condividere i loro benefici con coloro che arrivarono dopo; e questi ultimi scoprirono rapidamente che era vantaggioso per loro costi tuire, individualmente e collettivamente, istituire leproprie unità, se volevano evitare uno status permanente o molto prolungato quali cittadini di seconda categoria all'interno di unità dominate da coloro che erano giunti per primi alla modernità. La morale kantiana, l'espressione naturale che la transizione avrebbe avuto se questa fosse stata libera dagli abissi tra gruppi cu I turaimentedi fferenziati -che presto vennero ad essere ehiamati "nazioni" - si basa sul razionale e sull'universale. La reazione romantica a questa insisteva sul fatto che l'essenza dell'umanità consisteva nello specifico e nell'universale: i sentimenti specifici, non la ragione universale sono quel che ci rende umani. La filosofia romantica forniva lo strumento concettuale per il nazionalismo: l'uomo non deve essere un esemplare universale del commerciai ismo di Manchester o del classicismo di Versai I !es,ma piuttosto, deve trovare sé stesso nelle sue radici, e in radici trasmesse dal sentimento anziché dalla ragione. Fu così che il nazionalismo si impossessò dell'immagine di comunità. Ma questa è una immagine assolutamente spuria: la comunità che essa auspicava e pubblicizzava non aveva nulla a che vedere con la comunità intima, faccia-a-faccia, del passato. Era una "comunità immaginata", per riprendere il titolo del librodi Benedict Anderson sul nazionalismo [Imagined Communities, London, Verso, 1983]. Ma, pur essendo in realtà una società e non una comunità, doveva sottolineare la specificità che la differenziava, e non una qualche umanità universale. Questa curiosa mescolanza delle due visioni originali si trova al centro del nazionalismo. Ovviamente, le differenze su cui si basava erano talvolta riprese da caratteristiche culturali preesistenti, e questo è i I granello di verità contenuto nella posizione "primordialista" che cerca di difendere la tesi nazionalista secondo cui le "nazioni" sono sempre esistite (erano state solo politicamente addormentate, per qualche strano motivo, che comprendeva forse le malevole macchinazioni dei loro nemici). In tal modo la visione morale del nazionalismo consiste in una curiosa mescolanza della visione kantiana e di quella platonica. Malgrado tutta la sua retorica romantica organicista, non può invocare o richiedere un'etica del mio grado e dei suoi doveri: non può richiedere e non richiede che i propri connazionali siano rispettosi di un rigido sistema di status. Sono fratelli, la fraternità è obbligatoria e pretesa; si richiede la facile camaraderie dei confratelli piuttosto che l'omaggio al rango. Il nazionalismo apparve quando, ad esempio, la "nazione" polacca cessò di essere una associazione di nobiltà (che poteva accettare al suo interno proprietari terrieri di lingua rutena e di escludere contadini di SAGGI/ GELLNER 67 lingua polacca), e divenne, invece, una associazione di membri della cultura polacca indipendentemente dal possesso o meno di terra ...Ma nel contempo, questa etica non è aperta, e l'appartenenza è indicata da forti segni interni che indicano radici in comune o, se si preferisce, radici in comune trasmesse da sentimenti autentici. Se le radici sono il pegno di una autentica umanità, allora la mancanza di radici, il cosmopolitismo, costituisce il peggiore dei peccati. E per malgrado il fatto che ovviamente il nazionalismo sia violentemente ostile nei confronti delle comunità-di-radice vicine, il suo veleno più potente è in genere riservato non alle radici concorrenti, ma a coloro che sono interamente privi di radici. Le radici sono effettivamente rurali: lacomunità immaginari a invocata dal nuovo ethos è territoriale e ha legami intimi con la terra. All'opposto, non possono esserci radici' nella città, men che mai nelle occupazioni mobili,specializzate. Vi sono nazioni nell'Europa centro-orientale incui ladiscendenza da contadini, vera o attribuita, costituisce una delle condizioni essenziali per essere un membro. Il più importante romanzo nella letteratura cèca del XIX secolo è Babicka, cioè Nonna. Un cèco senza una nonna contadina è una contraddizione di termini, non se ne è mai sentito mai parlare. Ma ovviamente l'altra faccia di questo nazionalismo popu I ista è che lacondizionedi essere undéracinécostituisce ladegradazione ultima, l'esclusione non solo dalla nazionalità, ma dall'umanità. Questaèlamoralemetafisicafortementesentitadell'antisemitismo: l'ebreo sarà umano per un kantiano, nella misura in cui condivide la razionalità(in effetti, la tradizione lo ha fornito di una particolare abilità nell'esercitare la razionalità, che sembrava tradursi prontamente in alte prestazioni nelle forme moderne di questa, sia in fisica, in filosofia, nel diritto o nella finanza). Ma per l'ethos nazionalista, questo non ti rende più umano; all'opposto, ti rende sospetto, se non ti esclude già dall'umanità. Questa visione era fortemente internalizzata non solo da coloro che l'usavano per escludere ed esecrare altri, ma anche, con altrettanta forza, da coloro che furono le loro vittime. Duemila anni di esistenza urbana rendeva le radici contadine piuttosto inaccessibili, ma il nazionalismo ebraico nondimeno comprendeva un forte elemento populista: il kibbutznik è un contadino artificiale. Inventando una comunità perfettamente reale, non solo immaginata, con una proprietà comune, una fraternità accentuata e una vicinanza alla terra, il sionismo ha creato non solo un buono strumento militare che salvò Israele nel 1948 (come avviene nella società tribale, l'unità sociale è nel contempo una unità militare che è pronta senza addestramento e encadrement ulteriori), ma ristabilì, per eccesso, lo squilibro nelle "radici". In effetti la Gemeinschaft sintetica del kibbutz risultò più efficace della Gemeinschaft "naturale" del clan consanguineo: i kibbutznik non si dividono in sottoclan nella sconfitta, né scompaiono per portarsi a casa il bottino nella vittoria. L'impatto dell'ethos nazionalista sull'Europa ha attraversato una serie di fasi. La prima, tipica del XIX secolo, era relativamente umanitaria, liberale, e si potrebbe forse dire timida. I nazionalisti erano alleati con i liberali contro l' ancien régime gerarchico, non etnico, e la forma herderiana di nazionalismo si opponeva a un universalismo arrogante, fiducioso; si limitava a rivendicare un posto al sole per culture locali, particolari. Ad esempio, Il nazionalismo cèco di Masaryk, legava l'emergere o il presunto emergere della nazione a un benevolo processo storico mondiale in cui le chiese e gli stati autoritari venivano sostituiti da stati liberali, cosicché la visione nazionalista (coerentemente o meno) fu trasformata in un alleato o in una realizzazione di quella universalista e individualista. La fusione di queste due visioni fu elaborata come teoria nellaSvetova revoluce [Rivoluzione mondiale]

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==