Ernest Gellner CONCEZIONI DEL NAZIONALISMO traduzione di Francesco Nullo ErnestA. Gellner, recentemente scomparso, era nato nel 1925 in Cecoslovacchia da una famiglia di ebrei cèchi, che si rifugiò in Gran Bretagna nel 1939. Laureato a Oxford, per gran parte della sua vita insegnò "filosofia con particolare riferimento alla sociologia" alla London School of Economics. Dal 1991 avevafatto parte dell'Università dell'Europa Centrale di Praga e aveva diretto il Centro per lo Studio del Nazionalismo. Una delle più chiare introduzioni al pensiero di Gellnerècontenuta nel suo dibattito con l'hegeliano Charles Taylor, pubblicato nel volume Il disagio della modernità, edizioni "Linea d'ombra", 1990. Tra le sue opere: Parole e cose, li Saggiatore 1971; Nazioni e Nazionalismo, Editori Riuniti 1985; L'astuzia della non-ragione, Il Saggiatore, 1993; L'aratro, la spada, il libro. La struttura della storia umana, Feltrinelli 1994; Cultura e ragione, Il Mulino 1994. Esistono due grandi filosofie morali: quella platonica e quella kantiana. Esse sono radicalmente opposte tra di loro. Quella platonicaesprimequellache molto più tardi fu chiamata !amoralità del mio grado e dei doveri che ne derivano. Presuppone una società organica, all'interno della quale la moralità consiste nel fatto che ciascuna parte svolga i compiti ad essa assegnati. Questa struttura organica non è arbitraria: è iscritta nella natura stessa delle cose, cosicché l'ottemperanza al dovere è nel contempo obbedienza ai comandi emanati dall'ordinamento stesso dell'esistenza. La morale kantiana non potrebbe essere più diversa. I comandi della morale non sono specifici per ogni grado, ma universali, e genericamente diretti a tutti gli uomini, anzi a tutti gli esseri razionali. Emanano dalla natura della ragione e sono ciechi, anzi assolutamente sprezzanti, nei confronti degli attributi specifici degli uomini. Sono egualmente ciechi e sprezzanti nei confronti del!' ordinamento della natura. Non c'è alcun bisogno di ricorrere a rozzi fatti per garantire o imporre il rispetto di comandamenti. Le nostre obbligazioni provengono da noi stessi e non sono soggette alle istanze di costellazioni naturali contingenti. Per il sociologo comparatista, queste due morali sono le espressioni della più centrale polarità della sociologia, i I contrasto tra Gemeinschaft e Gesellschaft. La comunità impone una mora!ità di status; la società impone un'etica dell'eguagalianza e dell'individualismo. I sociologi affascinati da questa polarità prevedevano che, nel complesso, l'umanità sarebbe passata dalla comunità alla società. I liberali accolsero con favore questa transizione, i romantici la deplorarono. Ai fini di questo grande dibattito, i marxisti erano solo una delle varianti dei liberali. Nella loro visione formale, erano anzi più liberali dei liberali. I liberali-in-senso-più-ristretto si limitavano ad anticipare e auspicare lo stato guardiano notturno, mentre imarxisti si aspettavano l'erosione dello stato nell'insieme. I liberali-insenso-proprio e i marxisti differivano in qualche misura per il meccanismo che vedevano come l'agente sociale dell'emergere dell'uomo individualista universale, del puro esemplare di Gattungswesen. I I iberali-in-senso-proprio ritenevano che l'impulso cruciale sarebbe stato il mercato universale e i servizi che esso svolge per il raggiungimento della soddisfazione umana; imarxisti, più tetri, ritenevano che l'uomo universale e liberato sarebbe emerso dal crogiuolo di un proletariato immiserito, denudato di ogni attJibuto specifico dall'alienazione, scoprendo e realizzando lavera umanità attraversoquesta nudità sociale socia!mente imposta. Così non avvenne. I liberali e imarxisti commettevano lo stesso errore.L'errore fu portato alla loro attenzione dalla storia, dai fatti, e non dalla logica. La logica dei liberali e dei marxisti era impeccabile, ma la storia non si conformava alla loro logica.C'era un terzo giocatore in questa partita, ancora più potente degli altri due: il romanticismo nazionalista. Poiché la logica del l'aspettativa contraria era così impeccabile, il nazionalismo non dovrebbe esistere, razionalmente parlando. Le premesse sono corrette, e il ragionamento è persuasivo. Il nazionalismo è alimentato dalle differenze culturali; le trasforma in un principio di lealtà politica e di identità sociale (vero). Le differenze culturali sono sistematicamente erose dai processi che costituiscono l'avventodellasocietà moderna(vero). Cosicché più diventano moderne le società, meno esiste materiale su cui possa lavorare il nazionale. (La conclusione deriva irresistibilmente da premesse che sono vere.) Quindi, il nazionalismo è destinato a scomparire. Quod erat demonstrandum. I fatti sono ben diversi. Ma allora dove mai abbiamo sbagliato? Quando diamo una risposta a quella domanda, abbiamo una teoria del nazionalismo. La visione nazionalista, e la realtà sociale che la genera, taglia trasversalmente la dicotomia platonica/kantiana. Il nazionalismo prende a prestito le proprie immagini e il proprio linguaggio dalla scelta organicistica, maè in gran parte basata sulla realtà sociale di una società atomica, atomizzata. Le società si mossero effettivamente nelladirezione "moderna", ma (primo fatto importante) non sincronicamente. Secondo fatto importante: il più importante meccanismo di atomizzazione non fu né l'immiserimento né l'alienazione proletaria, e neppure una prosperità universale del mercato. Il vero crogiuolo emerse dal nuovo ruolo di una società industriale-tecnologica. Una umanità omogenea fu creata dal fatto che il lavoro e anzi tutta la vita sociale in una società di questo tipo è semantico: consiste nella manipolazione diide, messaggi e individui, non di materia. Il lavoro fisico in senso pieno, l'applicazione dei muscoli alle cose, quasi scompare. La vitae il lavoro consistono nella comunicazione con innumerevoli estranei anonimi. Tale comunicazione deve ignorare il contesto- in precedenza il più impo1tante fonema era il discorso parlato-e deve presupporre la capacità di articolare e di capire segnali indipendenti dal contesto. Questo non è una qualità da poco, e richiede una istruzione formale prolungata, in contrapposizione alla mera acculturazione da parte delle attività quotidiane di un gruppo locale. In breve, tutti, ovvero ogni partecipante effettivo deve essere passato attraverso la scuola ed essere alfabetizzato. Ciò significa che la lingua in cui un uomo è stato istruito definisce i limiti della sua efficacia sociale, la sua possibilità di ottenere un lavoro, la sua partecipazione politica, la sua accettabilità sociale. La sua cultura trasmessa dall'istruzione, codificata, omologata, diventa l'elemento di gran lunga più importante nellasua "identità", che sostituiscequalsiasi "posizione".
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