Linea d'ombra - anno XIII - n. 110 - dicembre 1995

62 Cartolinedelpublii1co OLOCAUSTO & HOLLYWOOD NormanManea traduzione di Marco Cugno Che l'Olocausto non abbia segnato l'opera di alcun grande regista contemporaneo forse non deve sorprendere. Anche nella letteratura, che pure non è legata necessariamente all'azione e all'immagine, le pagine sull'Olocausto di maggior resistenza sono quel le che hanno captato i preliminari o le conseguenze della tragedia, evitando l'immersione nella sua sinistra valanga. Nell' approccioall'O1TOre,ilgrado di libe1tàcreativaèstrettamente limitato e gli artisti ne hanno sentito il peso, guardandosi dall'affrontare una prova così difficile. Come ogni fatto terreno e umano- giacché questa catastrofe non avvenne per un qualche volere divino, demoniaco o astrale- ! 'Olocausto non sfugge all'inevitabile banalizzazione della vita. Negazione, falsificazione, manipolazione, commercializzazione? Naturalmente, non può sfuggire neppure ali' abilità professionale dei produttori di successi cinematografici. Sono entrato con timore e curiosità nella sala dove si proiettava Schindler's List. fl pubblico, preparato dalla campagna pubblicitaria, aspettava in religioso silenzio la sequenza iniziale. Alla fine della proiezione, lo stesso pubblico avrebbe applaudito fragorosamente la conclusione ottimistica del dramma. l morti e i vivi si erano alleati, nel finale, per celebrare insieme il sogno divenuto realtà, la speranza millenaria finalmente realizzata. Certo erano pochi gli spettatori in grado di identificare in questo cliché didattico di routine, tipicamente hollywoodiano, la ricetta che il realismo socialista proponeva, appena qualche decennio fa, ai dilemmi non solo aitistici nell'Est comunista dell'Europa. Altrettanto pochi parevano essere quelli contrai·iati dalla supe1ficiale "funzionalità" dei pittoreschi personaggi o dalla pomposa inverosimiglianza dei loro rapporti, dal!' ineffabile aura kitsch dell'intera produzione (entro la quale il lungo discorso melodrammaticodell'eroeprotagonistaacolorocheavevasalvato costituisce una pe,formance nient'affatto invidiabile). Ancor meno numerosi erano i consumatori della pellicola che avrebbero potuto difendersi dall'intento pedagogico del film, in nome della propria esperienza irrimediabile del campo di sterminio, scioccati dallo stile caricato, dall'efficienza e dalla grossolanità del capolavoro. li fatto che fossero in pochi a non lasciarsi coinvolgere dallo spettacolo assicurava, però, il successo. Un successo del quale si dice, forse a ragione (e non sarebbe il solo paradosso della realtà in cui viviamo) che perpetuerà la memoria dell'Olocausto nelle generazioni future, prive di questa memoria e del deside1io di recuperarla. Gli applausi nella sala di proiezione sono poi continuati nella sala della premiazione, dove il regista riceveva l'Oscar sotto i riflettori della televisione: una sequenza che meritava di essere integrata nel film. Nelle sue pai·ole di ringraziamento il premiato ha ricordato che esistono circa 300.000 sopravvissuti, definendoli "esperti inOlocausto" e invitando le scuole, gli asili e le istituzioni culturali a servirsene e a rendere popolare la loro sofferenza. Inutile dire che non mi sono sentito lusingato; ho provato piuttosto un senso di raccapriccio, nel vedermi promuovere di colpo alla categoria degli "esperti" in via di estinzione. In seguito pare che il premiato abbia avviato lui stesso il progetto per la creazione di un grande archivio di testimonianze delle vittime dell'Olocausto, azione assai lodevole, quantomai caratteristica nel nostro tempo. Il benefico happy end terapeutico e commerciale del film rendeva possibile un altro inizio, filantropico, sulla scena della quotidianità immediata. Una catena cai·itativa che ce1tamente riceverà a sua volta i ben meritati applausi.

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