Linea d'ombra - anno XIII - n. 110 - dicembre 1995

~ AFFRESCHIEREALTA MarinoSinibaldi ' cultura (o le culture) della destra è proprio la loro debolezza, che permette flessibilità e incoerenze praticamente illimitate. Al di là della radice storica di questa differenza (è la sinistra che si propone di mutare gerarchie, tendenze e appetiti che vengono percepiti come naturali; è la sinistra dunque ad avere bisogno di un progetto), oggi essa assume caratteri particolarmente aspri. La natura delle contraddizioni cui ho accennato è infatti tale da generare spontaneamente divisioni e contrapposizioni, di portare alla luce interessi e sentimenti particolaristi che la destra è geneticamente capace di gestire meglio. (C'è in verità una contraddizione epocale che si presenta sotto una luce radicalmente diversa e pur mettendo in discussione interessi ampi e forti richiede obbligatoriamente nuove forme di solidarietà e di cooperazione: è quella ecologica, non a caso rimossa e sottovalutata, autolesionisticamente, nel caso della sinistra.) Ma in generale parlare oggi della destra italiana dovrebbe essere superfluo: la sua natura di conservazione degli interessi più gretti - da quelli enormi di Silvio Berlusconi a quelli minimi e non sempre spregevoli del cittadino dirimpettaio a un campo nomadi - la gestione disgregativa delle contraddizioni sociali, il linguaggio eversivo con cui viene liquidato ogni tentativo di mediazione politica e sociale non possono che rimandare a una vocazione autoritaria e antidemocratica. Che ha il vantaggio, già sottolineato su Linea d'ombra, di saldare tendenze antichissime, radicate in qualcosa di vicino al nostro carattere nazionale (così incline al rivendicazionismo particolarista e fazioso e così diffidente - o forse solo disabituato - al concetto di dimensione pubblica e bene comune), con il "cattivo nuovo" di una modernizzazione disgregante e squilibrata. Ma non è del terrore suscitato da questa forza che vorrei Nella tumultuosa confusione politica di questo paese è forse possibile provare a tracciare qualche bilancio e qualche ipotesi. Rischiando rapide e clamorose smentite, data l'imprevedibile vorticosità dei ribaltamenti tattici; ma con la convinzione che questa è la superficie oltre la quale bisogna sforzarsi di andare. Il punto di partenza è il fatto che in questi ultimi tempi sono venuti alla luce una serie di nodi decisivi, frutto di contraddizioni politiche e sociali anche antiche ma mai affrontate, mai risolte. Basta citare la questione della previdenza e delle pensioni, spia vistosa di una trasformazione radicale dei tempi di vita, degli equilibri demografici, dei rapporti tra generazioni diverse, tra lavoro e non lavoro, tra lavoratori dipendenti e autonomi e altro ancora. La soluzione approssimativa e in buona misura provvisoria che è stata data al problema ne ha forse occultato la natura strategica, decisiva nel ridefinire il futuro della nostra società (ma verrebbe da dire, e con molte ragioni, della nostra civiltà lavori sta e solidarista). E in generale, tra i nodi al pettine, quello del lavoro è il più grande, investito da trasformazioni demografiche e produttive ormai evidentemente epocali. Come quelle tecnologiche, con i contenuti di libertà e di autodeterminazione che mettono in gioco, mentre ovunque si rivela insufficiente la capacità collettiva di combattere o almeno limitare la tenden- E la sinistra che si propone di mutare za a concentrare in poche mani un enorme potere mediatico e dunque economico e politico. La crisi dello Stato sociale è un altro fenomeno che, seppure annunciato da anni, solo ora manifesta la sua reale portata, determinando con le privatizzazioni una ridislocazione dei poteri reali all'interno della società e indebolendo ancor più il legame di ogni singolo cittadino con quella che si chiama sfera pubblica. E ancora la questione dell'immigrazione, coi toni esasperati che tende gerarchie, tendenze e appetiti che vengono percepiti come naturali; è la sinistra ad aver bisogno di un progetto. ad assumere non più solo episodicamente né localmente ma come espressione di un'emergenza globale, anche qui indicativa di equilibri che saltano in un intreccio di identità, interessi, paure, difficilissimo da dipanare. Né ha in fondo ragioni diverse la crisi del sistema politico, anch'esso in buona misura costituito su presupposti sociali e culturali propri di un'epoca diversa. Il fatto che la sua crisi terminale sia stata innescata da iniziative giudiziarie è segnale di una incapacità di autoriforma o anche solo di adeguamento che nei sistemi complessi rappresenta l'indizio più sicuro della catastrofe. Ma è probabilmente inutile continuare questo elenco. Basta infatti sfogliare un quotidiano per trovarsi squadernati di fronte una serie di problemi che hanno tutti la caratteristica di essere espressione di contraddizioni che, nuove o no, non possono essere governate con risorse e metodi del passato. La crisi delle culture politiche è frutto di questa situazione: quelle di cui disponiamo sono tutte più o meno inadeguate; la porzione di verità o anche solo di utilità che contengono sembra diminuire sempre più; la necessità di una loro sostituzione farsi e un tempo più urgente e difficile. Il problema è che questa urgenza e questa fatica sembrano pesare in maniera diseguale sulle diverse componenti politiche e culturali. Per limitarsi a parlare dell'Italia, un vantaggio della occuparmi quanto piuttosto del timore provocato dalla debolezza politica e culturale di chi vi si dovrebbe contrapporre. Anche a questo proposito bisogna sfuggire alla tentazione di dedurre da vicende particolari considerazioni troppo generali. E però mi sembra che comportamenti politico-parlamentari di Rifondazione comunista rimandino a qualcosa di più ampio, che non riguarda solo il futuro di un governo o di un equilibrio politico, e soprattutto non coinvolge solo i suoi elettori ma una parte più ampia di gente di sinistra, e direi una parte di ciascuno di noi. La mia ipotesi è che la natura delle divisione e della scissione perfino personale e interiore, per così dire, riguarda proprio l'atteggiamento da assumere verso quelle contraddizioni; e si può riassumere in una sola domanda: governarle o no? Se la risposta a questa domanda non è ovvia è naturalmente proprio per la natura difficile di quelle contraddizioni e delle scelte che impongono, a partire da quella più elementare: da che parte stare? Con i lavoratori di oggi e le loro legittime attese pensionistiche o con quelli di domani le cui possibilità previdenziali si basano su una riforma rapida e radicale? Con gli emarginati del Terzo Mondo o con quelli delle nostre periferie che si contendono se non gli stessi lavori, gli stessi spazi urbani? E si

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